Nalanda: perché questo nome?

Nel cuore dell’attuale stato del Bihar, in India, giacciono le maestose rovine di mattoni rossi di quella che fu, per oltre sette secoli, la più prestigiosa istituzione accademica del mondo antico: l’Università di Nalanda. Fondata nel V secolo d.C. sotto il patrocinio dell’Impero Gupta, Nalanda non fu solo un monastero (mahavihara), ma la prima università residenziale della storia, un centro cosmopolita dove la ricerca spirituale si intrecciava con il rigore scientifico e filosofico.

Il nome stesso, Nalanda, evoca una missione profonda. Secondo una delle interpretazioni etimologiche più accreditate, deriva dalla combinazione delle parole sanscrite na-alam-da, che letteralmente significa “colui che non smette mai di dare” (riferito alla conoscenza). Un’altra interpretazione lega il nome a nalam (loto, simbolo della conoscenza) e da (dare). In entrambi i casi, l’essenza del luogo era la generosità intellettuale e spirituale.

Un modello accademico rivoluzionario

Al culmine del suo splendore, tra il VI e il IX secolo, Nalanda ospitava circa 10.000 studenti e 2.000 insegnanti provenienti da ogni angolo dell’Asia: Cina, Corea, Giappone, Tibet, Mongolia, Turchia e Asia Centrale. La struttura era una meraviglia architettonica e logistica, composta da dieci templi, otto complessi monastici e una biblioteca leggendaria chiamata Dharmaganja (Mercato della Dottrina), suddivisa in tre grandi edifici multipiano dai nomi evocativi: Ratnasagara (Oceano di Gioielli), Ratnodadhi (Mare di Gioielli) e Ratnaranjaka (Adornato di Gioielli).

L’accesso a Nalanda era estremamente selettivo. I candidati dovevano superare un esame orale ai cancelli dell’università, presieduti dai “Guardiani della Porta” (Dvarapala), che erano in realtà eruditi di altissimo livello. Solo il 20-30% degli aspiranti riusciva a entrare. Una volta ammessi, l’istruzione era completamente gratuita, finanziata dalle rendite di oltre cento villaggi donati dai sovrani.

Il curriculum, oltre il Buddhismo

Sebbene Nalanda fosse un centro di studi buddhisti — dove la filosofia Madhyamaka e Yogacara raggiunsero vette insuperate — il curriculum era sorprendentemente vasto e laico. Gli studenti approfondivano:

  • Logica (Hetuvidya): lo studio del ragionamento corretto.
  • Grammatica (Shabdavidya): basata sulle opere di Panini.
  • Medicina (Chikitsavidya): l’Ayurveda e la farmacopea.
  • Astronomia e matematica: dove già si discuteva della sfericità della Terra e del concetto di zero.
  • Veda e filosofia Indù: per favorire il dibattito interreligioso e la dialettica.

Questa apertura mentale favorì la nascita della bodhicitta, l’intenzione altruistica di raggiungere l’illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri. Nalanda non formava solo monaci, ma pensatori universali. Grandi maestri come Nagarjuna, Aryadeva, Dharmakirti e Shantideva camminarono tra i suoi chiostri, scrivendo testi che ancora oggi formano la spina dorsale del pensiero filosofico asiatico.

Il tramonto e l’eredità

La fine di Nalanda giunse nel 1193 per mano dell’invasore turco-afghano Bakhtiyar Khalji. La leggenda narra che la biblioteca fosse così vasta che bruciò per tre mesi interi, oscurando il cielo con il fumo dei manoscritti in fiamme. La distruzione di Nalanda segnò il declino del Buddhismo in India, ma il seme della sua conoscenza era già stato piantato altrove.

Pellegrini e studiosi come il monaco cinese Xuanzang avevano già portato in Cina e in Tibet centinaia di testi tradotti dal sanscrito. Grazie a questo immenso sforzo di traduzione, l’eredità di Nalanda sopravvisse nelle tradizioni del Buddhismo Tibetano (che si considera l’erede diretto della “Tradizione di Nalanda”) e in tutto l’Estremo Oriente.

Perché ci chiamiamo così

Il nome scelto da Nalanda Edizioni non è un semplice omaggio storico, ma una dichiarazione d’intenti che riflette i valori dell’antica istituzione.

La trasmissione della conoscenza

Così come l’antica università fungeva da ponte tra le diverse culture dell’Asia attraverso la traduzione e la conservazione dei testi, Nalanda Edizioni si pone l’obiettivo di rendere accessibile la saggezza millenaria dell’Oriente al pubblico contemporaneo. Il libro è visto come il “veicolo” moderno che continua l’opera dei monaci amanuensi di un tempo.

Rigore e profondità

Nalanda era nota per il suo dibattito logico serrato. La casa editrice adotta questo spirito selezionando opere che non siano solo divulgative, ma che mantengano un alto rigore scientifico e filosofico. Scegliere questo nome significa impegnarsi a pubblicare testi che stimolino la riflessione critica e la crescita interiore, proprio come accadeva nelle aule del Bihar.

La bodhicitta editoriale

Il concetto di bodhicitta — centrale negli insegnamenti di Nalanda — impregna la filosofia della casa editrice. L’atto di pubblicare non è visto solo come un’attività commerciale, ma come un servizio rivolto al benessere della società. Diffondere strumenti per la meditazione, la consapevolezza e la comprensione della mente è un modo per onorare il significato del nome: “colei che non smette mai di dare”.

Il legame con la tradizione vivente

Poiché la tradizione di Nalanda è sopravvissuta principalmente in Tibet, la casa editrice dedica particolare attenzione ai testi dei grandi maestri di questa stirpe, fungendo da custode moderno di un lignaggio che rischiava di scomparire con la distruzione del 1193.

In sintesi, Nalanda Edizioni si chiama così perché aspira a essere un piccolo frammento di quell’Oceano di Gioielli, offrendo alle lettrici e ai lettori moderni, ai praticanti e alle praticanti le chiavi per accedere a una saggezza che non conosce tempo né confini geografici.

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