Contrariamente a quanto si pensa, la professione più antica del mondo non è la prostituzione ma la guerra. Fin dalla notte dei tempi, l’essere umano si è affidato alla violenza e allo scontro frontale come soluzione più rapida a un problema spinoso.
Tutte le religioni considerano la pace un ideale, a volte persino come una condizione raggiungibile in determinati periodi della storia. Tuttavia, come la maggior parte delle tradizioni spirituali che provengono dall’India, il Buddhismo non ritiene che l’era attuale si presti a questo lusso. Viviamo nel Kali Yuga, o era oscura, un’epoca in cui la violenza e il conflitto sono la norma nella società umana, non l’eccezione.
Per questa ragione il Buddhismo ha sempre posto l’accento su una pace individuale che sia realizzabile, il nirvana, piuttosto che su un’irrealizzabile e utopistica pace universale
Come ha affermato il maestro indiano Shantideva nell’VIII secolo: “Non si possono rimuovere tutte le spine dal mondo, né si può ricoprire il mondo intero di cuoio per renderlo meno spinoso. Tuttavia, coprendo il proprio piede con un sandalo di cuoio, è come se tutto il mondo fosse stato ricoperto di cuoio morbido e tutte le spine rimosse.” Prosegue dicendo che questo “sandalo di cuoio della mente” non è altro che la pace interiore che si ottiene coltivando una mentalità fondata sulla gentilezza e sulla non-violenza.
Si potrebbe pensare che l’approccio di Shantideva sia in qualche modo egocentrico e che ignori il problema apparentemente più grande della responsabilità sociale. Tuttavia, Sua Santità il Dalai Lama suggerisce che concentrarsi sulla propria pace interiore sia anche un metodo efficace per contribuire alla pace nel mondo.
Come ha scritto in Kindness, Clarity and Insight (Gentilezza, Chiarezza e Saggezza):
“La pace universale dipende dalla pace individuale. Non possiamo avere la pace nel mondo senza che gli individui che lo abitano diventino prima pacifici. Pertanto, il modo migliore per aiutare a stabilire la pace universale è coltivare una mente pacifica dentro di sé. Questa pace si estenderà poi all’esterno e avrà un impatto positivo su famiglia e amici. Ciò, a sua volta, aumenterà la pace della comunità, che contribuirà alla pace della società umana in generale.”
Questo significa forse che il Buddhismo non ha nulla da dire sulle istituzioni sociali e sul loro impatto sulla nascita di una società pacifica?
Nient’affatto. Esiste anche una vasta letteratura buddhista che offre consigli su come le autorità possono creare quelle infrastrutture in grado di favorire una vita pacifica. Tuttavia, questi aspetti rimangono secondari e possono funzionare efficacemente solo quando l’individuo si assume la responsabilità della propria natura pacifica.
Il problema è che, quando a un individuo mancano le fondamenta della pace interiore, la presenza di una pace esteriore porta semplicemente alla noia; a sua volta, una mente annoiata e oziosa diventa naturalmente frustrata e irritabile, finendo per creare conflitti con gli altri come forma di “distrazione”.
Ciononostante, il Buddha stesso ha parlato dell’importante ruolo che le istituzioni politiche e sociali giocano nel mantenere la pace universale
Sutra come l’Avatamsaka (Sutra della Ghirlanda di Fiori) e il Saddharma Puṇḍarīka Sūtra (Sutra del loto bianco) toccano direttamente l’argomento. Cinquecento anni dopo, il maestro indiano Nagarjuna ha riassunto molte delle idee essenziali del Buddha nel suo Suhrlleka, (Lettera a un amico). Shantideva fa riferimento a molte di queste nel suo Shikshasamuccha (Compendio degli addestramenti).
Anche in Tibet le idee buddhiste sulla responsabilità sociale sono ben espresse nel Mani Kabum (Prezioso Vaso delle Istruzioni Gioiello), un’opera attribuita al re Songtsen Gampo (nell’immagine) ma in realtà scritta diversi secoli dopo come compendio degli ideali che Songtsen Gampo incarnava. Anche Sakya Pandita affronta l’argomento nel suo Lekshey Rinchen Trengwa (Ghirlanda di Gioielli di Buoni Consigli). Songtsen Gampo fu il re tibetano del VII secolo che rese il Buddhismo la religione ufficiale del Paese; Sakya Pandita fu un contemporaneo di Gengis Khan. (Per inciso, Gengis una volta scrisse a Sakya Pandita dichiarando di essere interessato a diventare buddhista, ma riteneva di dover prima domare il mondo, che era un luogo selvaggio e violento profondamente bisognoso del suo potere pacificatore.)
Degno di nota, il Kalachakra Tantra contiene anche una profezia che parla della futura nascita di un’era d’oro, un periodo di mille anni di pace universale, quando persino la parola “guerra” non esisterà più. A causa di questa profezia, l’iniziazione al Kalachakra viene spesso impartita a grandi folle di persone. La teoria è che più persone ricevono questa iniziazione, più stabile e sicura sarà quest’era d’oro. Il Kalachakra è la base della scienza astronomica indo-tibetana e il calcolo del compimento di questa e altre profezie del Kalachakra si basa su questa scienza. La maggior parte degli astronomi tibetani ritiene che siamo ancora a circa due secoli di distanza dalla nascita di questa “era d’oro” profetizzata.
La comunità dei monaci e dei laici
Spesso la gente si sorprende nel vedere che i monaci [in visita in America] mangiavano volentieri carne. E i monaci spiegavano pazientemente che è la motivazione a stabilire il merito o il demerito di un atto; il Buddha stesso mangiava carne su questa base, così come i primi maestri buddhisti. A volte i monaci aggiungevano: “Tuttavia, non è appropriato uccidere l’animale da sé, né accettare che un animale venga macellato appositamente per sé.”
Fondamentalmente, ci sono due modi di praticare il Buddhismo: il modo della comunità monastica e quello dei laici. Un monaco o una monaca non dovrebbe uccidere un animale per mangiarlo, né dovrebbe permettere a qualcun altro di farlo per suo conto. Questa linea guida fu data alla comunità dei monaci dal Buddha e doveva essere osservata durante la questua mattutina per il cibo del giorno. Se un benefattore avesse detto: “Aspetta un momento che vado a uccidere una capra per te”, il monaco o la monaca avrebbe dovuto rifiutare l’offerta. La situazione ovviamente non si applica al laico, che produce il cibo anziché chiederlo in elemosina.
Allo stesso modo, monaci e monache hanno assunto i precetti di uno stile di vita eccezionale, che osserva i principi del celibato e della non-violenza, un lusso sociale che tuttavia dipende dal sostegno del resto della comunità. Se tutti seguissimo il celibato e la non-violenza, la specie umana si estinguerebbe presto.
I lama a volte sostengono l’idea che più un laico si avvicina allo stile di vita monastico migliore è la sua pratica
In realtà, è l’esatto contrario: più monaci e monache seguono le loro linee guida, più progressi faranno; per quanto riguarda i laici, più integrano saggezza, compassione e meditazione nella loro routine quotidiana, più progrediranno.
Proprio come i laici buddhisti devono uccidere gli animali se le comunità buddhiste vogliono mangiare carne, e devono dedicarsi alla sessualità se la razza umana deve produrre candidati per futuri monaci e monache, allo stesso a volte dovranno difendere il regno combattendo negli eserciti, occasionalmente dovranno lottare per i diritti individuali difendendo i deboli e gli indifesi contro la tirannia e dovranno difendere i principi della cultura e della civiltà quando i “barbari” alzeranno la testa.
Come sottolineano il Buddha e i primi maestri buddhisti, tuttavia, non dovrebbero farlo per rabbia o odio, piuttosto per grande amore e compassione. E non per una compassione provata unicamente per le vittime dirette dell’ingiustizia, ma anche per i suoi responsabili. Ad esempio, il laico spirituale dovrebbe difendere una donna che subisce uno stupro, arrivando forse a uccidere lo stupratore per risolvere la situazione; dovrebbe farlo non solo per la preoccupazione per la vittima, ma anche per la compassione verso lo stupratore.
Questa compassione comprende che coloro che compiono il male stanno danneggiando se stessi tanto quanto stanno danneggiando la vittima
Lama Tsong Khapa fa l’esempio di un genitore che potrebbe dover trattenere con la forza un figlio impazzito a causa di una violenta malattia mentale, e forse persino ucciderlo per risolvere la situazione; il genitore lo farebbe con amore e compassione per l’oggetto della sua violenza e non per rabbia o odio. Per questa ragione la letteratura buddhista non si riferisce a una persona uccisa in questo modo come “un’uccisione” o “un omicidio”, ma usa invece il termine drolwa, ovvero “liberare”.
La letteratura buddhista tradizionale offre un esempio di come il laico dovrebbe agire in situazioni di questa natura, attingendo a un racconto Jataka secondo cui, molto tempo fa in una vita precedente come laico, il Buddha si trovava su una barca con cinquecento mercanti, quando venne a sapere che uno di essi era un ladro che aveva intenzione di derubare e affondare la nave, uccidendo così tutti quelli che erano a bordo. Il Buddha si assunse la responsabilità e attaccò il potenziale ladro e assassino, liberandolo sul posto.
Queste e un migliaio di storie simili dimostrano come nel corso dei secoli i laici buddhisti abbiano assunto compiti difficili che non sono appropriati per la comunità monastica e abbiano protetto il mondo in modo che monaci, monache, anziani e bambini potessero vivere in sicurezza.
A questo punto, immagino che alcuni lettori potrebbero essere scioccati nel pensare che il Buddhismo si riferisca all'”uccidere” come “liberare” e che giustamente avranno timore che questo principio possa essere facilmente frainteso.
La possibilità di abuso è sempre presente in ogni attività umana
Così come monaci e monache possono abusare delle loro posizioni privilegiate nella società, ad esempio accettando il sostegno della comunità laica e poi non rispettando i precetti, allo stesso modo i laici a volte commetteranno errori e non saranno all’altezza di ciò che ci si aspetta dai buddha e dai bodhisattva. L’importante è che tutti noi facciamo del nostro meglio, senza essere troppo critici l’uno con l’altro.
Per questa ragione in Tibet i lama raramente si intromettevano direttamente nelle faccende dei re e dei capi promuovendo invece i valori buddhisti fondamentali della responsabilità individuale, della pazienza, della compassione, della meditazione e della saggezza, sperando che i leader laici ne uscissero rafforzati per fare sempre la cosa giusta in una data situazione.
Il messaggio essenziale è che il Buddhismo ha qualcosa da dire, sia in tempo di pace che in tempo di guerra.
Un approccio politico
Che dire dei governi e delle politiche governative? Un leader deve essere sufficientemente saggio da valutare i mezzi che saranno più efficaci.
I quattro metodi nel Buddhismo sono conosciuti come i quattro trinley, o attività di illuminazione: pace, aumento, potere e ira. Ognuno di questi può essere un’espressione di amore e compassione, poiché non dipendono dall’atto compiuto, piuttosto dalla motivazione interiore e dalla visione di chi agisce. In uno dei racconti di Atisha, il principe Lhakyey si affidò ai primi due tipi di trinley – pace e aumento – nel suo approccio; rivelò il trinley della pace mantenendo un’assenza di qualsiasi accenno di violenza e guerra nelle sue azioni e portando la pace al Re Krishna; rivelò il trinley dell’aumento relazionandosi con il Re Krishna solo in un modo che potesse aumentarne le buone qualità.
In netto contrasto con la storia del principe Lhakyey, la vita del re Songtsen Gampo è caratterizzata da violenza e guerra
Per dirla con altre parole, si affidò principalmente al terzo e quarto trinley, potere e ira, per raggiungere i suoi obiettivi e compiere il suo destino.
I tibetani dipingono Songtsen Gampo come un uomo fortemente devoto alla pratica buddhista. Ereditò il trono all’età di tredici anni e si dedicò quasi immediatamente al compito di costruire l’impero. Nel giro di un decennio era diventato il terrore dell’Asia e, al momento della sua morte, il suo territorio si estendeva a est fino alla moderna Cina, a sud fino all’India, a nord fino alle praterie mongole e a ovest quasi fino al confine persiano. Al culmine di queste attività era indubbiamente l’uomo più potente dell’Asia e il Tibet era uno degli imperi più grandi del mondo. Può essere giustamente chiamato il padre del Tibet, perché sebbene il suo impero si sia frammentato diverse generazioni dopo, la cultura che ha propagato è diventata una forza unificatrice che ha dato ai popoli dell’Asia centrale un’identità collettiva che è perdurata fino a oggi.
I tibetani spiegano che gli interessi di Songtsen Gampo per il Buddhismo furono ispirati da due donne
Secondo la storia, dopo aver consolidato il suo impero, decise che sarebbe stato opportuno stabilire relazioni positive con i suoi due principali vicini, il Nepal a sud e la Cina a est. Pertanto richiese e ottenne la mano della principessa Dritsun, la figlia del re nepalese Amushuvarman, e pochi anni dopo quella della principessa Kongjo, la figlia dell’imperatore cinese T’ai Dzung.
Oltre ai due grandi templi costruiti per le sue regine nepalese e cinese, commissionò il Palazzo della Montagna Rossa, sul quale mille anni dopo il Quinto Dalai Lama avrebbe costruito il Palazzo del Potala.
Non c’è dubbio che il Songtsen Gampo sia rimasto fermamente legato al suo approccio feroce all’amministrazione reale per tutta la vita
Per esempio, leggiamo che quando il maestro nepalese Shilamanju arrivò a Lhasa rimase scioccato nell’apprendere che il suo benefattore, il sovrano, aveva l’abitudine di far decapitare dozzine di uomini ogni giorno. Andò da lui e gli disse: “Mi dispiace, signore, ma non posso insegnarti il Dharma se ti comporti in questo modo. Sarebbe inutile”. Il re sorrise e disse:
“O venerabile, per favore lascia che ti spieghi cosa sta succedendo qui. Quando ho deciso di incarnarmi in questa terra di barbari per domare il popolo e metterlo sulla via dell’illuminazione, sapevo che non sarebbe stato un compito facile. Non potevo indurmi a danneggiare altri esseri viventi, e quindi contemporaneamente alla mia incarnazione qui ho anche emanato diecimila forme di me stesso, ognuna delle quali aveva lo scopo di infrangere le mie leggi e, di conseguenza, essere punita da me come esempio per il popolo. I diecimila uomini che ho decapitato durante il mio regno sono semplici emanazioni di me stesso. Con la morte di ognuno di essi, sono solo io a provare il dolore”.
Poi si sollevò poi il turbante e mostrò al monaco nepalese l’immagine del Buddha Amitabha nel cerchio di luce attorno al su capo indicando anche le diecimila cicatrici sul collo, ognuna delle quali era apparsa misticamente quando una delle sue emanazioni era stata decapitata.
I tibetani non hanno alcun problema a considerare sia il Re Songtsen Gampo sia il Principe Lhakyey come emanazioni di Avalokiteshvara, il Buddha della Compassione. Agli occhi dei tibetani, entrambi erano ugualmente motivati da una grande compassione e guidati dalla saggezza caratteristica dei grandi bodhisattva.
I Dalai Lama: guerra e pace in tempi più moderni
Il VII Dalai Lama (1708-1757) nacque in uno dei periodi più caotici e violenti della storia tibetana, un’epoca in cui guerre interne ed esterne infuriavano da quasi un secolo. Tuttavia, quando morì, era riuscito a portare tutto a uno stato di pace e a vedere l’alba dell’età d’oro classica del Tibet, un periodo di pace che durò per quasi duecento anni.
Da quel momento in poi le incarnazioni dei Dalai Lama rimasero sul trono dorato a Lhasa. Il successo del loro governo e la loro popolarità tra il popolo sono testimoniati dal fatto che la tradizione è rimasta fino a quando l’invasione comunista cinese degli anni ’50 ha costretto l’attuale Dalai Lama a fuggire in India nel 1959.
Se guardassimo al duplice ruolo dei Dalai Lama, di leader spirituale e temporale, possiamo tranquillamente affermare che il novanta per cento del loro tempo e delle loro energie era dedicato a perseguimenti spirituali e meno del dieci alla leadership temporale. Il governo era infatti gestito quotidianamente da un Gabinetto, con le posizioni governative più importanti ricoperte da due persone, una laica e l’altra monastica. La leadership temporale del Dalai Lama emanava dalla sua autorità spirituale, piuttosto che da particolari strumenti politici. Il XIII fu in qualche modo un’eccezione e dal 1913 fino alla sua morte, nel 1933, si interessò più direttamente alle questioni laiche; e ovviamente l’attuale Dalai Lama è stato gettato in mezzo agli eventi politici dall’occupazione cinese del Tibet.
Non c’è dubbio che in generale tutti questi Dalai Lama promuovessero la pace e la non-violenza ogni qualvolta e ovunque fosse possibile
Tuttavia, quando i metodi pacifici fallivano, è altrettanto indubbio che accettassero l’uso della violenza da parte di un esercito formato da laici. Ad esempio, quando il generale McKinnley guidò una forza militare britannica nel Tibet meridionale nel 1888 per cercare di costringere i tibetani ad accettare il trattato sino-britannico di Cheffoo del 1876 (che in effetti dava il Tibet alla Cina e la Birmania e la Thailandia alla Gran Bretagna), il giovane XIII Dalai Lama inviò un esercito Khampa di 10.000 soldati nella regione per fermare l’avanzata britannica.
Quindici anni dopo, mentre era nel bel mezzo di un ritiro di Yamantaka di tre anni, inviò un esercito simile per fermare l’invasione di Younghusband. Inoltre, dopo l’invasione manciù del 1909, quando il Grande Tredicesimo fuggì in India e da lì guidò un governo in esilio, supervisionò le attività della resistenza clandestina del Tibet, costringendo con successo i cinesi in Tibet ad arrendersi nel 1913.
L’attuale Dalai Lama, invece, ha seguito una linea molto diversa e aderisce rigorosamente a una politica di resistenza non violenta all’occupazione cinese in Tibet. Dunque, il Tredicesimo ha seguito più da vicino il percorso mostrato dal Re Songtsen Gampo, mentre l’attuale Dalai Lama sta seguendo il percorso esemplificato dal Principe Lhakyey.
Tradotto da War and Peace in Tibetan Buddhism – MANDALA • Marzo – Maggio 2002






