Tratto da Il sorriso e la saggezza. Dalai Lama, biografia autorizzata di Piero Verni (capitolo 14):
“Un interminabile applauso accolse Tenzin Gyatso quando salì sul palco per il discorso di ringraziamento. Leggermente emozionato, lo sguardo arguto, le mani giunte nel tradizionale saluto buddhista, il leader tibetano rimase per alcuni minuti in silenzio a osservare una composita platea mentre gli tributava un lungo, caloroso omaggio.
Reali di Norvegia, membri del Governo, diplomatici, uomini politici, intellettuali, tibetani, esponenti delle associazioni pro-Tibet1, tutti erano in piedi ad applaudire questo monaco disarmato che da oltre quarant’anni osava sfidare il colosso cinese facendo affidamento solo sulla forza della ragione e della verità.
Dopo aver salmodiato una breve preghiera, il Dalai Lama pronunciò alcune frasi in tibetano in cui ripropose i temi centrali del suo pensiero e della sua filosofia. Descrisse se stesso come «un semplice monaco buddhista proveniente dal Tibet che segue con profonda convinzione un modo di vita spirituale: il nobile sentiero del Buddha, la cui essenza è l’unità di saggezza e compassione universale». Continuò dicendo: «Sono anche una persona che, attraverso il naturale corso degli eventi, è legata al destino del Tibet, del suo popolo, della sua cultura e ha dedicato tutte le proprie energie all’adempimento di questo dovere. Questa persona è stata insignita del Premio Nobel. Si tratta veramente di un grande onore. Ne sono felice, orgoglioso e sono anche certo che per tutti i popoli amanti della pace e dell’armonia l’assegnazione di questo premio sia fonte di gioia. Voglio dunque esprimere a tutti voi i miei sinceri ringraziamenti. Questo premio rappresenta il riconoscimento e l’appoggio internazionale per la giusta lotta del popolo tibetano per la libertà e l’autodeterminazione. Spero che presto possa prevalere la verità e che i diritti del mio popolo vengano ristabiliti. Mentre riaffermo il mio legame con questa battaglia, prego quotidianamente per una duratura pace planetaria. Lavorerò con impegno affinché questo scopo venga raggiunto e arrivi un giorno in cui tutti i popoli del mondo si amino reciprocamente e vivano in armonia».
Quindi, parlando in inglese, Tenzin Gyatso ringraziò per l’onore conferitogli e sottolineò che accettava il Premio: «A nome di tutti i popoli oppressi e per coloro che lottano per la libertà e lavorano per la pace mondiale», rese omaggio alla memoria del Mahatma Gandhi e ricordò la terribile situazione in cui versava il suo Paese da quando nel 1950 era stato invaso dall’esercito di Pechino. Ancora una volta ribadì che considerava l’assegnazione del Nobel non un riconoscimento dato alla sua persona, ma un premio conferito all’intero popolo tibetano per l’eroismo, la dedizione e la tenacia con cui continua a lottare in Patria e all’estero. Il Dalai Lama ricordò poi i giovani dissidenti cinesi che lo rendevano ottimista per l’avvenire della Cina.
Infine riaffermò la sua incrollabile fiducia nell’uomo e nei metodi non violenti intesi come unica via per far prevalere giustizia e diritti umani.159 Una interminabile ovazione salutò il Dalai Lama al termine del suo discorso. Il carisma di Tenzin Gyatso toccò profondamente il pubblico che, in piedi, non smetteva di applaudire. Gli occhi dei tibetani erano lucidi di commozione. Dopo aver versato negli ultimi quarant’anni tante lacrime di dolore, finalmente a Oslo questo popolo piangeva di gioia”.
Ecco il discorso di accettazione del Nobel:
Vostra Maestà, membri del Comitato del Nobel, fratelli e sorelle.
Sono molto felice di essere qui con voi oggi per ricevere il premio Nobel per la pace. Mi onora e commuove profondamente il fatto che abbiate deciso di conferire questo importante riconoscimento a un semplice monaco del Tibet: io non sono niente di speciale. Credo quindi che il premio sia un riconoscimento dell’importanza dell’altruismo, dell’amore, della compassione e della non-violenza, tutti valori che cerco di praticare, in accordo con gli insegnamenti del Buddha e dei grandi saggi dell’India e del Tibet.
Accetto il premio con profonda gratitudine a nome degli oppressi, ovunque essi si trovino, e di tutti coloro che lottano per la libertà e lavorano per la pace nel mondo. Lo accetto come omaggio all’uomo che ha fondato la moderna tradizione dell’azione non violenta come leva per il cambiamento, il Mahatma Gandhi, la cui vita mi ha insegnato e ispirato immensamente. E, naturalmente, lo accetto a nome di sei milioni di tibetani, i miei coraggiosi connazionali all’interno del Tibet, che hanno sofferto e continuano a soffrire tanto a causa di una strategia, calcolata e sistematica, che mira alla distruzione della loro identità nazionale e culturale. Il premio riafferma la nostra convinzione che con verità, coraggio e determinazione come armi, il Tibet sarà libero.
Non importa da quale parte del mondo veniamo, siamo tutti fondamentalmente uguali in quanto esseri umani. Tutti cerchiamo la felicità e cerchiamo di evitare la sofferenza. Abbiamo gli stessi bisogni e le stesse preoccupazioni; vogliamo la libertà e il diritto di determinare il nostro destino come individui e come popoli. Questa è la natura umana. I grandi cambiamenti che stanno avvenendo ovunque, dall’Europa orientale all’Africa, ne sono una chiara testimonianza. (…)
Come monaco buddista, la mia preoccupazione si estende a tutti i membri della famiglia umana e, in effetti, a tutti gli esseri senzienti che soffrono. Credo che ogni sofferenza è causata dall’ignoranza. Le persone infliggono dolore agli altri nella ricerca egoistica della propria felicità o soddisfazione. Eppure la vera felicità viene da un senso di fratellanza e di sorellanza.
Dobbiamo coltivare una responsabilità universale per gli altri e per il pianeta che condividiamo. Anche se per me il Buddhismo è utile nel coltivare amore e compassione, anche per coloro che consideriamo i nostri nemici, sono convinto che tutti possano sviluppare un buon cuore e un senso di responsabilità universale con o senza religione.
Con l’impatto sempre maggiore della scienza sulle nostre vite, la religione e la spiritualità hanno soprattutto lo scopo di ricordarci la nostra umanità. Non c’è contraddizione tra le due, ognuna ci dà preziose intuizioni sull’altra. Sia la scienza sia gli insegnamenti del Buddha ci parlano dell’interconnessione fondamentale di tutte le cose. Questa comprensione è cruciale se vogliamo intraprendere un’azione positiva e decisiva riguardo alla preoccupazione globale per l’ambiente.
Credo che tutte le religioni perseguano gli stessi obiettivi: coltivare la bontà umana e portare la felicità a tutti gli esseri umani. Anche se i mezzi possono sembrare diversi, i fini sono i medesimi.
Mentre entriamo nell’ultimo decennio di questo secolo, sono ottimista sul fatto che gli antichi valori che hanno sostenuto l’umanità oggi si stanno riaffermando per prepararci a un ventunesimo secolo più gentile e felice.
Prego per tutti noi, oppressori e amici, affinché insieme riusciamo a costruire un mondo migliore attraverso la comprensione e l’amore, e che così facendo possiamo ridurre il dolore e la sofferenza di tutti gli esseri senzienti.
Grazie.
Oslo – 10 dicembre 1989






