Ciò che siamo a livello convenzionale è la nostra mente

Ciò che siamo a livello convenzionale è la nostra mente

Indice

In questa riflessione autobiografica e dottrinale, la Venerabile Robina Courtin esplora il processo di decostruzione delle identità mondane alla luce della filosofia buddhista (Madhyamaka). Attraverso il racconto del proprio percorso personale — da attivista politica e femminista radicale fino all’incontro con Lama Yeshe e Lama Zopa Rinpoce — Robina esamina il passaggio cruciale dall’identificazione con etichette socio-culturali transitorie al riconoscimento della mente come reale principio costituente dell’individuo.

Sul piano della verità convenzionale (saṃvṛtisatya), il testo evidenzia come ciò che definisce autenticamente l’essere umano non siano i ruoli biologici o professionali, bensì il continuum mentale ininterrotto (saṃtāna) e il suo potenziale intrinseco di virtù e saggezza (prajñā). Sradicando l’attaccamento (rāga) alle proiezioni fisse del sé, l’esperienza ordinaria e le attività quotidiane vengono così risignificate come strumenti funzionali lungo il sentiero del bodhisattva, orientati alla progressiva manifestazione della mente risvegliata di un buddha.

Quando siamo giovani, mostriamo un grande entusiasmo e siamo impazienti di trovare lo scopo della nostra vita – probabilmente, non so, forse è così, qualcosa del genere! – e questo di solito significa che cerchiamo di definire noi stessi in base a ciò che diventeremo.

Nella mia vita, da bambina ero cattolica, quindi mi definivo cattolica e volevo fare il prete. In realtà, credo di essere stata così piccola che quando tutti ridevano ed mi dicevano che non potevo fare il prete perché non ero un maschio, non riuscivo a capire cosa intendessero. Chiaramente era il mio lavoro!

Poi volevo diventare una ballerina di danza classica. Poi ho pensato che sarei diventata un’attrice, poi che sarei stata una scrittrice, poi ho pensato che sarei stata un’artista. Infine, ho pensato che sarei stata una musicista: mia madre era una cantante lirica, mi ha insegnato lei, giusto?

Poi a 19 anni sono scappata di casa – mi ero innamorata di un uomo sposato e mi è venuta l’ansia! – e alla fine ho deciso che era un addio a Dio e un benvenuto ai ragazzi.

La fase hippie e la destrutturazione delle etichette

Ma non ho mai smesso di cercare di scoprire cosa volessi essere, come definire me stessa. Sono andata a Londra a 23 anni, sono diventata una hippie ed è stato un gran sollievo: ho rinunciato a voler essere qualcosa. Ho cercato consapevolmente di gettare via tutti questi pensieri su ciò che avrei dovuto essere, in altre parole, su come definire me stessa.

Poi è iniziata una fase di scoperta completamente nuova, non su come definire me stessa, ma anche come comprendere il mondo, in particolare su di chi fosse la colpa per la sofferenza del mondo. Dopo l’esperienza hippie c’è stata l’attività politica nella sinistra radicale; poi il vedere le cose attraverso la lente dell’appartenenza etnica; poi l’essere femminista. Infine, avendo esaurito tutte le opzioni su chi incolpare, quando avevo 30 o 31 anni, mi sono imbattuta in questi buddhisti e mi hanno detto che avrei dovuto iniziare a investigare la mente, la mia stessa mente! Non ci avevo mai pensato prima!

L’incontro con il Buddhismo e il continuum mentale

Quando ho ricevuto i miei primi insegnamenti da Lama Yeshe e Lama Zopa Rinpoce, ero un’attivista femminista radicale e mi definivo anzitutto in quanto donna, una definizione per me fortissima. Poi ho sentito parlare di karma e rinascita: non so come spiegarlo, ma è stata la cosa migliore che avessi mai ascoltato, una vera e propria rivelazione.

Ciò che ho scoperto dai lama è che ciò che ci definisce è la nostra mente, è la nostra coscienza che non è fisica e va di vita in vita in vita, cambiando etnia, genere e persino specie: nessuna di queste cose è ciò che siamo effettivamente. Qual è l’unica costante? La mente, la coscienza, questo continuum mentale ininterrotto, questo fiume di momenti mentali.

E poi ho capito, beh, non sono nessuna di quelle cose: non sono un’attrice, una scrittrice o una musicista, non sono nemmeno una donna nella mia natura profonda e nemmeno un essere umano, se è per questo. Queste condizioni sono reali e possiamo scoprire noi stessi attraverso di esse: in questa vita ho usato la mia capacità creativa facendo l’editor; l’ho usata, è il mio lavoro. Qualcun altro potrebbe essere un poeta o un calciatore. Ma non sono queste cose, in ultima analisi, a definirci.

La vera natura a livello convenzionale

È la nostra mente che ci definisce, e stiamo parlando ancora a livello convenzionale. E quale parte della nostra mente rappresenta chi siamo davvero? La nostra virtù, vale a dire l’amore, la compassione, la saggezza, la gentilezza, la generosità, la fiducia in sé, il perdono, la chiarezza. Tutte parole splendide. A livello convenzionale, esse sono la nostra vera natura.

Che si finisca per fare le pulizie dei bagni, per essere un poeta, la persona più ricca del pianeta o la più povera, queste sono cose secondarie, non sono ciò che siamo veramente. Sono solo modi in cui usiamo chi siamo in questa vita, sulla base delle nostre tendenze, per aiutarci a coltivare le nostre virtù e la nostra saggezza. Questo è confortante, mi sembra. A quel punto si può essere poveri, ricchi, grassi, magri, maschi, femmine, non ha importanza.

La sofferenza dell’attaccamento ai ruoli

l nostro problema, però, è che ci aggrappiamo a queste etichette e definiamo tutto il nostro essere in quei termini. Così, se si è una giovane ginnasta e si perde una gamba, ci si suicida, perché quale persona rimane se non si può fare ginnastica?

Se si è vissuto per 60 anni con una persona e ci si è definiti in termini di essere il suo partner, ovviamente quando muore sarà il dolore più grande che si sia mai conosciuto.

Quindi, non c’è nulla di male nell’essere un poeta o un partner, nulla di male, è perfetto. Ma a cosa serve? A diminuire le proprie nevrosi e a sviluppare le proprie qualità positive. Questo è quanto in fin dei conti, mi sembra. Essere comunisti, o una persona ricca, o una persona povera: è lo stesso.

L’utilizzo funzionale del successo nel sentiero

Sì, ci si può definire un poeta, e sì, si può persino desiderare di essere un poeta di successo. E questo significa che le persone ti leggono, vieni pagato per questo e ricevi riconoscimenti: non c’è nulla di male. Ma qual è il suo unico scopo? Usarlo per aiutarsi a diventare una persona virtuosa, compassionevole e appagata.

Allora si sarà in grado di avere successo senza perdere la bussola; è come l’acqua sulle piume di un’anatra, sapete? Non ci si definisce in termini di successo; non si ha attaccamento all’essere visti come bravi poeti. Ci si definisce interiorimente, in termini di proprie qualità positive, di propria saggezza: si diventa padroni di sé, si è appagati.

Questo è il modo in cui ci si comporta sul sentiero del bodhisattva: poiché si vogliono aiutare gli altri, è necessario piacere alla gente: meraviglioso, più persone meglio è! Si usa qualsiasi competenza si possieda: in primo luogo, per sviluppare se stessi e le proprie qualità positive, in modo che, in secondo luogo, si possa essere di beneficio agli altri. Si prende tutto con il dovuto distacco. Questo è ciò che dobbiamo imparare a fare, questo è il modo di dire le cose.

Definendo noi stessi in base alla nostra saggezza e virtù, che sono mente, alla fine le perfezioniamo e trasformiamo tutto nella mente di un buddha.

Questo è ciò che siamo veramente!

Tradotto da Who we are conventionally is our mind

Bibliografia di riferimento

Per l’analisi dei concetti di mente (citta/manas), coscienza (vijñāna) e continuum mentale (saṃtāna), nonché per la distinzione fondamentale tra verità convenzionale (saṃvṛtisatya) e verità ultima (paramārthasatya) secondo la prospettiva filosofica Prāsaṅgika-Madhyamaka (scuola di riferimento della tradizione Gelug a cui i lama citati appartengono), si rimanda alle seguenti autorità scientifiche e pubblicazioni:

  • Thubten Jinpa (Library of Tibetan Classics): Per la strutturazione logica del sentiero della bodhicitta e la comprensione della natura della mente attraverso i testi di Tsongkhapa e della tradizione logico-epistemologica (Pramāṇa).
  • Apple, James B. (2019). Jewels of the Middle Way: The Madhyamaka Philosophy of Yuktikaustubha. Wisdom Publications. (Essenziale per l’analisi rigorosa della distinzione tra i due livelli di verità).
  • Lati Rinpoche (1980). Mind in Tibetan Buddhism (Tr. di Elizabeth Napper). Snow Lion Publications. (Testo fondamentale per la classificazione dei fattori mentali e delle virtù convenzionali).
  • Nāgārjuna. Mūlamadhyamakakārikā (Le stanze di mezzo). Per la decostruzione delle etichette e della concezione di un “io” intrinseco (ātman), che la Venerabile Robina Courtin descrive come “la potente idea errata di un me intrinseco”.
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