TAM: la sillaba sacra di Tārā

TAM: la sillaba sacra di Tārā

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Gradualmente il TAM sprofonda nel cuore e il cuore a sua volta si fa piccolo, piccolo, piccolo, finché svanisce e ci si immerge nella śūnyatā, il nulla. Dal punto di vista tantrico, il modo in cui ci si addormenta è di fondamentale importanza. Se ci si addormenta con una mente agitata o ossessionata, l’intera notte diventa negativa. Secondo la spiegazione psicologica del Buddhismo, la realtà diurna e quella notturna sono la stessa cosa. Si crede che il giorno sia reale e la notte solo un sogno, ma non è così. Sul piano karmico, entrambe sono ugualmente reali. E nel Tantrayāna, dormire con mezzi abili (upāya) diventa il sentiero verso l’illuminazione. Se, dal momento in cui ci addormentiamo fino al risveglio, dormiamo nella meditazione su śūnyatā, quello stesso sonno diventa saggezza (jñāna). Poi, al mattino, mentre si comincia a emergere dal sonno, se si sentono dei suoni — il canto degli uccelli o qualcuno che fa rumore — si visualizza il mantra di Tārā, OM TĀRÉ TUTTĀRÉ TURÉ SVĀHĀ, nello spazio interiore, e lo si recita finché non si è completamente svegli.

Secondo il Tantra, ciò che si proietta è ciò che si vede, e quella è la realtà per noi. Ciò che non si vede, ciò che non si proietta, non è realtà per noi. Per questo si immagina che ogni essere vivente che si incontra sia la Madre Saggezza divina Tārā. Ogni suono che si percepisce, persino il rumore di un aeroplano, è il suo mantra. E qualunque pensiero sorga, positivo o negativo, lo si immagina come saggezza della Madre Saggezza divina Tārā. Se si pratica in questo modo — riconoscendo le qualità del corpo di Madre Tārā, della sua parola divina e della sua saggezza non-duale (advaya-jñāna) — non si incontrerà alcun ostacolo. Non vi è modo che le afflizioni mentali (kleśa) possano sorgere.


In questo breve insegnamento tratto da Big Love Lama Yeshe presenta due pratiche interconnesse: il sonno come via e la trasformazione della percezione ordinaria. TAM (ཏཾ) è il seme-sillaba (bīja) di Tārā nel Buddhismo tantrico tibetano. Concentra in forma sonora e visiva l’essenza della divinità: recitarlo o visualizzarlo equivale a invocare la presenza integrale di Tārā. Come ogni bīja, non è un simbolo che rimanda alla realtà, è quella realtà, in forma condensata.

Il sonno come pratica meditativa

Nel Vajrayāna, gli stati di coscienza — veglia, sogno e sonno profondo — non sono gerarchizzati come nel senso comune occidentale (reale vs. illusorio). Sul piano karmico e ontologico, gli stati notturni hanno lo stesso peso di quelli diurni. Questa equivalenza ha implicazioni pratiche: se la mente si addormenta in uno stato di raccoglimento meditativo — specificamente nella meditazione su śūnyatā — il sonno stesso diventa un veicolo di accumulazione di saggezza. La pratica descritta (il TAM che affonda nel cuore fino a dissolversi nella śūnyatā) è una tecnica dello yoga del sonno (milam in tibetano), parte dei Sei Yoga di Nāropa, che mira a mantenere un filo di consapevolezza attraverso la transizione sonno-sogno-veglia.

La logica della proiezione e la pratica di Tārā

La seconda parte dell’insegnamento si basa su un principio centrale del Madhyamaka-Yogācāra: la realtà percepita non è mai “nuda”, ma sempre mediata dalla mente che la costruisce (vikalpa, costruzione concettuale). Se tutto ciò che percepiamo è già una proiezione della mente, allora si può — con metodo abile (upāya-kauśalya) — scegliere consapevolmente cosa proiettare. La pratica consiste nel sostituire la percezione ordinaria (esseri senzienti come corpi ordinari, suoni come rumore casuale, pensieri come flusso incontrollato) con una percezione sacra: ogni forma diventa il corpo di Tārā, ogni suono il suo mantra, ogni pensiero la sua saggezza. Non è una finzione consolatoria, ma un metodo per riorientare la mente verso la natura ultima delle cose: la non-dualità (advaya). Quando la percezione è saturata di questa qualità, i kleśa — le afflizioni mentali come attaccamento, avversione e ignoranza — non trovano appiglio su cui radicarsi.

Non esiste quindi un momento “neutro” della giornata. Dal risveglio a quando ci addormentiamo, la pratica non è separata dalla vita ordinaria: è la vita ordinaria, trasformata.

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