L’essenza del Dharma e le sue forme culturali

L’essenza del Dharma e le sue forme culturali

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In anteprima un brano tratto da Courageous Compassion, sesto volume della collana Saggezza e compassione, in uscita a gennaio 2027.

I brani che seguono nascono dalle conversazioni tra Sua Santità e vari insegnanti occidentali. Quando io (Thubten Chodron) glieli ho letti, si è subito preoccupato che qualcuno potesse fraintendere e pensare che stesse dettando legge per tutto il mondo buddhista. Non è affatto così.

Chi non conosce da vicino la realtà tibetana spesso fa l’errore di paragonare la figura del Dalai Lama a quella del Papa, credendo che possa imporre ordini a chiunque pratichi il Buddhismo, o almeno a chi segue la tradizione tibetana. Niente di più sbagliato. Nel Buddhismo non è mai esistita una gerarchia rigida come quella della Chiesa cattolica: pur essendoci varie organizzazioni locali o internazionali all’interno delle diverse tradizioni, ognuna gestisce in piena autonomia le proprie regole e attività. È vero che alcuni gruppi scelgono di affidarsi ciecamente ai consigli di un maestro, ma all’origine il Buddha ha impostato il saṅgha monastico come una specie di democrazia, dove ogni monaco o monaca ha voce in capitolo e le decisioni si prendono all’unanimità. Perciò, quando Sua Santità condivide le sue idee sull’adattamento culturale, sui centri di Dharma o su chi insegna, non sta scrivendo un regolamento né vuole dire alla gente come vivere o come mandare avanti templi e monasteri. Se mai si dovranno stabilire linee guida comuni, insiste sempre che la decisione spetti a un tavolo di confronto tra tutte le persone coinvolte.

Tornando alle parole di Sua Santità:

Il vero Gioiello del Dharma — le autentiche cessazioni di duḥkha e delle sue cause, insieme ai veri sentieri presenti nel continuum mentale degli ārya — non dipende dalla cultura ed è identico per tutti gli esseri realizzati, a prescindere dall’epoca o dal luogo in cui sono vissuti.

Gli insegnamenti che studiamo e su cui riflettiamo, così come i rituali e le consuetudini delle comunità buddhiste, sono stati formulati nel contesto culturale dell’India antica e tramandati per secoli attraverso le culture asiatiche. Questo livello del Dharma non sussiste, né potrebbe sussistere, separato dalla cultura, poiché è condiviso e modellato da una collettività radicata in un luogo specifico.

Distinguere l’essenza del Dharma dalle sovrastrutture culturali

Distinguere gli insegnamenti del Buddha dalle sovrastrutture culturali non è un’operazione semplice, né per chi proviene dall’Asia né per chi appartiene al mondo occidentale. Molti maestri asiatici non sono pienamente consapevoli di quanto la loro cultura si sia fusa con il Buddhismo nel corso dei secoli e viceversa.

Allo stesso modo, sono rari i praticanti occidentali consapevoli dei propri condizionamenti e presupposti culturali, nonché del modo in cui questi influenzano la loro comprensione del Dharma e delle pratiche buddhiste. Essendo il Buddhismo una presenza relativamente recente in Occidente, rimangono aperti molti interrogativi su come e cosa adattare ai contesti occidentali senza snaturare l’autenticità del Sentiero. Per tali ragioni non servono cambiamenti affrettati, bensì tempo, accuratezza e una solida formazione.

Chi si accosta a una nuova visione o religione, come il Buddhismo, dovrebbe coglierne l’essenza e armonizzarla con la propria cultura. A volte mi capita di entrare in case di occidentali che praticano lo Zen piene zeppe di mobili giapponesi, o in case di chi segue la tradizione tibetana arredate da cima a fondo in stile tibetano. La cosa mi mette un po’ a disagio. Intendiamoci: se a qualcuno piace quell’arredamento, ben venga, è una scelta personale. Il punto è che non bisogna pensare che per praticare il Buddhismo sia necessario copiare i costumi o le usanze asiatiche. Ai miei studenti occidentali lo ripeto spesso per scherzare: anche se vi vestite alla tibetana, parlate la nostra lingua e mangiate tsampa, non diventerete mai tibetani… vi resterà sempre quel vostro bel nasone! (N.d.T. In Tibet, e un po’ in tutta l’Asia orientale, il tratto tipico con cui prendono in giro bonariamente noi Occidentali è proprio il nostro naso lungo e pronunciato: in tibetano si dice letteralmente sna chen po, “nasone”. Il Dalai Lama usa spessissimo questa battuta durante i suoi incontri in Occidente per sdrammatizzare.)

Autenticità dell’insegnamento e riforme tradizionali

Rinnovare e adattare le consuetudini e i rituali buddhisti è sia possibile sia necessario, ma occorre una comprensione profonda del Dharma per evitare di disperderne l’essenza. C’è chi è convinto di comprendere a fondo gli insegnamenti del Buddha mentre in realtà sta solo assecondando le proprie opinioni e preferenze. Fabbricarsi una versione su misura degli insegnamenti spacciandola per Buddhismo è estremamente pericoloso, sia per chi lo fa, sia per chi riceve quegli insegnamenti. Ciò accade quando ci si proclama guide autentiche senza aver compreso correttamente il Buddhadharma.

Per questo motivo è essenziale studiare i sūtra e i grandi trattati (śāstra), contemplarne il significato e metterli in pratica. Chi insegna e guida gli altri deve avere radici solide e profonde in ciò che il Buddha ha trasmesso. Questo è un punto cruciale. Il maestro tibetano Tsongkhapa citava costantemente i testi e i commentari buddhisti indiani più autorevoli quando introduceva delle riforme: in questo modo ha garantito l’autenticità di ciò che trasmetteva.

Dobbiamo distinguere ciò che è essenziale nelle tradizioni buddhiste da ciò che non lo è, per poi assicurarci di preservare il nucleo fondamentale. Gli aspetti culturali, essendo un prodotto contingente della società, mutano nel tempo e non devono necessariamente essere mantenuti. L’essenza da custodire è ciò che conduce direttamente alla liberazione (mokṣa) e al risveglio (bodhi), dimostrandosi fecondo nella vita quotidiana.

Le quattro nobili verità, le due verità (saṃvṛtisatya e paramārthasatya), il nobile ottuplice sentiero degli ārya, la rinascita, il karma con i suoi effetti e la natura della mente non sono concetti inventati dal Buddha: rispecchiano la natura della realtà e il processo attraverso cui una persona può portare a compimento il proprio potenziale.

Verso lo sviluppo del Buddhismo in Occidente

Che si provenga dall’Asia o dall’Occidente, che si viva nell’antichità o nel presente, l’umanità condivide la medesima natura fondamentale, la stessa sofferenza e l’identico potenziale spirituale. Poiché gli insegnamenti del Dharma rispondono a queste realtà immutabili, non vi è alcun bisogno di alterarli. Se tali elementi venissero omessi, non si starebbero più trasmettendo la base, il sentiero e il risultato descritti dal Buddha.

Il Buddhismo è nato in India e, adattandosi alle circostanze e alla cultura del Tibet, ha assunto la denominazione di «Buddhismo tibetano». Un processo analogo avverrà anche in Occidente, sebbene — data la pluralità delle culture occidentali, da quella spagnola a quella statunitense o francese — non esisterà un «Buddhismo occidentale» omogeneo. Persino all’interno di un unico Paese coesisteranno molteplici tradizioni buddhiste.

Per quanto questo adattamento sia vitale, deve essere ponderato e maturare gradualmente nel tempo. Non si può stabilire a tavolino: «Questo è Buddhismo occidentale e questo no». Né i maestri asiatici né i praticanti occidentali possono plasmare queste forme da soli: è necessaria una collaborazione condivisa. Gli insegnanti qualificati di provenienza asiatica rappresentano la sorgente viva della tradizione, mentre i sinceri praticanti occidentali sapranno adattare l’espressione degli insegnamenti al nuovo tessuto culturale. È così che potranno svilupparsi forme inedite di Buddhismo, profonde e affidabili.

Tradotto da Courageous compassion, sesto volume della collana Saggezza e compassione, in uscita a gennaio.

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