Ho sentito che una volta il Beato soggiornava tra i Sumbha. Vi è una città Sumbha chiamata Sedaka. Lì il Beato si rivolse ai monaci: “Monaci!”
“Sì, Signore,” risposero i monaci.
Il Beato disse: “C’era una volta, monaci, un acrobata che, dopo piantato a terra ed eretto un alto palo di bambù, si rivolse alla sua assistente Padella: ‘Vieni, cara Padella. Arrampicati sul palo di bambù e mettiti in piedi sulle mie spalle.’
‘Come vuoi, Maestro,’ rispose Padella all’acrobata e, arrampicatasi sul palo di bambù, stette sulle sue spalle.
Allora l’acrobata le disse: ‘Ora tu bada a me, cara Padella, e io baderò a te. Così, proteggendoci a vicenda, guardandoci a vicenda, mostreremo la nostra abilità, riceveremo la nostra ricompensa e scenderemo sani e salvi dal palo di bambù.’
Quando ebbe detto questo, Padella replicò: ‘Ma così non funzionerà affatto! Tu bada a te stesso e io baderò a me stessa e così, proteggendoci ciascuno da sé, guardandoci ciascuno da sé, mostreremo la nostra abilità, riceveremo la nostra ricompensa e scenderemo sani e salvi dal palo di bambù.’
“Ciò che Padella, l’assistente, disse all’acrobata era il modo giusto in quel caso”. Disse il Buddha.
“Monaci, il radicamento della presenza mentale va praticato con il pensiero: ‘Baderò a me stesso.’ Il radicamento della presenza mentale va praticato con il pensiero: ‘Baderò agli altri.’ Quando badi a te stesso, badi agli altri. Quando badi agli altri, badi a te stesso.
“E come badi agli altri quando badi a te stesso? Attraverso la coltivazione (della pratica), attraverso il suo sviluppo, attraverso il suo perseguimento. Questo è come badi agli altri quando badi a te stesso.
“E come badi a te stesso quando badi agli altri? Attraverso la pazienza, attraverso l’assenza di danno, attraverso una mente di benevolenza e attraverso la simpatia compassionevole. Questo è come badi a te stesso quando badi agli altri.
“Il radicamento della presenza mentale va praticato con il pensiero: ‘Baderò a me stesso.’ Il radicamento della presenza mentale va praticato con il pensiero: ‘Baderò agli altri.’ Quando badi a te stesso, badi agli altri. Quando badi agli altri, badi a te stesso.”
Sedaka Sutta (L’Acrobata) Saṃyutta Nikāya 47.19
Immaginate una piazza di mercato nell’India del V secolo a.C. In mezzo alla folla, un acrobata pianta un lungo palo di bambù nel terreno, ci sale sopra e chiama la sua assistente — che i traduttori rendono con il nome colorito di “Padella” — perché si arrampichi e si metta in equilibrio sulle sue spalle.
Prima che lo spettacolo cominci, l’acrobata ha un’idea su come dovrebbero collaborare: “Tu bada a me, io baderò a te. Proteggendoci a vicenda, mostreremo la nostra abilità, riceveremo la ricompensa e scenderemo sani e salvi.”
È una proposta ragionevole. Quasi romantica nella sua reciprocità. È esattamente il tipo di cosa che ci aspettiamo di sentire.
Ma Padella — giovane, in posizione subordinata, prossima a trovarsi pericolosamente sospesa in aria — risponde: “No, Maestro. Non funzionerà così. Tu bada a te stesso e io baderò a me stessa. Ognuno curando se stesso, ce la caveremo.”
Il Buddha, che racconta questa storia ai suoi monaci, commenta con brevità: ciò che disse l’assistente era il modo giusto.
Perché l’acrobata aveva torto
La proposta dell’acrobata sembra generosa, ma nasconde un problema strutturale. Su un palo di bambù, a diversi metri da terra, in equilibrio precario, non puoi davvero badare a qualcun altro. Puoi solo badare a te stesso, alla tua postura, al tuo centro di gravità, alla tensione nei tuoi muscoli. Se distrai l’attenzione per “controllare” il tuo compagno, perdi l’equilibrio. E se perdi l’equilibrio tu, cade anche lui.
La proposta della “protezione reciproca” suona come solidarietà ma è, nei fatti, una strategia che moltiplica il rischio invece di ridurlo. Due persone che si guardano l’un l’altra invece di guardare se stesse non sono più sicure, lo sono meno.
Padella lo capisce con quella chiarezza pratica che appartiene a chi deve fare davvero le cose, non solo progettarle. E il Buddha approva questa saggezza concreta contro l’idealismo dell’acrobata.
Ma il sutta non si ferma qui. E il suo sviluppo successivo è dove la storia diventa filosofia.
Il paradosso che il Buddha risolve
Dopo aver approvato Padella, il Buddha introduce qualcosa di inaspettato. Non dice semplicemente: “Avete ragione, ognuno pensi a sé.” Dice qualcosa di molto più sottile:
“Quando badi a te stesso, badi agli altri. Quando badi agli altri, badi a te stesso.”
A prima vista sembra contraddire proprio quello che aveva appena detto. Ma non è così. Sta introducendo una distinzione fondamentale tra due tipi di cura, due direzioni dell’attenzione, che non si escludono ma si fondano l’una sull’altra. E poi spiega la meccanica precisa di questo paradosso:
Come badi agli altri badando a te stesso? Attraverso la coltivazione della pratica, il suo sviluppo, il suo perseguimento, cioè attraverso la satipaṭṭhāna, il radicamento della presenza mentale. Quando ti addestri, quando coltivi la chiarezza interiore, questa chiarezza irradia verso l’esterno. Diventi meno reattivo, più capace di vedere gli altri come sono davvero, meno incline a proiettare i tuoi stati mentali sulle situazioni.
Come badi a te stesso badando agli altri? Attraverso la pazienza (khanti), l’assenza di danno (ahiṃsā), la benevolenza amorevole (mettā), la compassione (karuṇā). Quando ti relazioni con gli altri con queste qualità, tu stesso ti trasformi. La cura degli altri non ti svuota, ti nutre.
Il Buddha sta descrivendo un sistema circolare, non una scelta binaria tra egoismo e altruismo.
La satipaṭṭhāna come fondamento
Per capire la profondità di questo sutta è necessario capire dove si colloca nel corpus degli insegnamenti. Il Sedaka Sutta fa parte del Satipaṭṭhāna Saṃyutta, la raccolta dei discorsi sulla presenza mentale — uno dei temi centrali dell’intera Via buddhista.
La satipaṭṭhāna — il “radicamento” o “stabilimento” della presenza mentale — è la pratica di mantenere un’attenzione chiara e non reattiva a ciò che accade: nel corpo, nelle sensazioni, negli stati mentali, nei fenomeni. Non è semplicemente “stare attenti”. È una qualità di presenza che trasforma il modo in cui percepiamo e rispondiamo alla realtà.
Il Buddha dice qualcosa di radicale: questa pratica dovrebbe essere esercitata sia con l’orientamento “baderò a me stesso” sia con l’orientamento “baderò agli altri”. Non sono due pratiche diverse, sono la stessa, guardata da due angolazioni differenti.
Questo è importante perché sfida una lettura riduttiva della meditazione come pratica solipsistica, il meditante chiuso nel suo mondo interiore, indifferente a ciò che accade fuori. Il Buddha dice esattamente il contrario: la presenza mentale autentica è intrinsecamente relazionale.
Due errori simmetrici che il sutta corregge
Il Sedaka Sutta è prezioso anche perché, implicitamente, indica due errori opposti che è facile commettere, sia nella vita spirituale sia in quella ordinaria.
Il primo errore: la fusione. È l’errore dell’acrobata ovvero credere che prendersi cura significhi intrecciare la propria attenzione con quella dell’altro, sorvegliarlo, controllarlo, “proteggerlo” in modo così diretto da perdere il proprio centro. In psicologia, questo pattern si chiama codipendenza: l’idea che la mia stabilità dipenda dal tuo benessere e quindi debba costantemente monitorarti. È una forma di cura che non nutre, perché chi cura ha perso il proprio equilibrio.
Il secondo errore: l’isolamento. È l’errore opposto, interpretare “bada a te stesso” come “gli altri non sono affari tuoi.” Una spiritualità ripiegata su se stessa, che usa la pratica meditativa come rifugio dal mondo invece che come preparazione al contatto con esso. Un individualismo spirituale che confonde il non-attaccamento con l’indifferenza.
Il Buddha corregge entrambi con la stessa frase: proteggendo te stesso, proteggi gli altri; proteggendo gli altri, proteggi te stesso. Non c’è via di uscita dalla relazionalità, non nella fusione, non nell’isolamento. C’è solo la cura matura, radicata, che nasce dalla solidità interiore.
L’immagine del palo di bambù come metafora vivente
Vale la pena fermarsi sull’immagine in sé, perché è straordinariamente densa: la performance regge solo se entrambe le persone mantengono il proprio centro. È un’immagine di interdipendenza che non cancella la distinzione.
Il bambù non è una metafora casuale nella tradizione buddhista e in quella indiana più in generale. Il bambù è flessibile ma resistente. Si piega nel vento senza spezzarsi. È cavo all’interno, caratteristica che in certi testi zen diventa simbolo della mente libera dall’attaccamento, capace di lasciar passare senza trattenere.
E l’acrobata non è un saggio sulla vetta di una montagna. È un lavoratore di strada, qualcuno che guadagna da vivere mostrando abilità fisiche alla folla. Il Buddha sceglie deliberatamente questa immagine mondana, concreta, economicamente precaria. La saggezza che illustra non è riservata ai monasteri appartiene alla piazza del mercato.
Perché il Buddha racconta una storia
Il Sedaka Sutta è un racconto dentro un insegnamento, una storia che il Buddha usa per introdurre un principio che, enunciato in modo astratto, sarebbe meno accessibile. Questo è uno dei tratti distintivi del metodo pedagogico del Buddha nel canone Pali: l’insegnamento arriva attraverso l’immagine concreta, il dialogo, la situazione vissuta. Ma c’è qualcosa di più sottile nella scelta di questo racconto particolare. Il Buddha dà ragione a qualcuno in posizione subordinata e questo è tutt’altro che scontato in un contesto culturale — quello dell’India del V secolo a.C. — in cui la gerarchia era sacra e quasi inviolabile.
Il messaggio implicito è che la verità non dipende dalla posizione gerarchica di chi la pronuncia. Padella ha ragione non perché sia più anziana, più esperta o più autorevole: ha ragione perché quello che dice è vero. E il Buddha lo riconosce esplicitamente.
Questo principio, per quanto semplice sembri, ha conseguenze profonde: nelle tradizioni spirituali come nelle organizzazioni umane, la sapienza può venire dal basso quanto dall’alto. Anzi, chi è “in cima al palo” — chi è nella posizione più vulnerabile — vede spesso con chiarezza particolare ciò che chi regge il palo, al sicuro in terra ferma, non riesce a vedere.
Il sutta e le comunità
Esiste una lettura del Sedaka Sutta che si applica non agli individui ma ai gruppi, alle comunità, alle organizzazioni, alle istituzioni.
Una comunità sana non è quella in cui tutti si fondono in un’identità collettiva indistinta, in cui il singolo si dissolve nel gruppo. È quella in cui ogni membro è incoraggiato a coltivare la propria pratica, la propria integrità, la propria presenza mentale e questa coltivazione individuale diventa, nel tempo, la solidità del collettivo.
Il “pensiero di gruppo” — quella dinamica per cui i membri di un gruppo perdono la capacità di giudizio critico individuale in nome della coesione — è esattamente l’errore del maestro acrobata applicato su scala collettiva. Una comunità che chiede ai suoi membri di “badare al gruppo” invece che a se stessi non diventa più coesa diventa più fragile. Perché ha moltiplicato le sue dipendenze invece di moltiplicare le sue forze.
Al contrario, la comunità più robusta è quella composta da individui che hanno coltivato la propria autonomia interiore e che scelgono liberamente, da questa posizione di forza, di mettersi al servizio degli altri. La differenza tra questa scelta libera e la dipendenza codipendente è sottile ma decisiva. È la differenza che il Buddha sta indicando nella piazza di Sedaka.
I testi sopravvivono quando toccano qualcosa di costante nell’esperienza umana. Il Sedaka Sutta ci parla di qualcosa di molto specifico: la tensione tra cura di sé e cura degli altri, che ogni essere umano sperimenta, in qualche forma, nel corso della vita.
Siamo animali sociali e come ricorda spessissimo Sua Santità il Dalai Lama la nostra sopravvivenza dipende dalla cooperazione. Ma siamo anche individui, con un’esperienza interiore che nessun altro può abitare al posto nostro. Questa duplicità è strutturale. Non c’è modo di eliminarla. Si può solo trovare il modo di abitarla con saggezza. Il Buddha, nella piazza di Sedaka, indica quella saggezza con un’immagine semplice e due frasi che si tengono in un equilibrio perfetto. Come l’acrobata e la sua assistente sul palo di bambù.
Ognuno tenendo il proprio centro. Entrambi, per questo, al sicuro.
Fonti: Saṃyutta Nikāya 47:19, traduzione di Thanissaro Bhikkhu (dhammatalks.org) e Bhikkhu Bodhi (Wisdom Publications). Per approfondire il contesto della satipaṭṭhāna: Bhikkhu Analayo, “Satipaṭṭhāna: The Direct Path to Realization” (Windhorse Publications, 2003).






