Quando la percezione diretta di un oggetto non è errata si parla di cognizione valida. In sanscrito il termine è pramana (Skt. pra mah na; T. tsema), ed è utilizzato sia nell’epistemologia buddhista sia in quella non buddhista. In genere, le scuole non buddhiste usano questo termine per indicare due cose: sia lo strumento per ottenere la conoscenza di un oggetto sia la conoscenza stessa.
Per le scuole buddhiste, pramana si riferisce alla conoscenza stessa, è una cognizione non ingannevole. Dharmakirti e Dignaga affermano che una coscienza è valida e corretta solo se non ingannevole; in questo caso quella coscienza è pramana. Nella sua Goccia del ragionamento (Nyayabindu), Dharmakirti afferma inoltre che la cognizione valida è un prerequisito alla realizzazione di tutti gli scopi umani. Tutte le strade per l’illuminazione devono attraversare la soglia della cognizione valida, questo è ciò che afferma Dharmakirti. Non è di alcuna utilità cercare appagamento e felicità in qualsiasi cosa se proviene da una mente errata, perché prima o poi diventerà sofferenza. Senza pramana, potremmo essere alla ricerca di un gelato al cioccolato e ritrovarci con un peperoncino in mano. Naturalmente, Dharmakirti si riferisce a livelli molto più profondi di cognizione erronea, come considerare gli altri senza la lente dell’interesse personale e vedere i fenomeni senza la distorsione dell’esistenza personale.
Sul piano del buon senso, possiamo tutti riconoscere questa verità
Le disgrazie a volte sembrano arrivare “all’improvviso”. Generalmente però quando si soffre riusciamo a identificare gli sbagli che, in qualche modo, abbiamo commesso lungo il percorso. Commettiamo errori fisici, come non guardare dove mettiamo i piedi, o errori verbali, come parlare senza considerare i sentimenti altrui, ma gli errori più importanti si commettono con la mente. L’insegnamento buddhista citato più spesso afferma che la radice di tutti i nostri problemi è l’ignoranza e che è questa la mente errata fondamentale. Non si tratta di una mente dispersa nel nulla o di una mente che semplicemente non sa, ma di una mente attiva che misconosce, fraintende. Pertanto, è fondamentale comprendere e sviluppare menti valide eliminando quelle errate. Una mente valida distingue correttamente tra oggetti esistenti e non esistenti, sa che le corna di un coniglio non esistono e che il tavolo di fronte a noi esiste davvero.
Pramana è un termine tecnico sanscrito ben preciso. Anche se non ho studiato in modo approfondito il sanscrito, cercherò di spiegarlo brevemente. Le parole sanscrite possono essere suddivise in termini di base e suffissi o prefissi. Dal punto di vista grammaticale, pramana si suddivide in prama, il termine di base che significa “conoscenza-evento” e ana, il suffisso, che in questo caso è l’agente attivo che significa “per realizzare”. Sebbene pramana sia generalmente tradotto come cognizione valida, ha un significato più ampio. Il concetto occidentale di conoscenza implica qualcosa di duraturo. Nel Buddhismo, invece, la conoscenza non è statica ma momentanea e ciò si riflette sull’uso del termine attivo ana.
Come strumento di apprendimento, nei monasteri suddividiamo la parola in modo leggermente diverso, e cioè nelle sillabe pra e mana. Pra ha molti significati diversi a seconda del contesto: tra questi “eccellente”, “perfezione”, “primo” e “ex-novo”. Mana significa misurare, conoscere, riconoscere o apprendere. Quindi pramana significa letteralmente “conoscere alla perfezione”, “in modo eccellente” o “ex-novo”. Le diverse scuole interpretano questo concetto in modo diverso. Gli studiosi della scuola Prasangika Madhyamaka, per esempio, leggono pra come “primario” o “primo”. Questo perché se viene interpretato come “primo” o “ex-novo”, allora solo il primo momento di una mente può essere ritenuto valido, il che è limitante. Torneremo su questo punto più avanti.
Affinché la conoscenza non sia ingannevole, il risultato deve essere coerente con l’intenzione, quindi l’oggetto che stiamo cercando dev’essere determinato correttamente
Supponiamo di cercare il nostro amico Giovanni tra la folla. È alto, calvo, porta gli occhiali e crediamo di vederlo in lontananza. La coscienza ha percepito il suo oggetto. Avvicinandoci, però, ci accorgiamo che la sagoma che avevamo scambiato per Giovanni è in realtà un’altra persona. Tuttavia, proprio dietro di lei c’è Giovanni. Cercavamo Giovanni e l’abbiamo trovato, pertanto l’obiettivo e il risultato sono in accordo. L’effetto pratico non è stato ingannevole, però è avvenuto un inganno nell’intenzione, visto che il nostro oggetto reale è diverso dall’oggetto che avevamo percepito. Una cognizione valida può essere sia una percezione diretta sia un’inferenza. Le cognizioni valide inferenziali saranno discusse in seguito. Perché entrambe le coscienze siano una cognizione valida, è necessario che non siano ingannevoli in due modi: in termini di effetto pratico (si vuole A e si ottiene A) e in termini di capacità di catturare l’oggetto in modo accurato.
Questo significa che la cognizione è qualcosa di più che il semplice ottenere le cose giuste, ma è ottenere le cose giuste intenzionalmente. La coscienza visiva guarda il tavolo, la mente lo apprende e non c’è incongruenza tra l’intenzione e l’effetto pratico. Tuttavia, non c’è una cognizione valida tra la coscienza visiva che vede Davide e la mente che lo scambia per Giovanni, poiché l’intenzione e il risultato pratico non sono in accordo.
Come accennato, se diamo alla prima sillaba di pramana il significato di nuovo, allora una cognizione valida deve conoscere il suo oggetto ex-novo. Dharmakirti afferma infatti: “rispetto a ciò, una cognizione valida può essere soltanto quella che vede per la prima volta un oggetto singolare”. Questo elemento di novità è molto importante. Un evento mentale che reitera informazioni precedenti può essere comunque di beneficio e rivelare informazioni corrette tuttavia, poiché si tratta di una ripetizione di una coscienza precedente, priva di informazioni nuove, tecnicamente non può ritenersi una cognizione valida. Se non aggiunge nulla di nuovo al processo cognitivo in termini di cognizione è irrilevante.
Per esempio, secondo la maggior parte dell’epistemologia buddhista, la memoria non è una coscienza valida, perché è una mera ripetizione concettuale di una precedente conoscenza
Non c’è l’esposizione diretta a un oggetto o a un evento che ne garantisca la validità e quindi, per quanto possa essere chiaro e corretto, il nostro ricordo esiste solo come un artificio della mente. Una mente non ingannevole deve cogliere l’oggetto ex-novo, pertanto la memoria non potrà mai essere non ingannevole. Gendun Drub ha scritto molti commentari su Dharmakirti, ed è tra coloro che sostengono che il pra di pramana significhi inequivocabilmente “nuovo”, quindi se una cognizione non rivela nuove informazioni, non è una cognizione valida.
Questo punto di vista è molto diffuso, ma può portare a delle complicazioni. Khedrup Je, uno dei due principali discepoli di Lama Tsongkhapa, era in disaccordo con questa opinione diffusa, sostenendo che la novità in realtà non è un prerequisito per la validità. Infatti, egli definì la cognizione valida come “la cognizione che è non ingannevole rispetto all’oggetto che essa [la cognizione] realizza mediante il proprio potere”.
Che cosa significa mediante il proprio potere? Significa in assenza di aiuto da parte di un’altra coscienza
Alcuni maestri affermano che questo implica una nuova apprensione, poiché il secondo momento di apprendimento dell’oggetto dipende dal primo momento. Questo non si riferisce al modo generale in cui ogni momento di coscienza dipende sempre dal precedente, ma al modo specifico in cui le cognizioni susseguenti dello stesso oggetto diventano opache, perdendo il potere del momento iniziale. Qui non si parla di menti concettuali che nascono immediatamente dopo ogni percezione, ma della stessa grezza percezione diretta, nel suo secondo momento o in quelli successivi. A
ltri maestri ritengono che il secondo momento di percezione sia ancora valido, ma che si differenzi dai momenti successivi di apprensione mentale: le concezioni sull’oggetto. Per questi maestri l’idea di “ex-novo” esclude soltanto le concezioni e non le percezioni successive. Se la definizione di cognizione valida è una mente che apprende un oggetto “mediante il proprio potere”, allora i secondi momenti e i successivi possono essere ancora nuovi se l’apprensione è libera da altre menti, in particolare dalle sovrapposizioni concettuali.
Tratto da La psicologia buddhista, terzo volume della collana di Ghesce Tashi Tsering Le basi del pensiero buddhista






