C’è qualcosa di profondamente commovente nel tenere tra le mani l’edizione de La Nobile e Sacra Luce Dorata pubblicata da Nalanda Edizioni nel 2021. Questo testo non è semplicemente un libro nato in tempi recenti, ma l’ultimo anello di una lunghissima e preziosa catena di trasmissione che attraversa continenti, secoli e lingue. Questa opera rappresenta un pilastro vivo di pratica, una sorgente inesauribile di benedizioni e uno strumento potentissimo di guarigione e pacificazione globale.
Un filo d’oro che attraversa i secoli: la storia del testo
Dal punto di vista storico-filologico, l’Āryasūvarnaprabhāsottamasūtrendrarāja (il “Sūtra Supremo della Luce Dorata”) è uno dei testi Mahāyāna più diffusi e influenti dell’Asia buddhista, con una storia testuale complessa e stratificata. Esistono recensioni in sanscrito di lunghezza diversa (da 21, 29 e 31 capitoli). Il testo fu tradotto in cinese più volte: prima da Dharmakṣema nel V secolo e successivamente, all’inizio dell’VIII secolo, dal grande maestro Yìjìng, che ne produsse la versione più estesa. Successivamente, fu reso in lingua tibetana dagli abati indiani Śīlendrabodhi e Jñānasiddhi insieme al traduttore Śākyaprabha, come ricorda il colofone finale dell’opera. In tutta l’Asia orientale, questo sūtra ha rivestito per secoli un ruolo cerimoniale di primo piano nella “protezione dello Stato” (in Cina, Giappone e Corea), proprio in virtù dei capitoli che promettono la pace e la protezione ai regnanti che lo onorano; non è un caso che oggi resti uno dei sūtra più recitati e amati anche all’interno della tradizione tibetana.
Questa edizione italiana discende da una linea di trasmissione molto precisa, guidata dalla compassione dei nostri maestri. La versione tibetana breve in 21 capitoli fu tradotta in inglese dal sanscrito dal professor R. E. Emmerick per la Pali Text Society di Oxford. Successivamente, fu tradotta dal tibetano in spagnolo dal ven. Champa Shenpen (Jesús Revert) nel 2003, su richiesta diretta del nostro amato e compianto ven. Lama Zopa Rinpoce. Infine, è stata resa in italiano da Francesco La Rocca, con la amorevole revisione di Leonardo Cirulli, Adalia Samten Telara e Annalisa Lirussi.
I curatori di questa edizione, con una onestà filologica rara e preziosa, dichiarano apertamente nella nota editoriale che si tratta di una traduzione basata sulla versione spagnola. Segnalano con trasparenza i passaggi in cui hanno meticolosamente controllato l’originale tibetano per dissipare ogni ambiguità — grazie all’aiuto di Joan Nicell, Lotsawa Thubten Sherab Sherpa e Toh Sze Gee — e indicano persino i punti che sono rimasti concettualmente oscuri o densi anche a Lama Zopa Rinpoce stesso, invitando il lettore ad attendere futuri insegnamenti orali.
Questo legame tra l’insegnamento vivo e la pagina scritta è particolarmente stretto in Italia. La prima trasmissione orale di questo sūtra nel nostro Paese fu conferita proprio da Lama Zopa Rinpoce all’Istituto Lama Tzong Khapa di Pomaia nell’ottobre del 2000. Fu in quell’occasione che Rinpoce, illustrando i benefici immensi del testo, invitò caldamente gli studenti a tradurlo “nel maggior numero possibile di lingue”. Un gruppo di praticanti italiani accolse immediatamente questo invito accorato, dedicando i meriti di quel faticoso lavoro di traduzione alla pronta guarigione del proprio amato guru, il ven. Ghesce Ciampa Ghiatso.
Un ventaglio di benedizioni
Il testo si presenta come il “Re della Raccolta di Sūtra”. È un’opera che parla molto di sé, delle proprie benedizioni e della propria importanza cosmica. Dietro a questa cornice autoreferenziale, tipica dei sūtra del Grande Veicolo, si nasconde una varietà sorprendente di insegnamenti pratici e filosofici.
La Confessione e il Tamburo d’Oro (Capitoli III, IV e V)
Il quarto capitolo dà il nome profondo all’intero sūtra. Qui il bodhisattva laico Pinnacolo di Bellezza (Ruciraketu) fa un sogno di straordinaria quiete: vede un grande tamburo dorato che inonda il mondo di luce e risuona di versi melodiosi. Questo suono veicola una preghiera in cento versi che unisce la richiesta di felicità per tutte le creature, la confessione delle proprie azioni negative (deśanā) e la lode colma di devozione a tutti i buddha, chiamata Sorgente dei fiori di loto. È uno dei testi di purificazione più amati e recitati di tutto il Buddhismo.
La catena logica che sostiene l’efficacia della confessione è una fonte di immensa speranza per il nostro cammino, monastico o laico: il sūtra promette che gli errori commessi anche per mille eoni si purificano confessandoli con sincerità una sola volta. Nel Buddhismo, infatti, non si postula l’intervento di un perdono divino esterno; la purificazione avviene perché l’apertura del cuore, sostenuta dal profondo rimpianto e dalla risoluzione a non ripetere l’azione (i poteri opponenti), recide l’alimentazione psicologica e causale del seme karmico negativo, impedendogli di maturare in sofferenza e ripulendo la nostra coscienza.
Il cuore filosofico: la vacuità (Capitolo VI)
Il sesto capitolo affronta in modo sintetico ma straordinariamente denso l’insegnamento sui “fenomeni, che sono vuoti” (śūnyā dharmāḥ). Il Buddha adotta una metafora psicofisica di rara bellezza:
“Questo corpo è come un villaggio vuoto dei suoi abitanti, i poteri sensoriali sono simili ai soldati e ai ladri; sebbene abitino nello stesso villaggio, sono ignari gli uni degli altri”.
La mente (citta) fluttua tra questi canali sensoriali come un uccello. Questa analisi logica mira a scardinare l’aggrapparsi a un “io” solido e indipendente (pudgalanairātmya) e la reificazione dei costituenti fenomenici (dharmanairātmya). Gli elementi fondamentali (terra, acqua, fuoco, aria) sono paragonati a serpenti velenosi costretti in una cesta, in perenne conflitto tra loro.
Dal punto di vista della scuola Madhyamaka, la vacuità (śūnyatā) non è un vuoto nichilista, ma il correlato necessario del sorgere dipendente (pratītyasamutpāda). Il testo afferma che la ruota dell’esistenza è “originata dalla non-originazione”. Questa apparente contraddizione si risolve distinguendo i due livelli di verità: i dodici anelli dell’origine dipendente (dall’ignoranza alla morte) sorgono incessantemente a livello di verità convenzionale (saṃvṛtisatya) come illusioni o miraggi, ma rimangono rigorosamente non-originati e privi di natura intriseca (svabhāva) a livello di verità ultima (paramārthasatya). La spada della saggezza (prajñā) recide la visione dell’io rivelando questa totale assenza di esistenza autonoma. In questo capitolo, l’argomentazione ci persuade attraverso l’autorità spirituale del Buddha stesso; sarà poi compito dei trattati dei grandi maestri successivi (come Nāgārjuna o Candrakīrti) dimostrare questa medesima vacuità attraverso stringenti sillogismi e ragionamenti indipendenti.
Il nucleo protettivo e rituale (Capitoli VII-XI)
Questi capitoli costituiscono il cuore protettivo del testo. Una schiera di grandi divinità e protettori — tra cui i Quattro Grandi Re Guardiani (lokapāla), la dea della conoscenza Sarasvatī, la gloriosa Śrī Devī e la devī della terra Stabile (Dṛḍhā) — promettono solennemente di proteggere chiunque custodisca, legga o semplicemente ascolti queste sacre parole. Nel capitolo VIII viene esposta una pratica rituale di abluzione con erbe e mantra, che costituisce materiale prezioso anche per chi studia la storia della medicina indo-tibetana. L’edizione di Nalanda Edizioni include un’eccellente appendice che descrive l’elenco di queste sostanze medicinali vegetali, completata con le corrispondenze in tibetano, sanscrito, nome scientifico latino e italiano.
La filosofia politica del Dharma
Il capitolo sui Quattro Guardiani e il trattato Impegno dei Signori dei Deva (Capitolo XII) toccano un tema centrale per la filosofia politica buddhista: la responsabilità etica di chi governa. Il sovrano giusto, che governa con virtù e protegge il Dharma come un padre i propri figli, riceve la protezione delle forze divine; il sovrano ingiusto, che tollera la malvagità e non corregge i comportamenti non virtuosi, espone il proprio regno a disastri ecologici, influssi planetari nefasti, malattie e invasioni nemiche. Questa visione di una interconnessione profonda tra la moralità umana e i fenomeni naturali è l’aspetto che ha reso il sūtra il fulcro delle cerimonie di protezione dello Stato in tutta la storia dell’Asia orientale.
L’altruismo radicale nei racconti di Jātaka (Capitolo XVIII)
Il capitolo dedicato all’offerta del corpo alla tigre è senza dubbio il racconto più toccante dell’intero sūtra. Narra la celebre storia del principe Grande Essere (Mahāsattva), uno dei jātaka più amati e rappresentati nell’arte buddhista. Dinanzi a una tigre sfinita dal parto e sul punto di divorare le proprie creature, il principe genera la mente dell’illuminazione e decide di offrire il proprio corpo biologico.
Il principe rigetta l’attaccamento a questo corpo, descrivendolo come un ascesso transitorio, un rifiuto putrido pieno di urina ed escrementi, e lo utilizza come una grande barca per attraversare l’oceano della nascita e della morte, ottenendo così l’immacolato corpo di verità (dharmakāya). Sebbene questo sacrificio letterale vada collocato nel suo genere letterario di riferimento (quello appunto del jātaka) e non preso come una prescrizione letterale per la nostra condotta quotidiana, rappresenta un esempio narrativo estremo della perfezione della generosità (dāna-pāramitā). Ci invita a riflettere su cosa significhi davvero coltivare una compassione senza confini (karuṇā).
Nel capitolo XVII, troviamo un altro bellissimo esempio di questo altruismo pratico: il medico Versatore d’Acqua (Jalavāhana) salva diecimila pesci tormentati dalla secca di uno stagno. Non solo si adopera fisicamente trasportando acqua sul dorso di elefanti reali e nutrendoli, ma offre loro il dono più alto: entra nell’acqua e recita per loro il nome del buddha Ratnaśikhin (Possessore dell’Uṣṇīṣa Ingioiellata) e impartisce l’insegnamento sul sorgere dipendente, permettendo alle loro coscienze di rinascere immediatamente nel regno dei deva.
Le voci dei nostri maestri
Ciò che colpisce profondamente, ascoltando i maestri della tradizione FPMT è la costanza e la devozione quasi ostinata con cui parlano di questo testo.
Lama Zopa Rinpoce
Il nostro amatissimo e gentile Lama Zopa Rinpoce, che apre l’edizione italiana con la sua introduzione sui benefici del testo, scrive parole dirette che non lasciano spazio a dubbi:
«Il gentile e compassionevole guru Buddha Śākyamuni insegnò il sacro Sūtra della Luce Dorata, che produce benefici immensi come lo spazio per la pace nel mondo e illimitati benefici per ogni persona che ne legga anche una sola parte».
Rinpoce ha fatto della diffusione di questo sūtra una delle sue più importanti e “Vaste Visioni” per la FPMT, arrivando a chiedere, letteralmente a mani giunte, che venga recitato il più possibile per pacificare le guerre e fermare la violenza nel mondo, rivolgendosi esplicitamente a chiunque desideri la pace, buddhisti e non buddhisti.
Lama Thubten Yeshe
Anche Lama Yeshe, co-fondatore della FPMT, parlava di questo testo con un affetto e una confidenza quasi personali. Raccontava spesso ai suoi studenti di come portasse sempre con sé una copia del sūtra in aereo, visualizzando che il testo diventasse una protezione tangibile per il volo, per la sicurezza e per la vita di tutti i passeggeri. Lama Yeshe insisteva su un punto fondamentale legato alla nostra fiducia nel Dharma: di fronte ai benefici straordinari e apparentemente inconcepibili promessi dal testo, il praticante dovrebbe scegliere di crederci pienamente. Il dubbio sistematico o lo scetticismo cinico verso le affermazioni illuminate del Buddha rischiano infatti di intaccare la nostra intera fiducia nell’insegnamento. Questo invito alla fede pura è un pilastro essenziale nella cornice rituale e meditativa in cui questo sūtra vive da secoli.
Sua Santità il XIV Dalai Lama
Il rapporto di Sua Santità il Dalai Lama con questo sūtra si colloca nell’alveo della suprema autorità spirituale sotto la quale l’intera tradizione Gelug e le attività della FPMT si pongono. È proprio a Sua Santità, insieme a Lama Zopa Rinpoce, che gli studenti italiani hanno dedicato i meriti della pubblicazione di questo volume. Il Dalai Lama ha più volte ribadito come il Buddhismo tibetano non sia una forma di misticismo isolato, ma discenda direttamente dalla pura e rigorosa tradizione filosofica, scientifica e monastica dell’università indiana di Nalanda, nome che la nostra casa editrice ha scelto non a caso come propria identità e programma ideale di accoglienza e studio della mente.
Perché rileggerlo spesso
Dal punto di vista dottrinale interno alla nostra pratica, le ragioni per rileggere frequentemente questo testo sono esplicite: la purificazione del karma non virtuoso, l’accumulazione di un immenso merito, la protezione dalle malattie, dagli spiriti e dai conflitti, e il beneficio spirituale che si irradia sull’intero territorio in cui il sūtra viene custodito o recitato.
Allo stesso tempo, questo sūtra rappresenta un meraviglioso e accessibile compendio di quasi tutto ciò che serve per orientarsi nel sentiero del Mahāyāna. In poche decine di pagine stringiamo insieme la pratica della confessione, l’insegnamento profondo sulla vacuità, la generosità spinta fino al sacrificio di sé e la riflessione sull’etica sociale. Leggerlo spesso, anche solo una pagina o un verso al giorno come raccomandava Lama Zopa Rinpoce, significa tenere stampati davanti agli occhi i tre aspetti principali del sentiero: la rinuncia, la bodhicitta e la saggezza della vacuità, che il sūtra mette in scena l’uno accanto all’altro.
Infine, vi è una dimensione comunitaria profonda e commovente nella devozione condivisa. Sapere che questo stesso identico testo viene recitato in questo preciso momento da comunità di praticanti in decine di lingue diverse nel mondo — dalle steppe della Mongolia, dove Lama Yeshe raccontava che quasi ogni famiglia ne custodisce tradizionalmente una copia, fino ai Centri FPMT italiani — toglie la nostra lettura solitaria dall’isolamento e la inserisce in un grande abbraccio globale di praticanti che lavorano insieme per il bene del mondo.
Trattiamo questo testo di Dharma con il massimo rispetto, conservandolo in luoghi alti e puliti, avvolto in un tessuto protettivo. Ogni volta che apriamo queste pagine, ricordiamoci che stiamo partecipando a una millenaria corrente di benedizioni destinata a portare ogni singolo essere senziente alla felicità suprema dell’illuminazione.
Possano tutti i progetti e i desideri dei nostri preziosi maestri realizzarsi immediatamente, e possa la luce dorata del Dharma splendere per sempre in ogni angolo della Terra.
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La Nobile e Sacra Luce Dorata
La Nobile e Sacra Luce Dorata
Edizione: brossura, bianco e nero, 286pp.
ISBN 979-12-80233-06-6
Si ringrazia l’ILTK che ha collaborato per questa nuova edizione.





