In Gypsy Gossip and Other Advice, il maestro tibetano Thinley Norbu Rinpoce raccoglie brevi e penetranti saggi volti a demistificare le nevrosi della vita moderna e della mente condizionata. Attraverso uno stile diretto, ironico e privo di formalismi, l’autore analizza le trappole dell’ego, la superficialità dei pettegolezzi mondani e le illusioni del materialismo spirituale. L’opera è una guida e una esortazione per chi pratica il Buddhismo, offrendo consigli essenziali per trasformare le circostanze quotidiane in occasioni di risveglio, mantenendo una visione pura e integrando la saggezza profonda nella condotta ordinaria, oltre le ipocrisie sociali.
In questo estratto Rinpoce ci spiega che il samaya è spesso erroneamente limitato al contesto buddhista, mentre in realtà rappresenta un principio universale di coesione sociale e naturale: un patto fondamentale che regola promesse, leggi e interazioni umane per prevenire il caos. Nel percorso spirituale del Dharma, funge da strumento strutturato per favorire la liberazione, sebbene possa essere percepito come un vincolo gerarchico. Il testo che vi proponiamo esplora come, attraverso l’integrità e la purezza dell’intenzione, chi pratica possa utilizzare tali impegni non come catene, ma come supporti per trascendere la dualità, approdando infine alla realizzazione del “samaya senza samaya”, uno stato di profonda libertà oltre ogni speculazione concettuale.
Oggigiorno, in ogni angolo del mondo, le persone si ribellano alle manipolazioni e alle strutture gerarchiche del potere – che si tratti di governanti, dittatori o guru – alla ricerca della libertà. Eppure, quando si rivolgono al Dharma per trovare una via di liberazione, vi ritrovano un esempio perfetto di struttura gerarchica. Come si spiega questo paradosso? E come ci si può adattare a un simile sistema se non lo si condivide? Si sente spesso dire che le persone di origine tibetana vivono profonde sofferenze e paure a causa dei propri samaya. Qual è l’utilità di tutto questo se, anziché offrire conforto, genera angoscia?
Un patto universale
Il vero intento del samaya è stabilire un terreno comune, una base di intesa, un patto. Spesso ci inchiniamo di fronte a chi consideriamo in una posizione elevata e ci mettiamo al suo servizio aspettandoci un ritorno. In questo senso, lo scopo del samaya sembra essere la protezione dei nostri interessi, un patto stipulato per garantire un esito positivo.
Se pensiamo che il samaya esista solo all’interno del Buddhismo o della cultura tibetana, ne fraintendiamo profondamente il significato. Anche senza aver mai sentito questa parola o senza aver mai praticato il Dharma, il samaya resta l’elemento essenziale di ogni accordo e di ogni comunicazione, a prescindere dall’intenzione consapevole di mantenere voti o impegni. Nella vita quotidiana, sul piano della verità convenzionale, siamo costantemente legati da promesse, una dinamica identica a quella del samaya. Ciò significa che questa dimensione è sempre segretamente presente sia nella nostra mente sia nel mondo esterno. Non esiste un luogo in cui rifugiarsi per sfuggire alle leggi e alle regole, che altro non sono se non forme di samaya. Se in un Paese non vi fossero leggi, come potrebbe esserci un progresso sociale ed economico? Senza regole, tutto sprofonderebbe nel caos. Le norme sono la base dell’organizzazione e della crescita; trascurarle è la radice del fallimento. Persino gli Stati firmano trattati per paura di invasioni da parte di nemici comuni e anche questo è samaya.
Il samaya in natura e nella società
Nel mondo animale si rispetta il samaya animale, così come gli esseri umani devono rispettare il proprio. Le formiche cooperano secondo il loro samaya comune e restano unite nel formicaio per garantire la sopravvivenza della colonia. Se finissero nella tela di un ragno, si ritroverebbero invischiate in dinamiche differenti, regolate da un samaya diverso. Esiste un patto persino tra il mondo animale e quello umano: se gli animali domestici mantengono il proprio legame con gli umani e restano nelle case, la loro vita è confortevole; se si avventurano nella giungla tra i predatori selvatici, la loro esistenza diventa violenta.
Quando in una famiglia si preserva questo patto di reciprocità, la vita scorre armoniosa. Se viene infranto, sorgono i conflitti. Se il samaya viene mantenuto tra chi governa e la cittadinanza, si ottiene un’esistenza pacifica. Quando non viene rispettato, ne derivano disarmonia, rivoluzioni e rovina. Senza samaya, ogni cosa volge alla violenza.
Anche se a volte la sfera occidentale e quella orientale faticano a dialogare, l’interazione è inevitabile. Si comunica attraverso gli affari, il commercio e la politica e in questa rete di relazioni si crea un samaya. La misura in cui ci si attiene a questi patti – totalmente, in parte o per nulla – dipende dalla singola persona. Nel mondo, le prigioni sono piene di individui che hanno dissentito dal samaya sociale del proprio Paese e lo hanno infranto.
Chi vive in povertà contesta il samaya economico imposto dalle oligarchie oppressive, lo viola e per questo subisce la detenzione. Chi detiene grandi ricchezze dissente dal samaya economico dei regimi comunisti, lo infrange e finisce in prigione. Chi lavora nei bar riempie i bicchieri con un samaya puro al 100% alle dieci di sera e al 50% a mezzanotte. I tassisti scelgono il percorso più lungo o trafficato mentre il tassametro sale, infrangendo con mente subdola il samaya del percorso più breve. Ci sono amanti che si baciano con appassionato samaya, mantenendo intatta la purezza del fiore di loto. Fianchi sinuosi di samaya, velati da jeans attillati, promettono l’inimmaginabile a sguardi frustrati e sbarrati. La classe medica prescrive un samaya confortante, destinato a non finire mai. Alle frontiere, i funzionari della dogana ispezionano il samaya dei bagagli con occhio sospettoso, mentre l’altro strizza l’occhio al portafoglio. Le forze dell’ordine impongono la legge del samaya con una mano sulla pistola e l’altra tesa a ricevere. Avvocati autorevoli difendono a gran voce il samaya con la clientela, sussurrando concessioni all’orecchio dei giudici. I leader politici sventolano la bandiera del samaya con una mano e, sotto il tavolo, accettano favori con l’altra. Le urne elettorali vengono sigillate con il lucchetto del samaya durante il giorno e scassinate di notte.
I voti e gli impegni nel Buddhismo
Nel Buddhismo si adottano diversi sistemi di voti e samaya, a seconda delle propensioni e del livello di pratica di ciascuno. Tra i più rilevanti ricordiamo: i voti del rifugio, i voti della bodhicitta , i voti di upāsaka [N.d.T. praticante laico o laica], i voti di getshul [N.d.T. novizio o novizia], i voti di gelong [N.d.T. monaco o monaca completamente ordinati], i tre samaya tantrici esterni, i tre samaya tantrici interni e i quattro grandi samaya del Mahāsandha. Esistono innumerevoli altri impegni, ma non è necessario elencarli tutti; chi desidera può approfondirli nei testi. Non occorre assumere l’interezza di questi voti, ma solo quelli scelti per il proprio percorso verso la liberazione, ai quali ci si dovrebbe attenere con coerenza.
Come praticanti si ricevono spesso molte iniziazioni tantriche e il rischio è di generare confusione pensando di dover osservare contemporaneamente i samaya di ciascuna di esse. Le cose non stanno esattamente così. Per fare un parallelo, quando ci si trova in Oriente si rispettano le leggi locali, senza preoccuparsi di quelle occidentali; cercare di applicare le regole di entrambi i contesti creerebbe solo caos. Se in un Paese ruttare dopo i pasti è segno di apprezzamento, in un altro è considerato una grave maleducazione. Come si potrebbe assecondare e rifiutare lo stesso comportamento nello stesso momento?
La necessità del samaya nel percorso verso la liberazione
Per quale ragione, dunque, si deve mantenere il samaya?
Spesso non ne abbiamo alcuna voglia. Vorremmo raggiungere una dimensione che vada oltre il samaya, perché lo troviamo complicato, faticoso e fonte di ansia. Eppure, per superare il samaya, è necessario prima attraversarlo e mantenerlo. Se vogliamo vivere senza un bersaglio, dobbiamo prima mirare al bersaglio dell’assenza di bersagli. Se l’impegno appare difficile e doloroso, lo si deve mantenere orientando la pratica proprio verso la liberazione dal samaya stesso. Finché ci si afferra ai concetti si resta vincolati dal samaya, poiché si è legati dal karma; di conseguenza, se si vuole evitare la sofferenza e ottenere una felicità temporanea, o se si mira a trascendere ogni dolore per raggiungere l’illuminazione, è indispensabile osservare una precisa condotta, abbandonando le azioni nocive e coltivando quelle virtuose. La liberazione dal samaya richiede la liberazione dal karma e, per affrancarsi da entrambi, occorre appoggiarsi a un sistema strutturato di impegni.
Sul piano della verità assoluta, il samaya supremo è quello del non-attaccamento e della non-concettualità, che si realizza solo quando si riposa nella natura essenziale della mente, oltre l’afferrarsi dualistico, i concetti, il karma o i vincoli formali. Per dimorare in questo stato, bisogna superare il controllo continuo delle proprie esperienze e azioni basato su griglie precostituite. Quando si è capaci di mantenere questo samaya supremo, si è già oltre il samaya stesso: l’obiettivo è raggiunto, e con esso si estingue tutta la fatica che l’osservanza formale comportava.
Superare la paura e l’inerzia
Cosa dire, invece, di chi si tiene a distanza dal Dharma per timore di regole complesse e delle rinascite infernali promesse a chi fallisce?
È come avere sete e volere l’acqua, ma rifiutare la fatica necessaria a procurarsela. Si desidera il risultato senza il lavoro, le complicazioni o i rischi; si vorrebbe la libertà ma si cede alla pigrizia e all’inerzia. Eppure la sete resta e la pigrizia impedisce di estinguerla. Non si vuole avanzare né restare fermi: un vicolo cieco. Questo corto circuito crea confusione e si cerca di sfuggirvi. Spesso è necessario fare ciò che non si desidera per ottenere ciò che si vuole. Chi evita il Dharma per paura del samaya dovrebbe considerare che, in ogni caso, dovrà fare i conti con i samaya mondani e con la legge del karma. Se un impegno è comunque inevitabile, tanto vale sceglierne uno che conduca oltre l’osservanza formale e la fatica che ne deriva. Se si mantengono i samaya tantrici interni e segreti con un’intenzione pura, il beneficio non mancherà.
Custodire l’impegno con intenzione pura
Qualunque sia l’impegno assunto, va mantenuto senza creare ulteriori sovrastrutture mentali. Il samaya è complesso; ed è proprio perché desideriamo liberarcene che lo osserviamo. Quando si pratica il Dharma, l’impegno va custodito correttamente, evitando una mente rigida. L’obiettivo è aprirsi sempre di più, anziché fabbricare nuovi vincoli a cui aggrapparsi; altrimenti, il meccanismo del samaya non si esaurirà mai.
Assumere impegni senza una reale pratica genera solo sofferenza, alimentata dal rimorso e dall’ansia; in questo modo si creano nuove leggi, nuovo saṃsāra e ulteriore dolore. Questo non è il vero samaya. Per assumere un impegno autentico, occorre praticare con la pura intenzione di raggiungere l’illuminazione. Man mano che l’esperienza meditativa si approfondisce, il samaya si dissolve. Si diventa più aperti, spontanei e naturali, e con noi si trasformano le nostre intenzioni e la percezione dei fenomeni. A quel punto, le concezioni samsariche e le visioni rigide del Dharma svaniscono da sé. Si accede a un samaya sublime per poi trascendere anche quest’ultimo, fino a non aver più bisogno di alcun supporto, riposando nel samaya senza samaya.
Per salire le scale, ci si appoggia al piano terra per raggiungere il primo piano, e al primo per raggiungere il secondo. Una volta arrivati al secondo piano, non si continua a pensare al primo; e una volta in cima, i piani sottostanti non servono più. Quando infine si riposa nella natura essenziale della mente, al di là di ogni dinamica di entrata e uscita, la mente legata a speranze e aspettative svanisce e non resta alcuna speculazione su samaya superiori o inferiori.
Il ruolo dell’insegnante e la reciprocità
In base alle proprie capacità, è opportuno valutare quale impegno sia più essenziale e vantaggioso e concentrarsi su quello, ricordando che i samaya di livello inferiore sono automaticamente inclusi e preservati all’interno di quelli superiori.
L’efficacia degli insegnamenti dipende sempre dalle persone coinvolte. Se sia la guida sia chi impara mancano di comprensione e hanno una mente ristretta, il samaya si trasforma in una prigione e il discepolo in un prigioniero, a causa dell’attaccamento e della paranoia dello stesso insegnante. Al contrario, se l’insegnante possiede una mente di saggezza e chi apprende mantiene una disposizione pura e stabile, l’incontro diventa prezioso: attraverso l’osservanza del samaya, chi impara sarà in grado di trascenderlo.
Purtroppo, oggi vi sono insegnanti dalla mente ordinaria che non mantengono il samaya verso i propri discepoli. Manifestano una forte preoccupazione egoistica per la condotta degli studenti, dicendo: “Non devi fare questo o quello, altrimenti infrangerai il tuo samaya“. Dimenticano, però, la propria parte di responsabilità nel patto di fiducia e la relazione si corrompe.
Se da un lato è fondamentale che chi impara custodisca il proprio impegno – trattandosi di uno strumento prezioso per l’illuminazione – dall’altro l’insegnante ha il dovere di fare altrettanto nei confronti dei discepoli. Se la guida è una figura di autentica saggezza, dotata di una mente sublime, ogni sua azione è espressione di una consapevolezza fluida e non ostruita, che si manifesta spontaneamente per il beneficio di tutti gli esseri senzienti, senza alcun attaccamento. Ma se si tratta di una persona comune, allora il rispetto del samaya deve essere rigorosamente reciproco.
Per quale motivo ci si rivolge a un insegnante? Per liberarsi dal dolore. Si cerca la liberazione dal saṃsāra e dalla sofferenza. Si desidera la libertà e la semplicità, non un’esistenza ancora più complicata e invischiata nelle dinamiche mondane.
Se un insegnante infrange il samaya con discepoli a vantaggio proprio o del proprio entourage, l’impatto su chi ha riposto in lui la propria fiducia può essere devastante. È lo stesso principio per cui i leader politici o le persone di grande influenza devono farsi carico delle proprie responsabilità e rispettare le leggi. Non possono esigere tutto dai subordinati senza offrire una guida integra, pena il crollo della loro stessa autorevolezza.
Esistono anche discepoli vicini ai Lama che abusano della propria posizione per manipolare le persone a proprio vantaggio. Nella loro brama di potere, minacciano i praticanti più umili usando il samaya come un’arma. Dicono: “Rinpoce vuole che tu faccia questo. Se rifiuti, infrangi il tuo samaya e questo causerà ostacoli, malattie o persino la morte e la rinascita nell’inferno vajra”. Se si vuole essere di reale beneficio per la guida, per gli esseri e per se stessi, il samaya va certamente mantenuto; tuttavia, non ci si deve lasciare intimidire da queste minacce coercitive. A prescindere dalle intimidazioni, il karma deve comunque fare il suo corso: ostacoli, malattie e morte colpiranno ognuno di noi, ma non vi è alcuna prova che tali eventi derivino necessariamente da un samaya infranto. Grandi bodhisattva hanno affrontato enormi avversità, pur muovendosi con intenzioni e attività del tutto pure; hanno purificato il karma di vite passate e hanno utilizzato le circostanze avverse per mostrare agli altri, attraverso l’esempio, la vera natura del karma e della sofferenza. Se vi si para davanti qualcuno che vi punta contro la “pistola del samaya” carica del proiettile di una nera intenzione e in quel momento tremate di paura rischiate di offrire un bersaglio facile che il proiettile può penetrare. Se invece rilassate la mente nello spazio limpido, vasto e libero del cielo, potete lasciare che sparino: il proiettile non potrà fare altro che cadere a terra inoffensivo.
Gerarchia, autorità e autorità spirituale
Rinpoche, cosa può dirmi dei problemi legati alla gerarchia, ai titoli e allo stile verticistico del Dharma?
Le strutture gerarchiche non sono un’esclusiva delle consuetudini del Buddhismo tibetano. Ovunque si formi un gruppo, chi è più forte – per vigore fisico o per intelligenza – tende ad assumere la guida. Nelle nazioni, nelle città, nelle scuole, negli ospedali, negli eserciti, nei partiti e nelle comunità religiose troviamo sempre una figura di riferimento e una scala di potere. Chi è forte tende a imporsi su chi è più debole; è una dinamica universale. Che si tratti di un sistema democratico, fascista o comunista, all’interno di ognuno di essi opera una forma di autorità direttiva. Dove c’è potere, questo viene esercitato. È inverosimile che qualcuno investito di autorità vi rinunci dicendo: “Non la userò, altrimenti non saremmo uguali”. In una democrazia, chi governa perché eletto dal popolo emana direttive e chi non le osserva può essere perseguito o detenuto dalle forze dell’ordine. Legalmente, non si può opporre resistenza all’arresto senza commettere un ulteriore reato che aggraverebbe la pena. Chi sta in alto governa e legifera, chi sta in basso deve adeguarsi. Nel comunismo questa verticalità è esplicita, definita storicamente come “dittatura del proletariato”, sebbene il potere sia di fatto esercitato da un singolo o da un gruppo ristretto a cui la collettività deve obbedire. Nel fascismo, la natura autoritaria è ancora più palese.
Fino all’illuminazione, è pressoché impossibile vivere del tutto al di fuori di dinamiche gerarchiche o di autorità di fatto. Se i figli diventano più forti dei genitori, imporranno la propria volontà; se i genitori mantengono il controllo, guideranno o condizioneranno i figli. Se in una coppia un partner è psicologicamente più forte, tenderà a dominare l’altro. Finché sussiste una percezione dualistica, vi sarà una disparità di forze.
Pertanto, non si possono liquidare i costumi del Dharma orientale come intrinsecamente errati; sono il prodotto di specifiche usanze sociali e si trasformeranno con il mutare delle culture. Persino oggi, ognuno di noi ospita una struttura gerarchica totalitaria nella propria configurazione psicologica, interiorizzata attraverso il condizionamento familiare, scolastico e sociale. Ed è proprio a causa di queste strutture gerarchiche interiorizzate che, inizialmente, abbiamo bisogno che il Dharma ci venga trasmesso attraverso un metodo strutturato e autorevole, affinché possiamo smantellare la rete dei nostri stessi condizionamenti.
Se si ha fiducia nel Dharma, è naturale nutrire rispetto per quegli insegnanti che possiedono una mente di saggezza, che dimostrano un’autentica compassione e sanno guidare gli esseri sulla retta via. Fino a quando non avremo integrato le qualità spirituali della nostra guida, il rispetto è necessario, altrimenti rischiamo di non acquisirle mai; e anche dopo averle realizzate, la gratitudine e la devozione rimangono salde.
Il rispetto verso l’insegnante serve a tracciare una chiara distinzione, sul piano metodologico, tra lo stato condizionato e la liberazione. Questa distanza pedagogica evidenzia che vi è una differenza tra saṃsāra e nirvāṇa e che il nirvāṇa rappresenta lo stato supremo a cui tendere. Dobbiamo comprendere quali siano le qualità dell’illuminazione e perché siano superiori, così da trovare l’ispirazione per coltivarle. Il rispetto per l’insegnante che incarna tali qualità diventa lo strumento che ci aiuta a realizzarle. Quando le avremo sviluppate, riceveremo a nostra volta il rispetto degli altri e dovremo accettarlo se vorremo aiutarli a ottenere le medesime realizzazioni.
Spesso si pensa: “Queste usanze tibetane, tutta questa sottomissione ai Lama… sono costumi troppo distanti e difficili”. Ci si scoraggia, si vive l’esperienza con sofferenza e ci si smarrisce. Eppure, esistono molti modi per esprimere il rispetto, ben oltre la prostrazione formale. Un’espressione distesa, un sorriso o un semplice saluto possono essere segni di profondo riconoscimento. Il rispetto è una componente universale della vita sociale. Lo smarrimento nasce semplicemente dal fatto che, nella tradizione tibetana, il rispetto si manifesta attraverso codici diversi da quelli a cui siamo abituati in Occidente. Chi impara deve poter stimare la propria guida, altrimenti mancheranno la fiducia e l’applicazione degli insegnamenti. Le buone maniere sono, in fondo, una forma di rispetto, e senza di esse non vi può essere armonia collettiva.
Questo, ovviamente, non significa che chiunque si presenti come insegnante possieda qualità meritevoli di venerazione. Alcune figure utilizzano la distanza e la richiesta di rispetto al solo scopo di autocelebrarsi, pur essendo prive di un reale spessore spirituale.
Tradotto da Gypsy Gossip and Other Advice






