Insegnamenti di Milarepa sulla natura della mente

Insegnamenti di Milarepa sulla natura della mente

Indice

Quelli che seguono sono gli insegnamenti dati da Garchen Rinpoche sulla natura della mente e sulla pratica della Mahāmudrā, basati sul dialogo tra il grande yogin tibetano Milarepa e la discepola Nyama Paldarbum. Il testo esplora la purezza originaria della mente — paragonata allo spazio e all’acqua limpida — e spiega come gli oscuramenti e le concettualizzazioni creino l’illusione del saṃsāra. Vengono inoltre trattati i metodi meditativi per dimorare nella non-concettualità e la via per purificare le afflizioni mentali.

A Milarepa fu chiesto da Nyama Paldarbum: «Qual è la natura della mente?». Milarepa rispose spiegando che la sua base dimora come lo spazio ed è sconfinata come il cielo, priva di centro o di margine. Lo scopo della pratica è realizzare i due tipi di bodhicitta. La nostra mente è come acqua fangosa, mentre la mente dei buddha è come acqua limpida. L’acqua limpida condivide la stessa natura dell’acqua fangosa; dobbiamo praticare per lasciare che il fango si decanti. Quando la mente è liberata dai concetti, è vuota, incontaminata e dimora come lo spazio. Questo è ciò che dobbiamo comprendere attraverso la nostra pratica. La base della mente è la stessa nei buddha e negli esseri senzienti: è limpida e non fabbricata, ma noi vi aggiungiamo artifici, proprio come aggiungiamo fango all’acqua.

La base dimora come lo spazio. I Buddha dimorano nel dharmakāya (corpo della realtà), mentre gli esseri senzienti sono come acqua fangosa e sperimentano la sofferenza. Tuttavia, esiste un sentiero per purificare le nostre oscurazioni mentali. Questa pratica consiste nel dimorare nel momento in cui i pensieri passati sono cessati e quelli futuri non sono ancora sorti. Questo stato è completezza, un’apertura vasta. Non vi è alcun afferrarsi ai pensieri mentre sorgono e, anche quando emergono, non possono arrecare alcun danno, poiché semplicemente cessano. Dunque, dovremmo dimorare in quello stato.

Che cosa significa, rispetto alla mente, artefatta o fabbricata? Osservate la mente: chi riconosce i pensieri è la nostra stessa consapevolezza, la nostra coscienza vigile (vidyā). Nel momento in cui i pensieri sorgono, si dissolvono immediatamente. Questa è la grande apertura. Tuttavia, se inseguiamo i nostri pensieri, la mente si oscura e diviene artefatta o fabbricata. Non appena ci aggrappiamo a un pensiero come la rabbia, la mente si oscura. Perciò dovremmo dimorare in uno stato di consapevolezza vigile, di presenza mentale (smṛti). Allora sapremo riconoscere immediatamente i pensieri nel momento in cui sorgono, senza afferrarvisi. Poiché la causa non è artefatta, altrettanto lo sarà il risultato e la nostra mente sarà purificata. Questo è lo stato non artefatto della Mahāmudrā (Grande sigillo).

Il significato della Mahāmudrā e la natura della mente

Che cosa significa Mahāmudrā? La prima parola è chag, che rappresenta le qualità insuperabili del Buddha. Dove si trova il Buddha? Non potete trovarlo all’esterno, ma solo all’interno: è l’unità di chiarezza e vuoto della mente. A questa mente diamo il nome di Buddha. Chag significa devozione alla mia mente, che possiede la natura di Buddha. Gya chenpo significa vasta e priva di centro o di margine. Deve essere vista direttamente per se stessi; è inesprimibile, come una persona muta che mangia della melassa. La natura della mente non può essere espressa. Gya chenpo significa che essa abbraccia tutti i fenomeni del saṃsāra e del nirvāṇa. Vi sono infiniti buddha e esseri senzienti. Se consideriamo anche solo questo sistema di mondi, i granelli di polvere in esso contenuti sono innumerevoli. Tutto ciò è unicamente mente.

La mente sorge dal vuoto e nel vuoto si dissolve, proprio come l’acqua che gela trasformandosi in ghiaccio e torna a sciogliersi. Avendo realizzato il significato della Mahāmudrā, ci si libera dal saṃsāra. Tutti i fenomeni sono vuoti di natura propria (svabhāva). Realizzando questo, non ci si aggrappa ad essi; non ci si aggrappa al ghiaccio che si scioglie, comprendendo che non è altro che acqua. Tutti i fenomeni sono vuoti di natura propria e dimorano esattamente come lo spazio. Quando si è realizzata la natura della mente, ci si libera dal saṃsāra.

Allora Nyama Paldarbum chiese a Milarepa: “«”Che cosa appare nella tua mente?”. Milarepa usò l’analogia del sole che splende in un cielo senza nuvole. Lei poi domandò: “«”Quando mediti, qual è il risultato ultimo?”. Lui rispose che si vede come tutti i fenomeni del saṃsāra siano privi di realtà intrinseca e che non ci si aggrappa né al saṃsāra né al nirvāṇa. In quello stato di non-distrazione non vi è alcun punto di riferimento. La visione è priva di speranza e di timore; l’unico desiderio è che tutti gli esseri possano conseguire la buddhità. Non vi è timore della sofferenza, poiché tutti i fenomeni sono visti come vuoti.

Milarepa domandò dunque a Nyama Paldarbum: “«”Desideri questa pratica?” e lei fece sorgere devozione verso Milarepa e gli chiese di essere il suo maestro.

Prepararsi alla morte e praticare il Dharma

Gli esseri mondani non sono consapevoli dei difetti delle azioni non virtuose e ignorano i benefici di quelle virtuose. Vedono ciò che conduce alla sofferenza come desiderabile e ciò che conduce alla felicità come indesiderabile. Questa è una visione errata, simile a una giornata nuvolosa in cui non si può vedere il sole splendere, o a un inverno nevoso in cui non si possono scorgere i fiori in un prato. Analogamente, la mente è oscurata e non possiamo vederla.

Nyama Paldarbum confessò le proprie colpe e disse: “«”A causa delle azioni malvagie compiute nelle vite precedenti, sono nata come una ragazza che non vale più di una serva. Non ho mai rivolto un pensiero all’impermanenza e alla morte. Perciò ora mi preparerò alla morte e diverrò vostra discepola”.

Milarepa rispose: “Ti insegnerò il Dharma, ma è difficile. Se lodata, divieni orgogliosa; se criticata, ti arrabbi. Tuttavia, poiché me lo chiedi, ti istruirò”. Il messaggio è dunque di non dedicare così tanto tempo a truccarsi e a ripulirsi, bensì di purificare la propria mente. Milarepa disse di non rivolgere la mente agli amici del saṃsāra, ma di volgerla al maestro; di non fissarsi su questa vita curando il proprio corpo e di essere generosi con i propri beni anziché avari. Quando si è giovani è difficile praticare il Dharma: i giovani sono come splendidi pavoni, orgogliosi del loro aspetto e riluttanti alla pratica. Con tale orgoglio, amore e compassione non possono sorgere. Dobbiamo applicare un antidoto all’orgoglio e questo antidoto è la devozione. Nyama rispose: “Ti prego, non sgridarmi. Desidero davvero praticare il Dharma, ma non ne ho mai avuto l’occasione”.

Milarepa rispose: “Forse non avrai tempo per praticare, ma avrai tempo per morire? Questa vita è brevissima rispetto a tutte le tue vite future. Devi prepararti per tutte le vite future. Sai di cosa ti nutrirai allora?”. La preparazione per le vite future è la generosità in questa vita presente; l’avarizia è il tuo vero nemico e dovresti eliminarla. Solitamente pensiamo solo a noi stessi e, di conseguenza, rinasciamo come spiriti famelici (preta). Dobbiamo quindi praticare la generosità in vista delle vite future.

In questa vita vi sono la luce del sole e della luna, ma nel bardo non ve n’è alcuna. Meditate sulla luminosità come preparazione al bardo. Alcuni potrebbero pensare di non avere nulla da dare, ma non è così: se si possiede molto, si dovrebbe donare molto; ma se non si ha nulla, si può offrire la protezione della vita e donare il Dharma recitando oṃ maṇi padme hūṃ. La ruota di preghiera che faccio girare continuamente gira in preghiera per tutti gli esseri senzienti. Dunque, si può sempre donare.

Quando passeremo alla vita successiva, non porteremo con noi né compagnia né amici. Chi porteremo quando entreremo soli nel bardo? Quando pratichiamo la divinità (yidam), la divinità ci accompagnerà nel bardo. Coloro che ci ostacoleranno saranno le persone a noi care in questa vita: creano problemi quando siamo in vita e non possono aiutarci quando siamo morti. Certamente dobbiamo essere gentili con loro, ma solo la divinità dello yidam su cui abbiamo meditato ci accompagnerà nel bardo.

La meditazione sulla divinità e la natura della mente

La meditazione sulla divinità dello yidam ci offre benefici anche in questa vita. Ricevo molte richieste riguardo ai problemi delle persone e dico sempre loro di meditare su Tārā. Quando la mente soffre, è oscurata dall’afferrarsi al sé; in quel momento dobbiamo visualizzare lo yidam limpido come un’immagine allo specchio. Se lo facciamo, la nostra mente diverrà chiara e pura. Se recitate il mantra senza amore e compassione, vi sarà comunque qualche beneficio; ma dovremmo trasformarci completamente nella divinità, includendo il suo amore e la sua compassione. Facendolo, vi saranno grandi benefici sia per questa vita sia per le esistenze future.

La vita futura sembra molto lontana. Come dovremmo prepararci? Dobbiamo affrontarla con diligenza. Quando abbiamo un momento libero, dovremmo praticare o visualizzare la divinità. È come una lampada al burro: quando il burro si esaurisce, non brucia più. Se pratichiamo, quando il nostro karma si esaurirà, non soffriremo, ma andremo nella terra pura. Dobbiamo perciò montare in sella alla diligenza.

Il nemico della diligenza è la pigrizia, che ci danneggia persino in questa vita. Se non pratichiamo oggi, che cosa faremo domani quando moriremo? Dopo che Milarepa ebbe parlato, Nyama rifletté e disse: “Non mi sono preparata affatto per la mia prossima vita. D’ora in poi devo impegnarmi nella pratica del Dharma”.

Milarepa disse: “Se pratichi non hai bisogno di abbandonare la tua famiglia, ma devi meditare in ogni momento. Non hai bisogno di andare in ritiro sulle montagne; facendo così, puoi rimanere con i tuoi cari”. Nyama domandò allora: “Come dovrei meditare?”. Milarepa rispose: “Lascia semplicemente riposare la mente e osservala, senza centro né confine”.

Un’analogia per la natura della mente è il cielo: quando si vede la mente così com’è, senza confini o centro, si comprende che dimora proprio come lo spazio. Una seconda analogia è data dal sole e dalla luna: essa può essere oscurata dalle emozioni afflittive (kleśa), proprio come il sole e la luna nascosti dalle nuvole. Ma quando siamo vigili e consapevoli, qualunque emozione afflittiva sorga viene eliminata nel suo stesso luogo. È come vedere un fiore bellissimo: senza consapevolezza si desidera coglierlo, mentre con la consapevolezza si realizza che è solo un’illusione. Perciò la mente è come un sole che illumina sempre, anche se può essere temporaneamente nascosto.

Se la mente è il buddha, perché abbiamo bisogno di meditare? Poiché dobbiamo sviluppare uno stato di chiarezza in cui siamo costantemente vigili e consapevoli. In tal modo, se sorgono le emozioni afflittive, esse non possono arrecarci danno. Vi sono quattro oscurazioni mentali: la prima è non vedere la mente così com’è. Di conseguenza sorgono le emozioni afflittive e, da esse, si generano le azioni karmiche, le quali producono impronte karmiche. Queste impronte danno origine al nostro corpo temporaneo, che cessa quando il karma si esaurisce. Queste sono le quattro oscurazioni.

Sentiamo spesso dire che la radice della sofferenza sono le nostre emozioni afflittive, ma non sappiamo come eliminarle. Per farlo dobbiamo meditare. Per realizzare la visione, dobbiamo abituare la mente ad essa. Come principianti, la ragione per cui non riusciamo a eliminare le emozioni afflittive risiede nella piccolezza della nostra saggezza. La saggezza primordiale, o jnana, è sempre presente e realizza tutte le cose così come sono. Noi la possediamo ma è come una minuscola fiammella: non ha la forza di bruciare le nostre emozioni afflittive. Tuttavia, man mano che si sviluppa, avrà la forza di consumare i nostri concetti ed emozioni. Questa è la meditazione che Milarepa insegnava. Egli era noto per affrontare tutti i demoni e gli ostacoli poiché, grazie alla sua intensa meditazione, non si aggrappava ad essi considerandoli reali.

Postura, ostacoli e insegnamenti spontanei

Milarepa spiegò come collocare la mente nella meditazione servendosi di tre analogie: la mente è come una montagna, la mente è come un oceano e la mente è come lo spazio. La montagna non può essere scossa dal vento: quando la mente è come una montagna, non sarà scossa dai concetti. Quando la mente è come un oceano, le sue profondità rimangono indisturbate per quanto vi siano onde sulla superficie. Il testo offre un’altra analogia: custodite la mente come si custodisce un gioiello da un ladro. L’ultima analogia è quella di non avere dubbi o interrogativi sul fatto che la mente sia fatta in questo o quel modo, esattamente come lo spazio non possiede qualità.

A Nyama Paldarbum furono quindi impartite le istruzioni sulla postura in sette punti di Vairocana. È importante che la spina dorsale sia dritta durante la meditazione, affinché i canali (nāḍī) e i venti (prāṇa) siano diritti; in questo modo si potranno muovere i venti nel canale centrale (susumnā). Vi sono anche istruzioni sulla mente che accompagnano questa disposizione della postura fisica. Nyama meditò in questo modo per un certo periodo, ma poi le sorsero dei dubbi. Usò esempi come i cespugli sulla montagna e le stelle attorno alla luna per rappresentare i piccoli concetti che emergono nella meditazione, e interrogò Milarepa in merito.

Milarepa rispose che quando si medita sulla mente come spazio, le nuvole sorgono, ma svaniscono semplicemente tornando nel cielo. Quando si medita sulla mente come montagna, non ci si deve aggrappare ai cespugli. Quando si medita sulla mente come oceano, le onde sembrano potenti, ma condividono la stessa natura dell’oceano e vi scompaiono nuovamente dentro. Analogamente, quando sorge un’emozione, se ne riconosci la natura essa si dissolverà di nuovo nella mente. A volte le emozioni o i sentimenti di beatitudine sorgono con grande intensità: quando sorge la rabbia, non parlare con rabbia; riconoscila semplicemente ed essa lentamente si rimpicciolirà. Un giorno sarai in grado di liberare le emozioni afflittive nel momento stesso in cui sorgono.

Praticando in questo modo, la giovane donna non si recò in ritiro sulle montagne né si rasò il capo; rimase una capofamiglia e fu in grado di conseguire il corpo arcobaleno (ja lus). Dovremmo perciò studiare la sua storia.

Un altro discepolo di Milarepa si chiamava Ngigum Repa. Ricevette l’appellativo di repa perché era realizzato nel tummō (lo yoga del calore interiore) e indossava solo una veste di cotone. Chiese a Milarepa come allenare la mente e Milarepa rispose: devi osservare la natura della mente. La sua essenza è non-elaborata come lo spazio, né esistente né non esistente. Non vi è nulla da compiere con essa, semplicemente dimora. È così che io pratico. L’essenza della mente è non-elaborata come lo spazio; quando la si lascia così com’è, si realizza la natura di tutti i fenomeni. Le cose continuano a sorgere, ma non ci si aggrappa ad esse e si comprende che non possono arrecarci danno. Realizzare tutti i fenomeni come vuoti è difficile: dobbiamo affidarci anzitutto allo studio, all’investigazione e alla lettura delle scritture. Dapprima ci si affida alla comprensione derivante dall’ascolto e si nutre ancora un senso di sé e dell’altro; ma quando si osserva la natura della mente, si realizza che essa non possiede alcuna esistenza vera. Allora si comprende che il nostro afferrarsi non ha fondamento.

Ciò risulta difficile da comprendere per i principianti. Quando si dice che una persona è vuota di natura propria, ti si darà dello stolto; ma quando comprendi la natura di una persona, comprendi la natura di tutti gli esseri. Se domandi se qualcuno sia una persona, ti risponderanno di sì; ma se chiedi se un cadavere sia una persona, ti diranno di no, poiché la mente è la persona. E tuttavia, se investigi la mente, che cos’è? Il Buddha afferma che è proprio come un sogno: quando andiamo a dormire, ci risvegliamo e diciamo che il sogno non era reale. Questa vita presente esiste esattamente come un sogno; dopo la morte, quando ci risveglieremo, saremo nello stato del bardo. Allora, se si è compreso che i fenomeni esteriori saranno tutti distrutti poiché sono fenomeni composti e impermanenti, e che anche i fenomeni interiori sono impermanenti, la mente si calmerà e troverà pace. Gli scienziati sanno che i fenomeni esteriori saranno distrutti, ma la mente non uscirà mai dall’esistenza.

Se si realizza che tutti i fenomeni sono impermanenti, non vi saranno né attaccamento né timore. Perciò Milarepa ha insegnato che non vi è alcuna differenza tra felicità e sofferenza. Quando non ci si aggrappa ai fenomeni, la mente rimane chiara e incontaminata. Quando lo si realizza, anche il desiderio di meditare scompare: la mente semplicemente rimane così com’è, dimorando come lo spazio. Si riconosce che la mente è la mente del buddha e si va oltre i pensieri di praticare o non praticare. Un esempio valido per tutti gli esseri senzienti in quanto buddha è l’acqua: quando viene usata per lavare i vestiti si sporca, ma sebbene sia sporca resta comunque acqua e può essere filtrata per tornare pura. Attraverso la pratica la nostra mente può essere purificata e ridiventare la mente del Buddha.

Quando qualcuno vi dice “io non sono buddhista e non ho bisogno di questo insegnamento”, spiegate loro che la visione buddhista sostiene semplicemente che il Buddha è intrinseco nella mente di tutti gli esseri senzienti. Se qualcuno dice “non posso raggiungere l’illuminazione”, ciò è impossibile, poiché la causa risiede nella mente di tutti gli esseri. Persino tutti i fenomeni esteriori sono buddha poiché sono vuoti.

L’insegnamento spontaneo sulle dieci perfezioni

Gli insegnamenti spontanei di Garchen Rinpoche sulle dieci pāramitā (perfezioni), basati sugli insegnamenti di Jetsun Milarepa, a Lapchi (Nepal) nel 2007, recitano:

Quando questo corpo muore, la mia mente non è morta. Continuerò a rimanere, pervadendo i cinque elementi. A parte abbandonare l’afferrarsi al sé, non vi è altra perfezione della generosità. A parte abbandonare l’inganno, non vi è altra perfezione della condotta etica. A parte il non temere la verità ultima, non vi è altra perfezione della pazienza. A parte il rimanere inseparabili dalla pratica, non vi è altra perfezione della diligenza. A parte il dimorare nello stato naturale, non vi è altra perfezione della concentrazione meditativa. A parte la realizzazione della natura della mente, non vi è altra perfezione della saggezza. A parte il praticare la virtù in qualunque cosa tu faccia, non vi è altra perfezione dei mezzi abili. A parte lo sconfiggere i quattro māra [ostacoli alla liberazione], non vi è altra perfezione del potere. A parte l’eliminazione delle afflizioni attraverso il potere della consapevolezza, non vi è altra perfezione della consapevolezza primordiale. A parte il compimento del duplice scopo, non vi è altra perfezione dell’aspirazione.

Figlio, dimora nella non-concettualità. Nella meditazione Śamatha non-concettuale non vi sono pensieri. Tuttavia, l’assenza di pensieri non è la qualità desiderata. “Dimorare nella non-concettualità” significa che nessun fenomeno all’interno del saṃsāra e del nirvāṇa trascende la Mahāmudrā.

Figlio, quando mediti sulla Mahāmudrā, non sforzarti nelle virtù del corpo e della parola. Figlio, non aggrapparti all’apparire di grandi segni e qualità: questa è la fonte della profezia di Māra. Figlio, dimora in uno stato privo di speranze. Figlio, dimora in uno stato privo dell’afferrarsi all’essere grandi. Quando realizzi la natura della mente, non desiderare poteri chiaroveggenti. Quando realizzi effettivamente il significato della Mahāmudrā, non devi farti prendere da questo pensiero: “Oh, questa è la Mahāmudrā, ora l’ho realizzata”. Devi liberarti di questa fissazione.

Supplico il Signore Milarepa, il Vajra che Ride.

Tradotto da Milarepa Teachings on the Nature of the Mind

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