La necessità di un’etica secolare

La necessità di un’etica secolare

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Tratto da La saggezza della compassione

Se volgiamo uno sguardo alla società moderna, ci rendiamo conto di quanti siano i problemi che dobbiamo costantemente affrontare: la violenza, a livello di grandi e piccole comunità, in famiglia, nei rapporti interpersonali; le guerre; le calamità naturali. Molti di questi problemi derivano da nostri comportamenti: molte malattie, ad esempio, ci colpiscono per nostra responsabilità, dato che è dimostrato che l’eccesso di alcol, di fumo o di stress causa problemi fisici e nuove patologie. 

La maggior parte dei problemi nasce da un modo di pensare egoista, dall’eccessiva concentrazione su noi stessi e sul nostro ego e dalla discriminazione che operiamo nei confronti degli altri quando pensiamo che la nostra felicità sia più importante della loro, che i nostri problemi siano più seri dei loro.

Questa mentalità ristretta, il cui unico interesse è ottenere immediatamente una piccolissima soddisfazione, ci spinge a usare il nostro prossimo, a sopraffarlo, a fare del male, a diventare aggressivi e litigiosi perché pensiamo che la felicità e i bisogni degli altri siano secondari rispetto ai nostri. 

Io credo, invece, che dovremmo imparare a relazionarci a un livello più profondo, considerando per prima cosa che siamo tutti esseri umani e che le differenze esteriori non contano. Dovremmo pensare che anche le persone che consideriamo causa dei nostri problemi sono esattamente come noi, e che – proprio come noi – vogliono essere felici e non soffrire; dovremmo prendere atto che qui, sul nostro pianeta, siamo tutti uguali. Ragionando in questo modo, le differenze superficiali che provocano i diversi conflitti diventano insignificanti e inutili. 

Perché è necessaria un’etica secolare

È importante acquisire una visione del mondo più olistica, sentirci membri di una comunità globale composta di sette miliardi di individui, organizzata in diverse nazioni, ciascuna delle quali ha le sue società e piccole comunità, le sue città, i paesi, le famiglie e gli individui. L’umanità è formata da ogni singola persona, da ciascuno di noi, e tutti noi dobbiamo sentirci responsabili verso la comunità globale. La nostra felicità individuale dipende da quella globale, dato che siamo parte integrante di questo mondo, ma anche la vita del prossimo, e dell’intera società, dipende da noi e da ciò che facciamo. Tutti noi abbiamo la capacità e la responsabilità di pensare e agire con un’attitudine lungimirante, aperta, non resa miope dalla fretta e dall’egoismo ma capace di cogliere la realtà nella sua globalità.

A livello umano non sussiste alcuna differenza fra noi e gli altri, neppure coloro che normalmente consideriamo nostri nemici

Quando io parlo o incontro le persone, siano una o centomila poco importa, mi considero esattamente come ciascuno di loro, e considero gli altri uguali a me. So che sto parlando con altri esseri umani, altre persone come me, che provano le mie stesse emozioni e che vivono su questo pianeta esattamente come faccio io.

Se invece pensassi che io sono qualcosa di diverso dagli altri, che gli altri hanno o non hanno determinate caratteristiche, che io sono buddhista, che sono il Dalai Lama, e ancor più che sono il Grande XIV Dalai Lama, immediatamente creerei un divario fra me e gli altri, e il risultato sarebbe che isolerei me stesso. Dare troppa enfasi al fatto di essere il Dalai Lama mi creerebbe problemi, mi farebbe sentire prigioniero e, automaticamente, sentendomi separato dagli altri avrei più ansia dentro di me. Avendo più ansia, avrei più problemi. Soltanto applicando questo ragionamento riguardo al sentirsi tutti uguali possiamo eliminare le ansie e le false discriminazioni che generano differenze, separazioni e distanze. 

Pensare all’uguaglianza universale è il primo livello di addestramento del pensiero, che io chiamo anche “primo livello di pratica dell’etica secolare”, o dei valori universali.

Se riusciamo a considerarci tutti esseri umani uguali, tutti fratelli e sorelle, membri della stessa famiglia umana, allora anche l’amore e l’affetto che proviamo saranno imparziali e genuini, senza barriere. Pensare: “questo è il mio popolo, la mia gente, la mia comunità” è indice di un affetto completamente limitato, contaminato dall’attaccamento, sostenuto da un pensiero egoista che non ha niente a che fare con una più vasta visione di valori universali e con l’etica secolare. A questo primo livello, invece, impariamo a considerare persino il nostro nemico come una persona uguale a noi, un essere umano che vuole essere felice, che non vuole soffrire, un membro della stessa comunità a cui apparteniamo noi e a cui dobbiamo estendere l’affetto e l’amore. 

Ovviamente, pensando in termini convenzionali, una persona può continuare a essere un mio nemico, e posso trovarmi nella condizione di dover fare qualcosa per contrastarlo o fermarlo, ma in questo caso non lo farò più spinto dalla rabbia e dall’odio. Se considero la persona che ho di fronte come un essere umano uguale a me, mi sarà impossibile ucciderlo, sopraffarlo o fargli del male solamente perché lo ritengo un nemico. Affetto e compassione vanno coltivati sulla base di valori universali, attraverso un’etica secolare, non basandosi su dogmi religiosi.

Mi rendo conto che, in Occidente, il termine “secolare” può essere interpretato come sinonimo di “ateo”, o come qualcosa di contrario alla religione, ma quando parlo di etica secolare io faccio riferimento all’etica così come viene praticata in India, ovvero in una società formata da una grande varietà di razze, culture e religioni che convivono insieme da tremila anni. 

Etica secolare significa avere rispetto per tutte le religioni, e anche per coloro che non sono religiosi

In India, ad esempio, esistono già da tremila anni correnti filosofiche completamente materialiste che non credono nell’esistenza delle vite future e nella realtà spirituale in generale; i dibattiti tra le diverse correnti filosofiche sono accesi, ma anche per i pensatori che aderiscono a queste idee materialiste sono pienamente rispettati, e vengono chiamati rishi, ovvero “saggi”, circostanza che testimonia quanto è grande la considerazione anche nei confronti di chi non è credente.

Io sono convinto che l’etica debba basarsi sul secolarismo anche a un livello più vasto, globale, perché deve abbracciare tutti. Se releghiamo l’etica all’ambito della religione, che cosa facciamo per coloro che non sono religiosi? Ho letto dei sondaggi in cui si sostiene che, su sette miliardi di esseri umani, almeno un miliardo non è credente: se noi dovessimo sviluppare e adottare un’etica universale, di beneficio per tutti, basata sulle religioni, cosa faremmo per quelli che non aderiscono a nessun credo? Dovremmo escluderli? È evidente che un’etica fondata esclusivamente sulle religioni non basta: essa deve essere necessariamente secolare, legata a valori universali. 

Qualche anno fa ho avviato un dialogo con scienziati e accademici che si occupano di educazione, con l’obiettivo di elaborare un buon metodo di istruzione basato sull’etica secolare e di riflettere su come integrare tale metodo nel percorso scolastico contemporaneo, cominciando dall’asilo fino all’università. Lo scopo principale di questo nuovo curriculum di studi, basato sull’etica secolare e sui valori universali, è far crescere individui più pacifici, calmi e mentalmente felici; anche la società trarrà beneficio da questo, perché sarà influenzata da questa energia di pace. Sono convinto, infatti, che il modo migliore per essere felici sia praticare e sviluppare l’etica secolare e i valori universali.

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