L’idea di rinascita, la continuità infinita della mente da uno stato di esistenza a un altro, rinascita dopo rinascita nel passato, nel presente o nel futuro, si fonda sull’immortalità della mente. Finché è coinvolta nei sei reami del samsāra, la mente è continuamente impegnata nelle diverse fasi della rinascita, note in tibetano come i sei bardo (o intervalli). Si dice che il ciclo dei bardo sia infinito e spesso è paragonato a una ruota che gira senza sosta. Questa apparente infinitezza si verifica perché la mente non è soggetta alla cessazione o a essere creata in un dato momento, non essendo “alcunché” in sé e per sé. Intrinseca agli insegnamenti buddhisti è la consapevolezza della sofferenza ciclica samsarica, il desiderio di porre fine a questa sofferenza (non solo per se stessi, ma per tutti gli esseri senzienti) e la certezza che la liberazione sia possibile attraverso il raggiungimento della Buddhità.
Consideriamo per un momento la nostra attuale rinascita come esseri umani. Come è avvenuta? Provate per un momento a pensare allo stato di esistenza precedente. In qualunque forma fisica o reame di esperienza ciò fosse precedentemente accaduto, sembrerebbe ovvio che la morte abbia avuto luogo, poiché non si prende più parte a quel reame di esistenza. Tra la morte di quella precedente incarnazione e la nascita in quella attuale, diverse fasi dei sei bardo hanno plasmato le esperienze del morire, della morte e della rinascita. È particolarmente interessante per chi studia il Dharma esaminare quegli stadi intermedi che trascorrono nell’interim tra una vita e l’altra; può anche rivelarsi di grande aiuto per comprendere il potenziale autentico di realizzazione della consapevolezza illuminata.
Il bardo del divenire e la natura del corpo mentale
A seguito del bardo del processo del morente (la morte fisica di un corpo precedente), vi è un periodo di incoscienza relativamente breve dovuto allo shock di quell’esperienza. Questo intervallo è tecnicamente definito come il bardo della natura ultima della realtà fenomenica ed è seguito da una fase nota come il bardo del divenire. L’esperienza post-mortem del bardo è reale tanto quanto il bardo tra la nascita e la morte che stiamo sperimentando proprio ora. Per approfondire, le proiezioni della mente, le allucinazioni e così via, che hanno luogo nel bardo del divenire sono solide quanto ciò che sperimentiamo adesso nella nostra vita quotidiana. Inoltre, le esperienze emotive di piacere, dolore, confusione, e via dicendo, che si verificano nello stato del bardo, sono reali quanto quelle che proviamo adesso. L’unica differenza è che nel bardo del divenire non vi è alcuna base fisica per la coscienza; si tratta solo dell’esperienza di un corpo proiettato mentalmente privo di un’esistenza autonoma. Manifestandosi in modi molto differenti, le possibilità di tutti i sei bardo, sia dei viventi, sia dei morenti, sia dello stato post-mortem, sono determinate dalle proprie particolari tendenze karmiche.
Nel momento in cui il corpo fisico muore, la base di esperienza impiegata fino ad allora viene meno; la mente sperimenta in modo puramente mentale. Ciononostante, questa esperienza possiede la sfumatura dell’incarnazione a causa di una tendenza abituale della mente a incarnarsi al fine di sperimentare. Eppure questo bardo non ha alcuna base fisica per la coscienza, sebbene l’afferrarsi dualistico tra soggetto e oggetto intrecci una trama di miriadi di forme, credendo fermamente che la mente non possa esistere senza un corpo. Pertanto, questo corpo mentale appare come se vi fosse un corpo fisico, sebbene non vi sia alcuna consistenza fisica.
Nonostante le qualità ingannevoli del corpo mentale, l’esperienza risulta estremamente reale per la mente che attraversa lo stato post-mortem. Quando la mente è catturata dall’esperienza, questa è la realtà, questo è ciò che è reale! A questo punto, dunque, questa mente (la quale è essenzialmente chiara, dinamica e priva di ostacoli nella sua manifestazione) sta sperimentando uno stato disincarnato. Non vi è assolutamente alcuna base fisica per la coscienza, eppure le oscurazioni che velano la mente tendono a manifestarsi come se essa vi fosse. Tali oscurazioni tendono a percepire (o a proiettare) un intermediario quasi corporeo tra la mente e il mondo esterno, credendo che entrambi siano esistenti. Da un punto di vista soggettivo, la manifestazione esterna percepita costituisce il ricettore di tutto il dolore e di tutto il piacere che la mente può sperimentare nel bardo del divenire.
A un certo punto, le tendenze karmiche che producono lo stato intermedio cominciano a dissolversi, spingendo la mente verso la rinascita in uno qualsiasi dei sei reami, attraverso uno qualsiasi dei dodici anelli dell’origine dipendente (nidāna in sanscrito). Nel nostro caso, il nostro accumulo karmico si è manifestato come un’incarnazione nel reame umano. La mente che un tempo conoscevamo come una precedente rinascita ha attraversato il bardo e ha assunto la rinascita come l’essere umano che ora sappiamo di essere.
Il karma collettivo e individuale nella rinascita umana
La mente si manifesta in un reame di rinascita, del tutto dipendente dalle tendenze karmiche che guidano tale processo. Considerando tutte le possibilità, la rinascita come essere umano è una forma di esistenza relativamente superiore. A un livello karmico, una tale rinascita indica che le tendenze positive (che vengono rafforzate attraverso azioni virtuose) tendono a prevalere, mentre le tendenze karmiche negative (prodotte e rafforzate attraverso azioni non virtuose o negative) tendono a essere meno dominanti. Questa descrizione rappresenta la generalizzazione che si può fare riguardo all’esistenza nel reame umano. Questo reame superiore dell’esperienza umana possiede una quantità considerevolmente maggiore di felicità e realizzazione e un potenziale notevolmente superiore rispetto a molti altri reami di esistenza.
In quanto esseri umani, non solo condividiamo un aspetto collettivo di esistenza karmica, ma ciascuno di noi sperimenta anche un aspetto individuale. Semplificando, l’aspetto collettivo è quella predominanza di tendenze positive che riunisce determinati individui. Oltre all’esperienza condivisa, condividiamo una percezione del reame umano, incluso l’ambiente fisico. Le attività che si svolgono nel reame umano implicano una certa esperienza condivisa poiché condividiamo il karma comune di perseguire tali cose; concordiamo sulla loro esistenza nel nostro mondo. Questo aspetto collettivo del karma riflette il fatto che esiste una certa percentuale di esperienza condivisa tra gli esseri in questo reame umano.
Esiste tuttavia un aspetto del karma che rimane un’esperienza del tutto individuale. Per esempio, alcune persone vivono molto più a lungo di altre e sono generalmente più felici per tutto il corso della vita. Possono avere una personalità più stabile o ben equilibrata; sperimentano benessere fisico e mentale, buona salute e prosperità, insieme alla capacità di avere successo e di realizzarsi in ciò che fanno. Altre pur assumendo sempre la rinascita nel reame umano, possono sperimentare qualcosa di ben diverso, come una vita breve e/o una grande quantità di malattie; possono conoscere notevole infelicità e instabilità (mentale o fisica), oltre a povertà, indigenza, privazione e via dicendo. Sia positive che negative, tutte queste esperienze sorgono a causa di tendenze abituali che costituiscono l’aspetto individuale del processo karmico.
Le diverse modalità di nascita nei reami dell’esistenza
Anche il concepimento e lo sviluppo del feto nell’utero dipenderanno dal fatto che quell’essere possieda o meno tendenze karmiche positive o negative nella sua costituzione. In alcuni casi, sia per la madre sia per il bambino, la gravidanza può essere molto facile; può rivelarsi un’esperienza piacevole. Il parto può essere una questione relativamente semplice e indolore; il bambino nasce senza complicazioni ed è sano, completo di tutte le sue facoltà. All’estremo opposto, può essere un’esperienza difficile per la madre e per il bambino. A volte il bambino può essere concepito in modo tale da risultare in deformazioni, ritardi o svariate menomazioni (o nella mancanza di una normale costituzione della forma o della mente umana). Il processo del parto in sé può rivelarsi estremamente doloroso e traumatico e il bambino compie il suo primo passo nel mondo tra sofferenza, complicazioni e dolore. Ancora una volta, questo è un aspetto del karma individuale.
Un buon esempio di come le tendenze karmiche collettive e individuali si combinino per produrre esperienze uniche è quello dell’ingresso dell’individuo in uno qualsiasi dei sei reami di esperienza collettiva. Dovrebbe essere ovvio che non ogni essere senziente attraversa lo stesso processo di nascita di un essere umano. In effetti, vi sono determinati reami in cui ha luogo una sorta di nascita miracolosa, nel senso che l’essere entra pienamente sviluppato in quel reame di esperienza, senza un periodo di gestazione; per una simile entità le fasi dello sviluppo fetale sono del tutto superflue. La mente si manifesta semplicemente in una forma particolare come entità completa. Questa è una caratteristica dei reami infernali e dei reami degli dei. Nel caso dei reami infernali, la mente dell’essere si incarna immediatamente in una forma che sperimenta l’intenso calore o freddo di uno qualsiasi dei diciotto stati che rientrano nella classificazione del reame infernale. Nel caso dei reami degli dei, vi è nuovamente un’immediatezza nell’incarnazione della mente. La mente si ritrova in un corpo circondato da un ambiente piacevole in uno dei vari livelli dei cieli.
Vi sono passaggi descritti in vari testi che parlano di un essere che si manifesta immediatamente in un cielo al centro di un fiore che si apre istantaneamente per rivelare il reame degli dei a quell’essere. Nel reame umano, e nel reame dei preta (o spiriti famelici), tuttavia, la nascita presenta molte condizioni. Essa si basa sulla polarità sessuale, sull’unione tra un padre e una madre, sul concepimento di un bambino nell’utero della madre, sul processo graduale di sviluppo della struttura fisica nell’utero e sul fatto che il bambino nasca poi per diventare parte di quel reame. Questo può spesso prendere pieghe molto insolite. Nel reame umano, abbiamo familiarità con una donna che dà alla luce uno o due bambini nello stesso momento, mentre in certi reami dei preta può essere possibile per una madre dare alla luce centinaia di bambini, centinaia di preta, in un’unica volta. A titolo di esempio di karma condiviso o collettivo, questi preta neonati sono entrati nel loro reame attraverso la stessa porta uterina. Nel caso del reame animale, inclusa la vita degli insetti, vi è una varietà di possibili nascite. Vi è la nascita dall’utero (come per i mammiferi), la nascita da uova (come per gli uccelli e gli insetti) e alcuni tipi di nascita immediata in cui l’essere emerge pienamente sviluppato in quel reame di esperienza (come per le larve). Vi sono anche certi tipi di generazione che si basano sulle giuste condizioni, quali calore, umidità e così via, che fanno moltiplicare la vita. In tutto, vi sono quattro processi fondamentali attraverso i quali gli esseri giungono ai rispettivi reami e alle particolari situazioni karmiche; e tutti e quattro questi processi si trovano nel reame animale. (…)
Le fasi del morire e la dissoluzione degli elementi
Ciò che per noi è significativo esaminare a questo punto non è tanto ciò che accade durante la vita fenomenica, quanto ciò che inevitabilmente accade alla fine, ovvero la morte. Si tratta di qualcosa che tutti noi dovremo affrontare, prima o poi. Il fatto stesso che si sia verificata una nascita indica che si verificherà una morte. Indiscutibilmente, si definiscono a vicenda. Nessuno nasce che non muoia e nulla sorge che non debba, a un certo punto, disgregarsi. Ciò è vero nel reame umano e nei suoi fenomeni tanto quanto lo è per qualsiasi cosa che sorga in modo dipendente in un qualsiasi reame del samsara. La nostra esistenza come umani, l’esperienza della mente nel reame umano, alla fine giungerà a un termine.
La morte ha diverse fasi o intervalli. In realtà, l’intera vita è un processo di morte; quando arriva il momento di cedere la forma fisica, vi è l’intervallo noto come il bardo del processo del morente, che ha inizio ogni volta che si incontra la particolare causa della morte. Ogni volta che si incontra una malattia fatale, un incidente o qualche altro elemento che colpisce l’organismo in modo irreparabile, il processo del morente ha inizio. Il bardo del processo del morente continua poi fino al punto in cui un essere effettivamente muore, come evidenziato dall’arresto del respiro, dalla cessazione dell’attività cardiaca e così via, che indicano che la mente e il corpo si stanno separando e il loro legame si sta sfaldando. Il bardo del processo del morente non è che un altro aspetto del concetto di bardo, o stadio di intervallo, tra uno stato e un altro.
Indipendentemente dalla causa della morte, il processo del morente indica che gli elementi che compongono il corpo fisico e la esperienza psicofisica del corpo si stanno disgregando. Tradizionalmente, questo è visto come la dissoluzione di diverse forze essenziali. L’elemento terra non è la Terra come oggetto sospeso nello spazio, ma la qualità simile alla terra della solidità del corpo. La fluidità del sangue e dei fluidi del corpo costituisce l’elemento acqua. Il calore biologico dell’organismo è l’elemento fuoco. La respirazione e la circolazione all’interno dei canali comprendono l’elemento vento. Il processo attraverso il quale queste diverse qualità cominciano a disgregarsi viene vissuto a livello psichico e mentale. Vi sono segni associati alle varie fasi del processo del morente che avvengono sia soggettivamente, in quanto sono puramente l’esperienza dell’individuo morente, sia oggettivamente, in quanto qualcun altro può osservarli o percepirli mentre accadono.
Quando il processo effettivo della morte ha inizio, l’elemento meno sottile, l’elemento terra, si dissolve e viene assorbito da quello immediatamente successivo per sottigliezza, ovvero l’acqua. Quando ciò accade, il corpo della persona appare farsi molto pesante ed è assai difficile da muovere. La persona morente si trova quindi nell’incapacità di sedersi o di sollevare le gambe e le braccia; si assiste a una costante perdita di movimento e controllo corporeo man mano che questo elemento si dissolve. Mentre la capacità di coordinare e muovere efficacemente il corpo si affievolisce, l’esperienza interiore soggettiva è quella di venire schiacciati da un grande peso, come se una montagna stesse gravando sul proprio torace. Quando la disgregazione dell’elemento terra raggiunge il livello psichico, vi è l’esperienza come se il corpo fisico venisse spremuto o schiacciato, il che è assai terrificante.
La seconda fase è la dissoluzione dell’acqua nell’elemento immediatamente successivo per sottigliezza, ossia il fuoco. Il segno esteriore di ciò è l’incapacità della persona di controllare la minzione, la salivazione o le secrezioni mucose. I fluidi cominciano a fuoriuscire da ciascuno e da tutti gli orifizi del corpo, senza che la persona sia in grado di controllarli attraverso la muscolatura. Questo segno indica che l’elemento acqua viene assorbito nell’elemento fuoco. A un livello soggettivo, la persona morente avverte come se stesse annegando o venendo inondata dall’acqua o travolta da una piena o da un torrente. Ancora una volta, questa è un’esperienza estremamente traumatica e terrificante.
La terza fase del processo è la dissoluzione dell’elemento fuoco nell’elemento aria, la qualità successiva per sottigliezza. A un livello interiore, ciò viene avvertito come se si fosse avvampati dal fuoco, come se il corpo fosse sottoposto a un calore incredibile. Per chi osserva il processo, il fenomeno oggettivo è la graduale perdita di calore corporeo da tutte le estremità. Prima le dita delle mani e dei piedi cominciano a diventare fredde, poi questo freddo risale lungo le gambe verso il cuore. Nel complesso, vi è una graduale perdita di calore corporeo. Questo è il segno che l’elemento fuoco si sta dissolvendo e viene assorbito nell’elemento aria o vento.
In seguito, l’elemento vento o aria si dissolve nell’elemento spazio, che è la propria coscienza stessa. In questa fase, l’osservatore oggettivo noterebbe la difficoltà della persona morente nella respirazione come il sintomo più significativo. Forse vi è un ansimare rapido e superficiale, oppure respiri lunghi e interrotti che risultano difficili da trattenere e vengono immediatamente espulsi. Non appena il respiro è uscito, la persona ha grande difficoltà nell’inalare la boccata d’aria successiva. Qui il processo della respirazione si interrompe. L’esperienza soggettiva è quella di essere catturati in un gorgo d’aria, come se un tornado o un uragano stessero strappando i legami che ci tengono uniti, finché il processo della respirazione alla fine cessa. Questa cessazione indica che tutti gli elementi si sono disgregati e sono stati assorbiti nella coscienza stessa.
L’incontro delle gocce e il momento del trapasso
A questo punto, si verifica un rapido processo in tre fasi. Ricorderete che al momento del concepimento sono presenti forze (o energie) femminili e maschili, che sono state ricevute dalla madre e dal padre e sono connesse con la struttura fisica del corpo. Queste sono tecnicamente denominate gocce bianca e rossa (bindu). Bindu è una parola sanscrita che significa goccia o essenza, sottintendendo qualcosa di concentrato. La bindu bianca è considerata maschile; quella rossa è femminile. Indipendentemente dal fatto che l’individuo sia maschio o femmina, la bindu bianca è l’energia ricevuta dal padre. Nel punto della dissoluzione dell’elemento spazio, questa bindu è considerata concentrata nella corona della testa. La bindu rossa è l’energia femminile ricevuta dalla madre ed è concentrata in un punto al di sotto dell’ombelico, nella regione genitale.
Quando gli elementi si sono completamente dissolti nella propria coscienza, il processo della morte continua quando le polarità delle energie rossa e bianca cominciano a muoversi verso un centro comune. Il primo processo è quello della bindu bianca (o forza) che scende dalla corona della testa verso la regione del cuore. Per la persona morente, questo fenomeno è connesso con un’esperienza visiva in cui vede un campo di luce bianca. È come se si fosse improvvisamente inondati dalla luce della luna o da una chiara luce bianca. Essa è estremamente breve, poiché ciò accade in appena una frazione di secondo mentre l’energia sta scendendo verso la regione del cuore.
La bindu bianca che raggiunge il chakra del cuore implica che la mente è ora incapace di sperimentare rabbia o aggressività. Le emozioni che possiedono una qualità aggressiva o di rabbia vengono temporaneamente (ma non definitivamente) bloccate, cosicché la mente non può sperimentarle. I testi affermano che anche se la persona morente dovesse vedere qualcuno che assassina il proprio padre in quel momento, non potrebbe turbarsi.
Immediatamente dopo (ancora una volta, molto rapidamente), la bindu rossa o energia femminile risale dai genitali verso il cuore per incontrare l’energia bianca che discende dalla corona della testa. La coscienza della persona morente, che in questo momento si trova in bilico proprio sul punto della morte, sperimenta ora un lampo di luce rossa. È come se il sole sorgesse improvvisamente davanti al proprio volto, affrontando direttamente l’individuo con una brillantezza rossa. In questa fase, tutte le emozioni che possiedono la sfumatura del desiderio, dell’attaccamento o dell’afflizione vengono efficacemente recise. Anche se dovesse apparire la dea più seducente e bella, o il dio più bello e meraviglioso, non vi sarebbe nemmeno il minimo pensiero di attrazione nella coscienza del morente. La mente semplicemente non è in grado di sperimentare quelle emozioni in quel punto.
È quando queste forze rossa e bianca si incontrano nella regione del cuore che la morte ha veramente luogo. A questo punto il corpo fisico e la mente si separano. La struttura energetica si è completamente disgregata; non vi è più alcuna via affinché quella base fisica mantenga la coscienza, poiché essa non fa più parte dell’esperienza di vita.
Esiste una tecnica nel Buddhismo tibetano nota come phowa, che in tibetano significa trasferimento della coscienza, sviluppata per esercitare un certo grado di controllo sul modo in cui la coscienza lascia il corpo nel momento della morte. Il momento opportuno per usare la tecnica del phowa è quando le bindu bianca e rossa si uniscono al cuore. Un praticante estremamente abile può trasferire la coscienza a uno stato superiore di consapevolezza realizzata, verso un reame di pura esperienza, anziché lasciare che la mente sprofondi nello stato naturalmente ricorrente di incoscienza che segue la morte. Senza l’uso di questa potente tecnica, la mente si oscurerà; persino i livelli più grossolani di ignoranza e ottundimento vengono bloccati, cosicché la mente sperimenta una breve ma totale qualità di ignoranza.
Il periodo di incoscienza e l’esperienza della luminosità
Come abbiamo appena visto, il bardo del processo del morente è quello in cui gli elementi si dissolvono l’uno nell’altro in stadi progressivi e la mente perde il contatto con il mondo fenomenico esterno. Qui i sensi cominciano a disgregarsi: gli occhi si appannano e non sono in grado di vedere; le orecchie non possono udire chiaramente; inoltre, i sensi del gusto, del tatto e della sensibilità si perdono. Gradualmente, man mano che si avvicina il momento in cui si profila l’oblio totale, la mente stessa perde la capacità di pensare consapevolmente. In questo momento, quando la mente entra nell’oblio totale della completa incoscienza, esiste anche il potenziale per un genere di esperienza molto differente, sempre a seconda che si sia sviluppata o meno una pratica spirituale avanzata durante la vita.
Nel Vajrayana, una delle tecniche dei sei yoga di Naropa, denominata luce radiante (o luminosità), è concepita per consentire al praticante di sviluppare uno stato di chiara consapevolezza che può essere sperimentato durante questa fase del processo della morte in sostituzione della normale esperienza di incoscienza. È anche possibile sviluppare questo stato attraverso l’approccio di meditazione del Mahamudra che consiste nello sperimentare direttamente la natura della mente, indipendentemente dal contenuto. Se, durante questa vita, il praticante ha sviluppato questi approcci e tecniche nella meditazione, si saranno stabilite delle tendenze che si spera affioreranno proprio in quel momento. Se queste abitudini si protraggono oltre la morte fisica fino all’ordinaria esperienza dell’oblio totale, la mente può invece sperimentare uno stato di consapevolezza che è in contatto diretto con la sua stessa vera natura.
Il conseguimento di questo potenziale livello di intuizione diretta si avvicina alla definizione della realizzazione del primo dei dieci livelli di bodhisattva realizzato. Vi sono dieci di questi livelli o gradi di realizzazione; qualunque cosa vada oltre il decimo livello è la Buddhità completa. In questa esperienza assai sottile di nuda consapevolezza, è possibile che avvenga un progresso spirituale estremamente rapido. Si può, infatti, compiere la transizione dal primo livello alla completa Buddhità in quel breve periodo di tempo. In effetti, persino un passaggio dal primo al secondo livello, dal primo al quarto livello o qualsiasi altro balzo potrebbe produrre risultati molto drammatici se questo yoga di Naropa è stato sviluppato.
Il periodo di incoscienza dopo la morte è generalmente di tre giorni e mezzo al massimo. Se la vostra pratica si è sviluppata bene in questa vita, esiste il potenziale per compiere un drammatico progresso spirituale. Per l’essere umano non addestrato, tuttavia, il morire presenta una realtà differente. Possiamo riconoscere oggettivamente che una volta che la respirazione si è arrestata e il cuore ha cessato la sua attività, il corpo fisico non è più rilevante per la persona morente. Ciò che non vediamo, tuttavia, è l’esperienza soggettiva di intenso shock o trauma, la reazione che fa sprofondare la mente in uno stato di incoscienza. Una volta avvenuta la morte, la mente diventa vuota per un certo periodo di tempo, non dissimilmente dal sonno profondo ordinario. La regola pratica tradizionale misura questo periodo in circa tre giorni e mezzo, sebbene non sia affatto limitato a esso.
Il risveglio nel bardo: le divinità pacifiche e irate
A un certo punto, la coscienza comincia a risvegliarsi e a muoversi di nuovo. Mentre l’individuo che si risveglia comincia a riacquistare consapevolezza, si confronta con le proiezioni della propria mente. Nel Libro tibetano dei morti, questo incontro è definito come l’esperienza del mandala delle divinità pacifiche e irate e viene vissuto in modi differenti da diversi esseri. La qualità predominante dell’esperienza, tuttavia, è che essa viene fraintesa e mal interpretata dalla maggior parte dei corpi mentali poiché, quando un corpo mentale vede un mandala di divinità, viene solitamente vissuto come una sorta di forza esterna minacciosa e ripugnante. La mente si ritrae, come se queste proiezioni fossero qualcosa di effettivamente esterno alla mente stessa piuttosto che un’allucinazione che ha luogo nella mente. Si può decisamente trarre beneficio dal ricevere una iniziazione nel ciclo di pratiche noto come Bardo Thödol, di cui il Libro tibetano dei morti è un testo. La benedizione e la comprensione ottenute attraverso una tale pratica stabiliscono tendenze che possono consentire all’esperienza delle allucinazioni del bardo di apparire piuttosto attraenti, o quantomeno la confusione può essere attenuata così da poter intravedere il potenziale per progredire spiritualmente.
Il bardo del divenire e l’immediatezza dell’esperienza
Se la coscienza della persona defunta non percepisce l’esperienza delle divinità pacifiche e irate come una pura proiezione della mente illuminata, bensì se ne ritrae, allora la mente, continuando l’esperienza post-mortem, viene spinta ulteriormente in un altro bardo. Questo stadio successivo è denominato il bardo del divenire poiché, letteralmente, qualsiasi cosa può accadere in quello stato. È uno stato di esperienza immediata poiché non vi è assolutamente alcuna base fisica per la coscienza. Ciò significa che qualunque cosa sorga nella mente è immediatamente esteriorizzata e vissuta come se stesse effettivamente accadendo. Semplicemente pensare a qualcosa significa sperimentarla direttamente e immediatamente.
In un certo senso, sarebbe come pensare all’India ed essere immediatamente in India. E con ogni pensiero successivo, ci si troverebbe istantaneamente in quell’ambiente, per esempio, dall’India, all’America, al Canada, alla casa di famiglia, al Nepal e così via. Oppure si potrebbe pensare a una persona che ci piace ed essere immediatamente in sua presenza e, nel momento successivo, si può pensare a una persona odiata, e voilà!, trovarsi in sua presenza. Noi non sperimentiamo ora una tale immediatezza di esperienza perché esiste una base fisica per la coscienza che rallenta il processo. Nel bardo del divenire, tuttavia, qualsiasi cosa può accadere e accade. La mente è sballottata da un’esperienza all’altra, da un secondo all’altro o persino in frazioni di secondo. Le cose saltano da un luogo all’altro, senza coerenza e senza continuità; qualunque cosa affiori viene sperimentata.
Nell’insegnamento dei sei yoga di Naropa, vi è un’altra pratica, definita lo yoga del bardo, che si riferisce specificamente allo stato post-mortem del bardo del divenire. Utilizzando questa tecnica, si può trarre vantaggio dall’immediatezza dell’esperienza per trasformarla completamente. Dato che l’instabilità pervade l’intera situazione, esiste il potenziale positivo per consentire di trasformare l’esperienza in modo completo e istantaneo. Se si pratica questo genere di tecnica di meditazione durante questa vita, nel momento in cui appare il bardo, possono sorgere tendenze che consentono di compiere una trasformazione completa. Per il praticante estremamente esperto, l’esperienza stessa può essere l’antidoto alla sofferenza poiché la tendenza stabilita dalla pratica dello yoga del bardo può effettuare una trasformazione completa, permettendo al mandala delle divinità di essere percepito nella sua vera natura.
Anche senza aver perfezionato questo yoga, si può ottenere la liberazione nel bardo del divenire. Qualsiasi meditazione, come la meditazione su Chenrezig (il Bodhisattva della Compassione), in cui ci si identifica con la forma della divinità, si recita il mantra e si usano le varie visualizzazioni, aiuta a sviluppare la capacità di riconoscere le divinità pacifiche e irate poiché uno dei benefici principali di una tale pratica dello yidam è la tendenza a ricordare la pratica. Se le immagini degli yidam o i loro mantra affiorano nella mente con sufficiente intensità mentre ci si trova nel bardo del divenire, e se la propria devozione è sufficiente, allora una trasformazione completa dell’esperienza fisica, verbale e mentale avviene in modo istantaneo al momento del riconoscimento della vera natura dell’esperienza del bardo. Se le tendenze sviluppate nella meditazione quotidiana sorgono nella mente mentre non vi è più alcuno scarto tra il sorgere e la sua esperienza in questo bardo, allora si sperimenterà direttamente la consapevolezza purificata del sambhogakāya.
La pratica delle terre pure e l’aspirazione a Dewachen
Lo sviluppo di un tale potenziale è l’idea principale alla base delle pratiche della terra pura, che favoriscono l’aspirazione verso la rinascita in un reame di pura beatitudine, di pura esperienza. La forma data per esprimere questa motivazione è la devozione verso un essere illuminato di nome Buddha Amitābha. La virtù della devozione verso il Buddha Amitābha risiede nel fatto che la sua terra pura è direttamente accessibile attraverso la fede, la motivazione e l’aspirazione. Se l’aspirazione a raggiungere la pura esperienza beata di Dewachen è sufficientemente forte, allora nello stato del bardo in cui non vi è alcun corpo fisico come ostacolo, il processo può avvenire istantaneamente. Prima che alla mente venga richiesto dai modelli karmici di assumere una rinascita fisica, può essere avviato il processo che culminerà nell’esperienza del reame di pura consapevolezza. Attraverso lo sviluppo della fede, della motivazione e dell’aspirazione verso il Buddha Amitābha in questa vita, si possono cortocircuitare tutti i modelli consolidati, permettendo alla mente di spezzare il karma che avvince l’individuo.
Con un tale approccio, si può raggiungere uno stato equivalente alla realizzazione del primo livello di un bodhisattva realizzato. Questa incredibile esperienza è descritta nei testi con frasi quali “l’assumere la nascita in un fiore in un reame magnifico di suprema beatitudine”. Il modo eloquente in cui viene presentata in diversi testi ha fornito una base per l’aspirazione e la devozione che costituiscono il focus centrale della scuola della terra pura. La pratica della meditazione su Amitābha stabilisce senza dubbio le tendenze che permetteranno alla trasformazione di aver luogo nel bardo del divenire. La pratica di altri yidam può anch’essa produrre il medesimo risultato. Quando la mente non è più soggetta ai limiti dell’incarnazione fisica, la completa instabilità delle proiezioni mentali fornisce un potenziale insolito per una trasformazione completa, al punto che la liberazione può avvenire in un periodo di tempo brevissimo, persino istantaneamente, se la propria pratica è sufficientemente stabile.
Gli ostacoli dell’attaccamento e la fase finale del bardo
Indipendentemente dalla qualità o dalla quantità della propria pratica, non vi è alcuna garanzia che l’esperienza del bardo conduca alla Buddhità. Una complicazione che può verificarsi è il perdurare dell’attaccamento e dell’afferrare dalla vita all’esperienza post-mortem. Per esempio, nel bardo del divenire, non solo è possibile per la coscienza ricordare la casa in cui l’individuo aveva vissuto, ma è anche possibile che essa tenti la comunicazione con quei membri della famiglia rimasti, come se quegli esseri fossero effettivamente presenti. I limiti dello stato del bardo, tuttavia, non consentono una comunicazione reale. Vi è l’apparizione della casa e della famiglia, ma ogni tentativo di comunicazione si rivela inefficace, poiché è interamente la proiezione del corpo mentale.
È anche possibile che la coscienza che sperimenta il bardo percepisca altri che parlano della sua morte. In ogni caso, a un certo punto sorge una sorta di consapevolezza che la morte è avvenuta. Quando la consapevolezza della morte diventa cosciente, è troppo da accettare per la mente, e si produce nuovamente una sorta di shock o trauma. La mente può nuovamente oscurarsi temporaneamente; quando in seguito si risveglia, un’altra esperienza del bardo del divenire prende il sopravvento.
È in effetti del tutto possibile che vi sia un attaccamento ricordato da una vita precedente, verso la ricchezza, i possessi o qualcosa di simile. Simili immagini affiorano nel bardo mentre i recenti attaccamenti sono ancora freschi nella mente. La coscienza può anche percepire che la ricchezza o i possessi recenti vengono presi o divisi tra altre persone. Essendo incapaci di riconquistarli, sorge un sentimento di dolore e sofferenza che può costituire un vero impedimento all’aspirazione ispirata dalla pratica dello yidam. Da un lato, l’individuo può aspirare sinceramente a ottenere un reame di pura esperienza attraverso la trasformazione, mentre, dall’altro lato, può trattenersi a causa del rimpianto di tutto ciò che è stato lasciato alle spalle.
Con la mente che cerca ancora di ricatturare ciò che è accaduto prima, l’esperienza può prendere pieghe molto strane. La mente può percepire, per esempio, una persona amata che chiama: “Non te ne andare, torna indietro!” Questa è solo una proiezione dell’attaccamento a una persona o a una situazione; sebbene lo si desideri, nulla può essere recuperato. Così, anziché aspirare completamente, si può continuare a guardarsi indietro. Questo può rivelarsi un problema reale, un ostacolo molto grande nel realizzare una trasformazione completa.
Il bardo del divenire, questo intervallo in cui qualsiasi cosa può (e generalmente accade) accadere, ha una fase iniziale e una fase posteriore. La fase iniziale è più connessa con le impressioni della vita recente, o dello stato di esistenza immediatamente precedente, poiché queste impressioni sono le più fresche nella mente. Esse giocano un ruolo dominante nei tipi di impressioni e di esperienze che il corpo mentale possiede. Di tanto in tanto nel corso di questa fase, si verificano situazioni in cui la mente dell’individuo defunto comprende che la morte è avvenuta, producendo nuovamente il torpore dello shock traumatico.
La fase posteriore del bardo del divenire ha inizio quando le impronte della precedente esistenza cominciano a svanire. L’attaccamento al passato non è più l’oggetto del ricordo cosciente; la mente comincia a dimenticare. Ciò che prende il sopravvento in questo momento sono le impronte connesse con il futuro destino e il forgiare qualunque rinascita fisica che la mente assumerà successivamente. Le impronte della fase posteriore, e il modo in cui la mente percepisce, tendono a essere condizionate da tendenze della maturazione karmica che guidano un individuo verso uno stato di rinascita in una situazione particolare.
La quantità di tempo tradizionalmente accettata per l’intero processo di stati intermedi tra la morte e la rinascita si ritiene sia all’incirca di quarantanove giorni. Può essere più lunga o più breve, ma questo è il riferimento standard per la quantità di tempo trascorsa dalla coscienza disincarnata nei tre bardo.
L’inevitabilità della rinascita e l’opportunità umana
Se la liberazione non è stata ottenuta, allora a un certo momento (indipendentemente dalla durata dei bardo) la mente sarà spinta dalle forze della maturazione karmica verso uno stato di rinascita. Le circostanze di tutte le rinascite saranno individuali, poiché questo è il processo del samsāra. Il termine samsāra implica “un incessante girare in tondo”, riferendosi allo stato ciclico di nascita e morte, da una forma a un’altra, da un reame a un altro. Non è un ciclo nel senso di tornare nello stesso luogo ogni volta; piuttosto, suggerisce il muoversi continuamente da uno stato di esistenza limitata a un altro, con le esperienze della coscienza prima di corpo del bardo che colmano il divario tra le rinascite. Il processo è quello della mente che sperimenta uno stato dopo l’altro, e/o un reame dopo l’altro, con varie accumulazioni karmiche successive. Finché l’individuo non raggiunge la Buddhità, il processo è infinito. Il samsāra non si esaurisce di propria iniziativa. Non esaurisce i corpi, né esaurisce le possibilità di consapevolezza confusa. Va avanti, e avanti, e avanti, rinnovandosi continuamente mentre si esaurisce.
Soltanto un contesto fornisce l’opportunità di trascendere tutta questa incessante sofferenza e di uscire dall’intero circolo vizioso. Questa è l’opportunità della preziosa esistenza umana. Ciò che è più significativo nell’avere una tale esistenza è la maturazione karmica che consenta di incontrare gli insegnamenti spirituali, di provare interesse per essi e di sviluppare la fede e la fiducia per metterli in pratica. Quando tali opportunità vengono attivate, l’individuo può compiere effettivamente i passi necessari per liberarsi dal ciclo infinito e implacabile delle rinascite.
Tradotto da GENTLY WHlSPERED -Oral Teachings by the very venerable Kalu Rinpoche






