Breve storia del Bodhicaryāvatāra

Breve storia del Bodhicaryāvatāra

Indice

Il Bodhicaryāvatāra, noto anche come Bodhisattvacaryāvatāra (Ingresso nella condotta del bodhisattva), è un testo fondamentale del Buddhismo Mahāyāna. Composta da Śāntideva, un monaco-filosofo buddhista indiano, intorno al 700 d.C. presso l’Università di Nālandā in India, quest’opera è un pilastro per la comprensione dell’ideale del bodhisattva. Il testo si concentra sullo sviluppo della bodhicitta (la mente dell’illuminazione) attraverso la pratica delle sei perfezioni (pāramitā), offrendo una guida, poetica ma profondamente pratica, al percorso spirituale buddhista. La sua risonanza è particolarmente forte nella tradizione tibetana, dove è considerata una delle esposizioni più popolari e influenti del sentiero.

Domandarsi quante siano le “versioni” del testo di Śāntideva non ammette una semplice risposta numerica. Per un’opera antica come questa, il concetto di “versione” è intrinsecamente dinamico e sfumato, riflette una storia testuale complessa piuttosto che un insieme di edizioni statiche. Il testo, infatti, ha subito processi di redazione e trasmissione che hanno portato a diverse varianti nella lingua originale sanscrita e a molteplici traduzioni e adattamenti nella tradizione tibetana. 

Il testo fu originariamente composto in versi sanscriti linguisticamente notevoli per la loro relativa aderenza agli standard ufficiali di Pāṇini – un grammatico indiano vissuto tra il VI e il V secolo a.C. nel Gandhāra – pur incorporando un lessico buddhista specifico. La storia testuale sanscrita del Bodhicaryāvatāra rivela l’esistenza di due tradizioni principali, che differiscono significativamente per lunghezza e struttura.

La versione più antica del Bodhicaryāvatāra

La prima versione testuale sanscrita, intitolata Bodhisattvacaryāvatāra, è composta da nove capitoli e conta circa 702,5 versi. Un aspetto notevole della sua conservazione è il fatto che questa versione è disponibile solo nei manoscritti tibetani di Tun-huang (Dunhuang), circostanza che sottolinea il ruolo cruciale della tradizione tibetana nella salvaguardia del patrimonio letterario buddhista indiano.

La versione di Dunhuang è considerevolmente più breve rispetto alla versione standard successiva, contenendo circa 700 versi anziché 1.000, e i capitoli 2 e 3 della versione più lunga sono stati qui combinati. L’esistenza di questa stesura più breve è ulteriormente confermata da un catalogo del IX secolo, il Ldan dkar ma, che registra l’esistenza di questo testo con 600 versi (sebbene alcuni studiosi suggeriscano che la stima fosse di 600 anziché 700).

La seconda versione, intitolata Bodhicaryāvatāra, comprende dieci capitoli e conta 913 versi

Altri resoconti la descrivono come composta da poco più di 900 versi o 1.000 versi. Questa versione più lunga è ora l’edizione standard su cui si basano le traduzioni moderne. È significativo che tutti i manoscritti sanscriti sopravvissuti del Bodhicaryāvatāra appartengano a questa versione più estesa. La struttura di questa versione include tipicamente capitoli sui benefici della bodhicitta, la purificazione delle azioni negative, la coltivazione della mente dell’illuminazione, la coscienziosità, la consapevolezza, la pratica della pazienza, lo sforzo gioioso, la concentrazione meditativa, la perfezione della saggezza e la perseveranza. Il nono capitolo, “Saggezza”, è particolarmente famoso per la sua esposizione concisa della visione Madhyamaka.

Esistevano poi diversi commentari sanscriti del Bodhicaryāvatāra. Il più completo e famoso è il Pañjikā, composto da Prajñākaramati intorno al X secolo. È di particolare importanza il fatto che altri commentari sanscriti non siano più esistenti nella loro forma originale e possano essere consultati solo nelle traduzioni tibetane e cinesi. Questo fenomeno sottolinea la vulnerabilità delle tradizioni manoscritte e l’importanza cruciale delle traduzioni in altre lingue per la preservazione di opere altrimenti perdute.

Traduzioni tibetane: una storia di trasmissione dinamica

Il Bodhicaryāvatāra ha goduto di un’accoglienza e trasmissione straordinarie nella tradizione buddhista tibetana. La traduzione delle scritture buddhiste dal sanscrito al tibetano fu un’impresa monumentale, iniziata nel VII secolo e proseguita per diversi secoli. Questo sforzo coinvolse numerosi lotsawa (traduttori) e studiosi tibetani che si recarono in India per acquisire testi e conoscenze. La compilazione del canone buddhista tibetano, il Kangyur (“Parole tradotte” del Buddha) e il Tengyur (“Trattati tradotti” di maestri indiani e tibetani), fu un processo graduale che vide l’emergere di varie edizioni in diverse regioni del Tibet. La traduzione delle scritture, in particolare per il Kangyur, iniziò seriamente tra la fine dell’VIII e l’inizio del IX secolo sotto il re Trisong Detsen, proseguendo attraverso il periodo della “prima propagazione” (snga dar) e una “seconda propagazione” (phyi dar) a partire dal X secolo. 

Quanto al Bodhicaryāvatāra fu tradotta in tibetano più volte, fatto che testimonia il suo significato e l’incessante processo di affinamento ed emendamento.

I manoscritti di Dunhuang forniscono la prova di una traduzione tibetana precoce della recensione sanscrita a 9 capitoli, contenente circa 700 versi. Questa versione combinava i capitoli 2 e 3 della forma più lunga. Sebbene potesse essere più vicina alla composizione originale di Śāntideva, fu in gran parte “dimenticata” nel tempo a favore di quella più lunga.

Sinteticamente, ecco cosa avvenne:

  1. Prima squadra di lotsawa (fine VIII secolo): il maestro indiano Sarvajñādeva e il traduttore tibetano Paltseg produssero una traduzione basata su un testo proveniente dal Kashmir.
  2. Seconda squadra (inizio XI secolo): Ii maestro indiano Dharmaśrībhadra, il grande traduttore Rinchen Zangpo e Shakya Lodro completarono una “traduzione emendata” combinando un testo e il suo commentario dall’India centrale. Questo segnò un aggiornamento significativo, avvenuto due secoli dopo la prima traduzione.
  3. Periodo successivo: Il maestro indiano Sumatikītri e il monaco traduttore Loden Sherab completarono una “traduzione correttamente emendata”, descritta come “eccellente”.

Queste traduzioni successive contribuiranno a far sì che la versione a 10 capitoli, di circa 1.000 versi, diventasse la forma accettata e ampiamente insegnata in Tibet. Questo processo iterativo di traduzione, con esplicite “emendazioni” e “correzioni”, rivela un approccio sofisticato e critico alla trasmissione testuale. Non si trattava di una semplice traslazione, ma di un’attiva ricerca filologica, che includeva il confronto di manoscritti, l’integrazione di commentari e il perfezionamento del linguaggio per garantire accuratezza e chiarezza. Questa continua revisione riflette dunque un processo dinamico di canonizzazione, in cui la versione “corretta” o “standard” veniva attivamente costruita e affinata nel corso dei secoli, piuttosto che semplicemente ereditata in una forma fissa.

Il resoconto di Tāranātha 

Lo studioso tibetano Tāranātha, nel XVII secolo, affermò l’esistenza di tre versioni del Bodhicaryāvatāra: una dell’India orientale di 700 versi e due diverse stesure provenienti dal Kashmir e dall’India centrale, entrambe di 1.000 versi. Tāranātha narra anche la leggenda secondo la quale lo stesso Śāntideva avrebbe indicato la versione di 1.000 versi dell’India centrale come quella corretta, storia raccontata anche da Buton. Questa narrazione è indicativa degli sforzi interni alla tradizione tibetana per stabilire una ascendenza e un’autenticità definitive per il testo.

La scelta di accettare una particolare versione non si basava unicamente sulla sua “originalità” filologica, ma anche su altri fattori. Il fatto nel Paese delle Nevi che divenne importante designare e preservare una versione originale, anche se la versione accettata fosse probabilmente più lontana dalla forma originale rispetto alla versione che fu dimenticata, rivela una dimensione culturale e forse politica nella formazione del canone. La leggenda di Śāntideva che convalida una versione specifica serve a legittimare la scelta, fornendo un forte supporto autorevole. Ciò evidenzia come il concetto di “autenticità” nelle tradizioni testuali possa essere una costruzione, influenzata da circostanze storiche, consenso accademico e persino legittimazione narrativa, piuttosto che una mera determinazione della forma più antica.

Essendo un trattato scritto da un maestro indiano e non un insegnamento diretto del Buddha, il Bodhicaryāvatāra è classificato, come accennato, all’interno del Tengyur del canone buddhista tibetano oltre a rappresentare una fonte chiave per il genere letterario tibetano del blo sbyong o lojong (“addestramento mentale”) ed è ampiamente citato nei principali testi sul sentiero del bodhisattva.

Le traduzioni moderne e contemporanee del Bodhicaryavatara

Come sappiamo, dunque, il Bodhisattvacaryavatara fu originariamente composto in sanscrito, ma è stato ampiamente preservato e studiato anche nelle sue traduzioni tibetane e cinesi. Le traduzioni contemporanee possono basarsi sulla versione sanscrita, su quella tibetana o su una combinazione di entrambe. Le traduzioni che attingono direttamente dal sanscrito sono spesso percepite come più vicine all’espressione originale dell’autore, come nel caso delle versioni di A. Wallace e V. Wallace o quella di Crosby & Skilton.

Tuttavia, le traduzioni dal tibetano, come quelle del Padmakara Translation Group o di Stephen Batchelor, sono cruciali per comprendere come il testo sia stato interpretato, commentato e trasmesso nella tradizione buddhista tibetana, che lo ha reso un classico vivente e un pilastro della pratica. Un indicatore di rigore accademico in una traduzione è la presenza di note che evidenziano e discutono le differenze tra le versioni sanscrita e tibetana, fornendo trasparenza sulle scelte testuali e sulle varianti presenti nelle diverse tradizioni.

Il testo di Śāntideva contiene argomentazioni filosofiche di notevole profondità, in particolare nel nono capitolo, intitolato “Saggezza” (Prajñāpāramitā), che esplora il concetto di “vacuità” (śūnyatā). Una traduzione autorevole deve rendere questi concetti complessi con precisione e fedeltà alla dottrina Mahayana. 

Lo stile di traduzione può variare significativamente, influenzando la leggibilità e l’impatto sul lettore

Alcune traduzioni privilegiano un approccio più letterale e conciso, rendendole ideali per lo studio accademico e l’analisi testuale. Altre adottano uno stile più poetico, ritmico ed emotivo, mirando a una maggiore risonanza spirituale e facilità di memorizzazione per la pratica contemplativa.

Per le traduzioni orientate alla pratica, la connessione dei traduttori con lignaggi buddhisti riconosciuti e il supporto di maestri spirituali, come l’endorsement del Dalai Lama per il Padmakara Translation Group, conferiscono un’autorevolezza di lignaggio, attestando la fedeltà all’interpretazione tradizionale del testo. Inoltre, le case editrici con una solida reputazione nel campo degli studi buddhisti e della pubblicazione di testi spirituali, quali Oxford University Press, Shambhala, Snow Lion e Library of Tibetan Works and Archives, aggiungono credibilità alla traduzione.

Perché affidarsi ai commentari

L’inclusione di introduzioni dettagliate, note esplicative, glossari e, soprattutto, commentari di maestri autorevoli o studiosi, arricchisce notevolmente la comprensione del testo e ne aumenta l’autorevolezza per lo studio approfondito. Questi commentari spesso forniscono il contesto tradizionale e le interpretazioni che sono state trasmesse per secoli, rendendo il testo accessibile a un pubblico più ampio e facilitando una comprensione più profonda dei suoi significati stratificati.

Differenze tra traduzioni a seconda della fonte scelta

Una disamina di questi criteri rivela che l’autorevolezza di una traduzione non è una qualità assoluta, piuttosto un costrutto multidimensionale, influenzato dalle fonti utilizzate, dalla metodologia di traduzione e dal pubblico di riferimento. Le traduzioni basate sul sanscrito, come quelle di Vesna A. Wallace e B. Alan Wallace o di Kate Crosby e Andrew Skilton, sono apprezzate per la loro precisione filologica e l’apparato critico meticoloso. Questo le rende particolarmente autorevoli per gli studiosi e per chi desidera un’analisi testuale rigorosa.

Al contrario, le traduzioni basate sul tibetano, come quelle del Padmakara Translation Group o di Stephen Batchelor, sono valorizzate per la loro fedeltà a una tradizione vivente e per il loro stile più evocativo. Questo conferisce loro un’autorevolezza significativa per i praticanti e per chi cerca ispirazione spirituale. L’approccio di Stephen Batchelor, con la sua prospettiva secolare e le sue scelte interpretative specifiche (soprattutto nel Capitolo 9), illustra ulteriormente come la visione del traduttore possa influenzare il risultato finale e la sua ricezione. Questa comprensione sfumata è fondamentale per un approccio accademico al tema, poiché impedisce di individuare una singola “traduzione più autorevole” in senso universale, ma piuttosto di riconoscere la validità e l’importanza di diverse versioni per scopi distinti.

Stephen Batchelor: A Guide to the Bodhisattva’s Way of Life

Questa traduzione è basata principalmente sulla versione tibetana del testo, integrata da un commentario tibetano del XII secolo e spiegazioni orali di Ven. Geshe Ngawang Dhargyey. Lo stile di Batchelor è distintamente poetico, ritmico ed emotivo, spesso descritto come simile a un canto, il che lo rende più facile da memorizzare rispetto ad altre traduzioni più letterali. Un aspetto distintivo di questa versione è l’approccio al nono capitolo sulla Saggezza, che Batchelor non si limita a tradurre letteralmente, ma espande con passaggi commentariali, incorporando la sua interpretazione.

Questo rende la traduzione molto accessibile e ispiratrice per i praticanti. Stephen Batchelor è un insegnante e scrittore buddhista noto per il suo approccio secolare o agnostico al Dharma. È stato un monaco nelle tradizioni tibetana e Zen e co-fondatore di Bodhi College. La sua traduzione è ampiamente riconosciuta e considerata “venerabile” e molto popolare. Tuttavia, come accennato, il suo approccio interpretativo e la sua nota prospettiva secolare possono renderla meno idonea per uno studio filologico rigoroso che richieda una traduzione strettamente letterale.

Vesna A. Wallace e B. Alan Wallace: A Guide to the Bodhisattva Way of Life

Questa traduzione è ampiamente elogiata per essere “concisa, letterale ed elegante”. È basata principalmente sulla versione sanscrita del testo. Un aspetto cruciale del loro lavoro è l’inclusione di copiose note a piè di pagina che evidenziano e discutono le differenze tra l’edizione sanscrita esistente e quella tibetana utilizzata un millennio fa. Questo la rende una risorsa preziosa per gli studiosi delle lingue originali. Entrambi i traduttori vantano solide credenziali accademiche. Vesna A. Wallace ha un dottorato di ricerca dall’Università della California, Berkeley, ed è professoressa di Studi Religiosi, specializzata in Buddhismo indiano, sanscrito e tibetano. B. Alan Wallace ha un dottorato di ricerca in studi religiosi, un background in fisica e filosofia della scienza, e ha trascorso molti anni come monaco buddhista e in ritiro meditativo. 

Padmakara Translation Group: The Way of the Bodhisattva

Questa traduzione è basata sulla versione tibetana del Bodhicaryavatara. Il Padmakara Translation Group è rinomato per il suo “stile letterario chiaro e accurato”. Il gruppo, fondato nel 1987 in Francia, si dedica alla preservazione e alla messa a disposizione della letteratura tibetana. I suoi traduttori lavorano sotto la direzione di rispettati insegnanti buddhisti tibetani, Tsétrul Pema Wangyal Rinpoche e Jigmé Khyentse Rinpoche. La traduzione include una prefazione di Sua Santità il Dalai Lama. L’edizione è arricchita da una approfondita introduzione e tre appendici di commentario del maestro Nyingma Kunzang Pelden, che approfondiscono la comprensione del testo nel contesto della tradizione tibetana. 

Kate Crosby e Andrew Skilton (Oxford World’s Classics): Śāntideva, The Bodhisattvacaryāvatāra

Questa traduzione è stata realizzata direttamente dal sanscrito. È descritta come “buona, accademica ma non invadente” e corredata da note utili. Si concentra sulla chiarezza e l’accuratezza per il lettore moderno. Entrambi i traduttori sono accademici di spicco nel campo degli studi buddhisti. Kate Crosby è Numata Professor di Studi Buddhisti a Oxford, con un dottorato in letteratura pali medievale e vasta esperienza in sanscrito e pali. Andrew Skilton è uno studioso di storia e letteratura buddhista, con un dottorato su una scrittura Mahayana e ruoli accademici a Cardiff e King’s College London; è anche editore della rivista Contemporary Buddhism. Le loro credenziali accademiche sono estremamente solide. Questa traduzione è ben recensita in ambito accademico, in particolare per la sua precisione e per l’approfondimento filosofico, specialmente nel capitolo sulla Saggezza, che è considerato il più filosoficamente ricco e impegnativo.

Alexander Berzin: Engaging in Bodhisattva Behavior

La traduzione di Alexander Berzin è indicata come “dal tibetano chiarita dal sanscrito”, suggerendo un approccio comparativo che cerca di integrare le intuizioni di entrambe le tradizioni testuali. Alexander Berzin è uno studioso e traduttore con un vasto corpus di lavori sul Buddhismo tibetano, molti dei quali sono disponibili gratuitamente tramite il suo sito studybuddhism.com.

Un’analisi delle traduzioni inglesi rivela che non esiste una singola “miglior” traduzione universale del Bodhisattvacaryavatara, ma un panorama di opzioni complementari, ciascuna con i propri punti di forza e il proprio pubblico di riferimento. Le traduzioni di Vesna A. Wallace e B. Alan Wallace e di Kate Crosby e Andrew Skilton emergono come le più autorevoli per uno studio accademico e filologico. Questo è dovuto alla loro base sanscrita, alla letteralità e al meticoloso apparato critico che include note sulle varianti testuali.3

D’altra parte, la traduzione del Padmakara Translation Group è autorevole per i praticanti e per chi cerca una fedeltà alla tradizione tibetana e ai suoi commentari, essendo supportata da maestri di lignaggio e dal Dalai Lama stesso. La versione di Stephen Batchelor, pur essendo estremamente popolare per la sua risonanza emotiva e accessibilità, è più interpretativa, specialmente nel nono capitolo, e riflette la sua prospettiva secolare sul Dharma.8 Questa diversità permette ai lettori di scegliere la traduzione più adatta alle proprie esigenze specifiche, sia che si tratti di ricerca accademica, pratica spirituale o semplice lettura ispirazionale.

Traduzioni in italiano

Per i lettori di lingua italiana, il panorama è più limitato e richiede un approccio più integrato:

  • Per chi cerca una traduzione filologicamente diretta dal sanscrito, la sezione dedicata al Bodhicaryavatara nell’opera di Raniero Gnoli (Testi buddhisti in sanscrito) è l’unica opzione disponibile. È una risorsa preziosa per gli accademici e per coloro che desiderano un contatto diretto con la lingua originale.
  • Per i praticanti e per una lettura più diffusa, la traduzione curata da L. Vassallo e pubblicata da Chiara Luce Edizioni (La via del bodhisattva. Il bodhisattvacharyavatara) è la più accessibile. Tuttavia, è fondamentale essere consapevoli che si tratta di una traduzione indiretta, mediata dall’inglese. Per superare questa limitazione e ottenere una comprensione più profonda e autorevole del testo, si raccomanda vivamente di integrare la lettura con i commentari di maestri tibetani tradotti in italiano, come quelli di Sua Santità il Dalai Lama o di Ghesce Yeshe Tobden (Ass. Culturale La Ruota del Dharma), che forniscono il contesto interpretativo autentico e le chiavi per la pratica.
  • Si segnalano inoltre: Bodhicaryavatara. Una guida al sentiero buddhista del risveglio – Ubaldini Editore e Bodhisattvacharyavatara – Ass. ne culturale La Ruota del Dharma

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