L’arroganza, una delle sei afflizioni radice

L’arroganza, una delle sei afflizioni radice

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Studiando quel laboratorio che è la nostra mente, notiamo che, in momenti diversi, possiamo provare emozioni radicalmente differenti: possiamo essere affettuosi e poco dopo irritati. Alcune emozioni sorgono più facilmente o sono più abituali di altre: la rabbia si scatena in un attimo, la pazienza è difficile da coltivare. Alcune portano pace, altre disturbano la tranquillità della nostra mente. Queste ultime emozioni sono chiamate afflizioni. Asaṅga ne dà una definizione nel suo Compendio della conoscenza (LC 1:298):

Un’afflizione è un fenomeno che, quando sorge, ha un carattere disturbante e che, sorgendo, disturba il continuum mentale.

Le afflizioni sono specifici fattori mentali che, quando sorgono nella nostra mente, la rendono irrequieta e incontrollabile. Possono essere emozioni, atteggiamenti o punti di vista e, di solito, si manifestano indipendentemente dalla nostra volontà. Le tre principali sono l’ignoranza, la rabbia e l’attaccamento.

La compassione, anche se può disturbare la nostra mente, non è un’afflizione: a differenza della pietà o dell’angoscia che si prova nel vedere la sofferenza degli altri, la vera compassione viene coltivata deliberatamente per uno scopo nobile ed è sostenuta dalla logica. Non potendo ignorare il duḥkha degli esseri senzienti, la compassione desidera che essi ne siano liberi. La nostra mente può essere temporaneamente disturbata perché la nostra apatia è stata messa alla prova, ma questo tipo di disturbo mentale ci sprona a essere più tolleranti e gentili; rende la mente forte e determinata ad aiutare gli altri, porta beneficio a noi stessi e al prossimo.

Le afflizioni, al contrario, sorgono senza ragioni valide e non hanno alcun fondamento nella realtà

Poiché per noi sono un’abitudine, però, si manifestano facilmente in determinate circostanze, disturbando la tranquillità della mente e, a lungo termine, moltiplicando i nostri problemi e la nostra infelicità. A differenza degli stati mentali virtuosi, come l’integrità e la compassione, le afflizioni mancano di chiarezza e spesso ci troviamo a giustificarne la presenza: “Ho il diritto di arrabbiarmi perché sono stato ingiustamente criticato”. Ma pensateci bene: perché dobbiamo arrabbiarci quando qualcuno ci critica? La rabbia è l’unica risposta possibile a quella situazione? La rabbia aumenta o compromette la nostra capacità di comunicare? Interrogarsi in questo modo elimina la confusione, ci permette di cogliere la “logica” fallace che sta dietro alle afflizioni e quindi di eliminarle.

Le afflizioni danno origine ad azioni considerate distruttive in tutte le culture: uccidere, rubare e mentire. Queste azioni perpetuano il ciclo della sofferenza e poiché portano alla nostra rovina, dobbiamo essere consapevoli della loro natura, delle cause, delle funzioni e degli svantaggi. Se un Paese ha un nemico che ne sta distruggendo il benessere, cerca di scoprire tutto il possibile su di esso per combatterlo e impedirgli qualunque devastazione. Allo stesso modo, anche noi dobbiamo conoscere tutto il possibile sul nostro nemico: le afflizioni che distruggono la nostra e l’altrui felicità. Ma la semplice conoscenza non è sufficiente; dobbiamo combattere le afflizioni studiando, riflettendo e meditando sulle forze che vi si oppongono, come descritto negli insegnamenti del Buddha. Questo è il punto cruciale della pratica del Dharma.

Il Buddha ha elencato ottantaquattromila afflizioni, le più importanti delle quali sono le afflizioni radice (mūlakleśa) e le afflizioni secondarie (upakleśa)

Nel Tesoro della conoscenza, Vasubandhu parla di sei afflizioni di base, l’ultima delle quali è la visione afflittiva, a sua volta suddivisa in cinque. Nel Compendio della conoscenza, suo fratello maggiore Asaṅga elenca dieci afflizioni di base: le prime cinque elencate da Vasubandhu più le cinque visioni afflittive. Sebbene i due elenchi arrivino allo stesso punto, vi sono alcune differenze nelle descrizioni dato che il Tesoro della conoscenza è stato scritto secondo la prospettiva Vaibhāṣika mentre il Compendio della conoscenza dal punto di vista Cittamātra. In generale seguiremo quest’ultimo, tranne quando differisce dalla presentazione Prāsaṅgika, in particolare nelle descrizioni dell’ignoranza e della visione dell’identità personale. Le sei afflizioni radice sono l’attaccamento (rāga), la rabbia (pratigha), l’arroganza (māna), l’ignoranza (avidyā), il dubbio fuorviante (vicikitsā) e le visioni afflittive (kliṣṭadṛṣṭi).

(…)

Arroganza

L’arroganza è il fattore mentale che si basa sulla visione di un’identità personale che non ha ancora compreso il modo in cui esistono l’io o il mio e si aggrappa tenacemente a un’immagine esagerata di noi stessi. La sua funzione è impedirci di imparare a coltivare la virtù portandoci al contempo a mancare di rispetto o a denigrare gli altri. Vasubandhu cita sette tipi di arroganza:

  1. L’arroganza di pensare “io sono superiore” rispetto a qualcuno “inferiore”. In questa e nelle due forme successive di arroganza, ci paragoniamo agli altri per ricchezza, aspetto, conoscenza, posizione sociale, abilità fisiche, fama e altri fattori.
  2. L’arroganza di pensare “io sono superiore” rispetto a qualcuno che è nostro pari.
  3. L’arroganza di pensare “io sono superiore” rispetto a qualcuno che è migliore di noi.
  4. L’arroganza di pensare, rispetto ai nostri aggregati “io”, chiamata anche presunzione dell’io sono (asmimāna). Sulla base dell’attaccamento al sé, crediamo di essere intrinsecamente esistenti e molto importanti.
  5. L’arroganza che ci fa credere di avere buone qualità che però non abbiamo.
  6. L’arroganza che ci fa pensare di essere solo di poco inferiori rispetto a qualcuno di straordinario. Possiamo pensare: “In questo gruppo di persone tenute in grande considerazione, io sono il meno qualificato” sottintendendo che, pur essendo inferiori a chi è esperto, siamo sicuramente migliori della maggior parte di tutti gli altri. Fa parte di questo tipo di arroganza anche l’idea di avere un certo status perché legati a qualcuno che è migliore di noi: “Sono il discepolo di un maestro spirituale veramente grande”.
  7. L’arroganza di pensare che i nostri difetti siano virtù come, ad esempio, nel caso di una persona che non si comporta in modo etico ma pensa di essere onesta e nel giusto.

Nella Preziosa ghirlanda Nāgārjuna (RA 407-12) descrive i sette tipi di arroganza in modo leggermente diverso, anche se il significato è in generale quello appena descritto. L’unica eccezione riguarda l’arroganza dell’inferiorità, ovvero denigrare noi stessi, credendoci inutili e incapaci.

La tradizione pāli concorda con la precisazione di Nāgārjuna

[1] A proposito di questi, il [primo] è chiamato arroganza; è quando si pensa di essere inferiori all’inferiore, uguali all’uguale, o superiori o uguali all’inferiore. [2] È arroganza della presunzione se si presume di essere uguale a qualcuno che è migliore. [3] Se si presume di essere addirittura migliori dei propri superiori, si tratta di un’arroganza che va oltre l’arroganza; si pensa di essere addirittura più elevati di chi è più elevato. È un male estremo, come un’infezione su una pustola. [4] I cinque aggregati vuoti sono chiamati [aggregati] soggetti all’aggrapparsi. Quando li si percepisce come io, ciò è chiamato la presunzione di pensare “io sono”. [5] Presumere di aver ottenuto un risultato che non si è raggiunto significa avere un’arroganza presuntuosa. [6] I saggi sanno che vantarsi delle proprie azioni negative è un’arroganza errata. [7] Sminuirsi pensando “non sono capace” è l’arroganza dell’inferiorità. Queste sono in breve le sette forme di arroganza.

L’arroganza ci impedisce di sviluppare nuove qualità; se crediamo di essere già il massimo, non siamo ricettivi verso gli insegnamenti. Ci sentiamo soddisfatti, addirittura compiaciuti, per nulla propensi a impegnarci a coltivare le qualità virtuose. Quando siamo ancora dei principianti non siamo afflitti dall’arroganza derivante dalla nostra conoscenza del Dharma o dai risultati ottenuti, perché in quel momento siamo consapevoli di quanto poco sappiamo e di quanto ancora dobbiamo imparare e mettere in pratica. Ma dopo aver studiato e praticato un po’, l’arroganza può facilmente insinuarsi nella nostra mente e rallentare la crescita spirituale.

È importante distinguere tra arroganza e fiducia in se stessi: la prima è spesso insicurezza mascherata, mentre l’autostima ci fa riconoscere le nostre capacità senza però ingigantirle. Le persone sicure di sé non sentono il bisogno di vantarsi dei propri risultati. Tuttavia la fiducia in se stessi, quale fattore essenziale nel sentiero spirituale, deve essere alimentata: pensare “praticando progressivamente il sentiero, sarò in grado di compiere tutte le attività dei bodhisattva” è un atteggiamento utile e necessario, non è arroganza. La consapevolezza del nostro potenziale sostiene il nostro sforzo entusiastico per lo studio e la pratica del Dharma. Allo stesso modo, gioire della nostra virtù con un senso di soddisfazione, pensando “mi sento bene perché ho mantenuto i precetti in una situazione difficile”, non è arroganza ma un modo per rafforzare la nostra virtù.

Tratto da Samsara, nirvana, natura di buddha – Comprendere il potenziale della mente umana

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