“Ani” e il peso delle parole

“Ani” e il peso delle parole

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Chi frequenta un centro Dharma prima o poi impara presto a orientarsi tra i titoli dei monaci di tradizione tibetana: un novizio è un getsul (Skt. śrāmaṇera) che ha preso i primi voti; con l’ordinazione completa diventa un gelong (Skt. bhikṣu). Dopo vent’anni buoni di studio e dibattito filosofico può arrivare al titolo di ghesce e poi magari a quello di khenpo o addirittura di rinpoce, se riconosciuto come reincarnazione di un maestro. In Occidente semplifichiamo, sono tutti “Venerabili” ma anche così, chi conosce la persona sa distinguere un giovane getsul da un ghesce con quarant’anni di studio alle spalle, perché quel percorso resta comunque nominato da qualche parte.

Per le monache è diverso. Che abbia preso i voti da un mese o che abbia dedicato una vita intera allo studio dei testi filosofici e all’insegnamento, una monaca della tradizione tibetana viene quasi sempre chiamata allo stesso modo: Ani. Un termine caldo, familiare e infatti lo è davvero, come vedremo tra poco. Il problema, se di problema si tratta, è che non dice nulla del cammino che ha compiuto. Ci si può allora chiedere se Ani sia sempre l’appellativo più adatto e se, qualora la risposta non fosse univoca, valga la pena capire perché: è solo una questione di abitudine linguistica o affonda in qualcosa di più antico nella storia dell’ordinazione femminile?

Proviamo a scoprirlo.

Che cosa significa davvero “Ani”

Ani (tib. ཨ་ནི, a ni) non nasce come termine buddhista. fa parte del lessico familiare e di parentela: significa “zia”, nello specifico la zia paterna, secondo il sistema tibetano. Nell’uso corrente è diventato il modo più comune per rivolgersi a una monaca, anteposto al nome — Ani Pema, Ani Tsomo — un po’ come nel mondo cattolico si direbbe “Suor Anna”.

Capita spesso di leggere, in fonti divulgative, che questo appellativo richiami Mahāprajāpatī Gautamī, la zia materna del Buddha ricordata dalla tradizione come la prima donna ordinata. È un collegamento suggestivo, ma va detto con chiarezza: non esistono fonti filologiche che lo confermino. Più probabile, come suggerito dall’antropologa Linda LaMacchia (dell’American University), l’uso di ani riflette una prassi tibetana più ampia, quella di collocare le donne ordinate dentro categorie di parentela femminile. Un gesto linguistico spontaneo, insomma, più che una scelta dottrinale.

Un’asimmetria che vale la pena notare

Trapa, il termine generico per “monaco”, non significa “zio” e non richiama alcun legame di parentela. Solo per le donne ordinate la lingua tibetana ha scelto un registro familiare. Non è un dettaglio marginale: i titoli maschili tracciano con precisione il percorso — novizio, monaco pienamente ordinato, dottore in filosofia, abate, maestro riconosciuto — mentre l’appellativo femminile resta identico dall’inizio alla fine, che dietro ci siano tre anni di pratica o trent’anni di trasmissioni e ritiri.

Detto questo, chi vive la tradizione dall’interno spesso non ci trova nulla di problematico. Thrangu Rinpoche, per fare un esempio spesso citato, chiama “Ani” con affetto genuino tutte le proprie discepole ordinate, occidentali e asiatiche indistintamente, e nessuna di loro sembra percepire il termine come riduttivo. Da questa prospettiva, discutere la parola può sembrare un’operazione condotta con categorie nate altrove e applicate a una prassi che, nella sua comunità d’origine, non è mai stata pensata in termini gerarchici.

C’è però anche chi fa notare — monache in primis — che il problema non è la parola in sé (nessuno sostiene che “zia” sia un insulto), ma il fatto che a un genere venga riservato sistematicamente un registro affettivo e all’altro uno onorifico. In alcune comunità Vajrayāna in India, documenta ancora LaMacchia, diverse monache hanno cominciato a preferire chöla (“praticante del Dharma”) o tsünma, che è l’equivalente esatto e simmetrico di tsünpa, la forma più formale per “monaco”. Non una parola nuova, quindi, ma il recupero di una forma già esistente nella lingua, solo meno usata.

Le alternative, dal registro più informale al più alto

  • Ani — “zia”; l’uso più diffuso e colloquiale.
  • Chöla (chos la) — “praticante del Dharma”; neutro, adottato da alcune comunità come alternativa.
  • Tsünma (btsun ma) — “reverendissima signora”; corrispettivo formale esatto di tsünpa.
  • Getsulma (dge tshul ma, Skt. śrāmaṇerikā) — titolo tecnico per la monaca novizia, 36 voti.
  • Gelongma (dge slong ma, Skt. bhikṣuṇī) — titolo tecnico per la monaca pienamente ordinata.
  • Jetsünma (rje btsun ma) — titolo onorifico riservato a maestre di particolare levatura (Jetsünma Tenzin Palmo è un esempio noto).
  • Venerabile + nome — la convenzione ormai diffusa in molti centri Dharma occidentali, simmetrica a quella usata per i monaci.

Una radice più antica della sola parola

C’è poi un livello storico che conviene tenere distinto da quello puramente terminologico, perché ne è, almeno in parte, la causa. Il lignaggio di ordinazione completa per le donne — gelongma in tibetano, bhikṣuṇī in sanscrito — non venne mai trasmesso dall’India al Tibet, a differenza di quanto accadde in Asia orientale, dove quel lignaggio (di scuola Dharmaguptaka) è sopravvissuto fino a oggi. Per questo la maggior parte delle monache tibetane, anche dopo una vita di studio, detiene formalmente solo l’ordinazione da novizia. Il movimento per il ripristino della piena ordinazione bhikṣuṇī nel Buddhismo tibetano — di cui la venerabile Jampa Tsedroen è oggi una delle voci accademiche più autorevoli — nasce proprio da questo squilibrio, che ha radici nella storia della trasmissione del Vinaya e non nella cattiva volontà di qualcuno in particolare.

Perché le parole contano

Chi trova “Ani” un appellativo caldo e legittimo e chi lo trova insufficiente partono entrambi da un rapporto sincero con la tradizione, solo osservato da punti diversi. Ma proprio per questo merita un pensiero in più: oggi, mentre sempre più donne raggiungono livelli di studio, insegnamento e realizzazione un tempo riservati quasi solo ai monaci, le parole che usiamo per nominarle dicono qualcosa di come le vediamo o di quanto siamo rimasti indietro nel vederle. Nessuno chiede di abbandonare “Ani”: resta un termine amato, radicato, spesso pronunciato con affetto vero. Ma conoscerne la storia e sapere che esistono alternative capaci di rendere visibile un percorso di studio e realizzazione, aiuta a usarlo — o a non usarlo sempre — con un po’ più di consapevolezza.


Bibliografia

  • LaMacchia, L., “Ani”: Aunts, Nieces, and Himalayan Nuns’ Traditional Education in North Indian Vajrayana Buddhism, American University, Washington DC, 2006.
  • Other Titles in Tibetan Buddhism, in Mandala Publications (FPMT), aprile–maggio 2007, fpmt.org.
  • Tsedroen, Jampa (Roloff, C.), scritti sul dibattito relativo alla ripresa dell’ordinazione bhikṣuṇī nel Buddhismo tibetano.
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