In The Good Heart, Sua Santità il Dalai Lama offre una straordinaria prospettiva buddhista sugli insegnamenti di Gesù. Sua Santità commenta brani celebri tratti dai quattro Vangeli cristiani, tra cui il Discorso della Montagna, la parabola del granello di senape, la Risurrezione e altri ancora. Tracciando parallelismi tra Gesù e il Buddha — e le ricche tradizioni da cui provengono — il Dalai Lama esprime una profonda affermazione del sacro in tutte le religioni. Eccone un breve estratto.
Gesù proclamò: «Chi crede in me, non crede in me ma in Colui che mi ha mandato; chi vede me, vede Colui che mi ha mandato. Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno. Perché io non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa dire e di che cosa parlare. E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me». [Giovanni 12, 44–50]
Questi passi del Vangelo secondo Giovanni sembrano costituire una sezione cruciale della Bibbia. Leggendoli, la prima cosa che mi colpisce è la stretta somiglianza con un particolare brano delle scritture buddhiste in cui il Buddha afferma che chiunque veda il principio dell’interdipendenza vede il Dharma e chiunque veda il Dharma vede il Tathāgata, il Buddha. L’implicazione è che attraverso la comprensione della natura dell’interdipendenza, attraverso la comprensione del Dharma, si comprenderà la vera natura della buddhità. Un altro punto sollevato è che la semplice percezione visiva del corpo del Buddha non corrisponde all’effettivo vedere il Buddha. Per vedere realmente il Buddha, bisogna comprendere che il dharmakāya — il Corpo di Verità del Buddha — è la “talità”. Questo è ciò che significa vedere realmente il Buddha. Allo stesso modo, questi passi sottolineano che è attraverso la personificazione storica del Cristo che si sperimenta effettivamente il Padre che egli rappresenta. Cristo è la porta verso questo incontro con il Padre.
Ritroviamo anche la metafora della luce, un’immagine comune a tutte le grandi tradizioni religiose. Nel contesto buddhista, la luce è associata in particolare alla saggezza e alla conoscenza; l’oscurità è associata all’ignoranza e a uno stato di conoscenza errata. Ciò corrisponde ai due aspetti del sentiero: l’aspetto del metodo, che include pratiche come la compassione e la tolleranza, e l’aspetto della saggezza, o conoscenza, ovvero l’intuizione che penetra la natura della realtà. È l’aspetto della conoscenza, o saggezza, del sentiero a costituire il vero antidoto per dissipare l’ignoranza.
Poiché questo passo del Vangelo sembra anche sottolineare l’importanza della fede nella propria pratica spirituale, penso possa essere utile fornire qui una spiegazione di che cosa il Buddhismo intende per “fede”. La parola tibetana per fede è day-pa, che forse si avvicina di più nel significato a “fiducia” o “confidenza”. Nella tradizione buddhista, parliamo di tre diversi tipi di fede. Il primo è la fede sotto forma di ammirazione verso una particolare persona o un particolare stato dell’essere. Il secondo è la fede dell’aspirazione: c’è un senso di emulazione, si aspira a raggiungere quello stato dell’essere. Il terzo tipo è la fede della convinzione.
Credo che tutti e tre i tipi di fede possano essere spiegati anche nel contesto cristiano. Per esempio, un cristiano praticante, leggendo il Vangelo e riflettendo sulla vita di Gesù, può provare una fortissima devozione e ammirazione per lui. Questo è il primo livello di fede, la fede dell’ammirazione e della devozione. In seguito, rafforzando l’ammirazione e la fede, è possibile progredire verso il secondo livello, ovvero la fede dell’aspirazione. Nella tradizione buddhista, si aspirerebbe alla buddhità. Nel contesto cristiano forse non si usa lo stesso linguaggio, ma si può dire che si aspira a raggiungere la piena perfezione della natura divina, o l’unione con Dio. Poi, una volta sviluppato quel senso di aspirazione, si può maturare una profonda convinzione che sia possibile perfezionare un tale stato dell’essere. Questa è la fede del terzo livello. Penso che tutti questi livelli di fede sono ugualmente applicabili sia nel contesto buddhista sia in quello cristiano.
Nel Buddhismo troviamo una ripetuta enfasi sulla necessità sia della fede sia della ragione nel cammino spirituale. Nagarjuna, un maestro indiano del II secolo, afferma nel suo famoso testo, Una preziosa ghirlanda, che un aspirante spirituale necessita sia di fede sia di ragione, o fede e analisi. La fede conduce a uno stato superiore di esistenza, mentre la ragione e l’analisi conducono alla piena liberazione. Il punto cruciale è che la fede che si ha nel contesto della propria pratica spirituale deve essere fondata sulla ragione e sulla comprensione.
Per sviluppare una fede derivante dalla ragione o dalla comprensione, un aspirante spirituale principiante dovrebbe avere una mente aperta. In mancanza di un termine migliore, possiamo chiamarlo uno stato di sano scetticismo. Quando ci si trova in quello stato di apertura, si è in grado di ragionare e, attraverso il ragionamento, si può sviluppare una certa comprensione. Quando tale comprensione si rafforza, dà origine a una convinzione, a una credenza e alla fiducia in quell’oggetto. Allora quella fede, fiducia o confidenza sarà molto salda perché radicata nella ragione e nella comprensione. Per questo motivo, nelle stesse scritture del Buddha troviamo un ammonimento ai suoi seguaci affinché non accettino le sue parole semplicemente per devozione nei suoi confronti. Egli suggerisce che i suoi seguaci mettano alla prova tutte le sue parole, proprio come un orafo testa la qualità dell’oro attraverso procedure rigorose. Ed è solo come risultato della propria comprensione che si dovrebbe accettare la validità dei suoi insegnamenti.
In questo passo del Vangelo c’è un riferimento alla luce che dissipa le tenebre, immediatamente seguito da un riferimento alla salvezza. Per collegare queste due idee, direi che l’oscurità dell’ignoranza è dissipata dalla vera salvezza, lo stato di liberazione. In questo modo è possibile comprendere il significato di salvezza anche nel contesto cristiano.
Determinare l’esatta natura della salvezza è una questione complessa. Tra le varie scuole di pensiero religioso nell’antica India, c’erano molte tradizioni che accettavano una qualche forma della nozione di salvezza. La parola tibetana per salvezza è tharpa, che significa “rilascio” o “libertà”. Altre tradizioni non aderiscono a tali nozioni. Alcune scuole sostengono che le afflizioni della mente siano inerenti e intrinseche e facciano quindi parte della natura stessa della mente. Secondo loro, non c’è possibilità di liberazione perché le negatività e le afflizioni sono intrinseche alla mente e non possono essere separate da essa. Anche tra coloro che accettano un’idea di salvezza, o liberazione, vi sono differenze tra le definizioni o le caratterizzazioni effettive dello stato reale di salvezza. Per esempio, in certe antiche scuole indiane lo stato di salvezza è descritto più in termini di uno spazio o ambiente esterno con caratteristiche positive, a forma di parasole rovesciato.
Tuttavia, mentre certe tradizioni buddhiste possono accettare la nozione di salvezza, la vedono più in termini di stato spirituale o mentale individuale della persona, uno stato di perfezione della mente, piuttosto che in termini di un ambiente esterno. Il Buddhismo accetta la nozione di diverse terre pure dei buddha, stati puri che sorgono come risultato dei potenziali karmici positivi dell’individuo. È persino possibile che persone comuni possano rinascere nelle terre pure dei buddha. Per esempio, da un punto di vista buddhista, non si può dire che il nostro ambiente fisico — questa Terra o pianeta — sia un regno di esistenza perfezionato. Ma all’interno di questo regno si può dire che ci siano individui che hanno raggiunto il nirvana e la piena illuminazione. Secondo il Buddhismo, la salvezza o la liberazione dovrebbero essere intese in termini di uno stato interiore, uno stato di sviluppo mentale.
Il Dalai Lama: Qual è il significato cristiano di paradiso?
Padre Laurence Freeman*: Il paradiso è l’esperienza di condividere la gioia, la pace e l’amore di Dio fino alla pienezza della capacità umana.
Il Dalai Lama: Quindi non c’è necessariamente un’associazione con uno spazio fisico?
Padre Laurence: No. Solo nei sogni.
Il Dalai Lama: Allo stesso modo si può per estensione intendere la nozione di inferno in termini di uno stato mentale molto negativo e illuso?
Padre Laurence: Sì, certamente.
Il Dalai Lama: Quindi questo significa che non dobbiamo pensare al paradiso e all’inferno in termini di un ambiente esterno?
Padre Laurence: No. L’inferno sarebbe l’esperienza della separazione da Dio, che in sé è irreale. È illusoria perché nulla può essere separato da Dio. Tuttavia, se pensiamo di essere separati da Dio, allora siamo all’inferno.
Il Dalai Lama: Nel passo del Vangelo, Gesù dice: «Io non sono venuto per giudicare… la parola che ho annunziato lo condannerà…». Mi sembra che questo rifletta fedelmente l’idea buddhista del karma. Non c’è un essere autonomo “là fuori” che arbitra ciò che dovresti sperimentare e ciò che dovresti sapere; c’è invece la verità contenuta nel principio causale stesso. Se agisci in modo etico o disciplinato, ne conseguiranno risultati desiderabili; se agisci in modo negativo o dannoso, allora dovrai affrontarne le conseguenze. La verità della legge di causalità è il giudice, non un essere o una persona che emette sentenze. Tu come interpreti questo punto?
Padre Laurence: C’è una metafora poetica nella Bibbia in cui Dio punisce l’umanità per i suoi peccati. Ma penso che l’insegnamento di Gesù ci porti oltre quell’immagine di Dio come colui che punisce e la sostituisca con un’immagine di Dio come colui che ama incondizionatamente. Il peccato rimane. Il peccato è un fatto. Il male è un fatto. Ma la punizione associata al peccato è inerente al peccato stesso. Invece di enfatizzare la causalità, sebbene sembri logico, penso che un cristiano enfatizzerebbe piuttosto il libero arbitrio. Abbiamo il libero arbitrio in queste materie, almeno fino a un certo punto.
Padre Laurence Freeman (nato a Londra nel 1951) è un monaco benedettino e sacerdote cattolico, noto a livello internazionale come direttore della WCCM (World Community for Christian Meditation – Comunità Mondiale per la Meditazione Cristiana). È stato allievo del monaco irlandese John Main, che ha riscoperto l’antica tradizione della “preghiera pura” o meditazione dei Padri del Deserto (come Giovanni Cassiano). Dopo la morte di Main nel 1982, Freeman ne ha ereditato la missione, fondando ufficialmente la WCCM nel 1991. Figura centrale nel dialogo tra fedi diverse, ha collaborato strettamente con il Dalai Lama, curando l’opera da cui è stato tratto questo brano e partecipando a numerosi incontri per la pace e il confronto tra Buddhismo e Cristianesimo. Oltre a guidare la WCCM (che oggi conta gruppi in oltre 100 Paesi), insegna meditazione in contesti laici, inclusi corsi di leadership per il mondo del business e programmi per bambini. Nel 2012 è stato insignito dell’Ordine del Canada per il suo impegno nel dialogo interreligioso. È autore di numerosi testi, tra cui Gesù il maestro interiore e Pienamente vivi. La pratica della meditazione cristiana.






