Quando il silenzio diventò insegnamento

Quando il silenzio diventò insegnamento

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C’è un momento, nella storia del Buddha, che i testi custodiscono con un pudore quasi commovente: il momento in cui, appena raggiunto il risveglio sotto l’albero della bodhi a Bodhgayā, il Buddha esita. Non parla. Secondo la tradizione, pensa che ciò che ha realizzato — “profondo e pacifico, libero da elaborazioni concettuali, luminosità non composta” — sia troppo sottile, troppo controcorrente rispetto alla percezione ordinaria, perché qualcuno possa comprenderlo. Solo dopo, sollecitato (nella narrazione classica dal dio Brahmā Sahampati), decide di insegnare. Cammina fino a Vārāṇasī, raggiunge il Parco delle Gazzelle a Sarnath (Ṛṣipatana / Isipatana) e lì, davanti ai cinque asceti che erano stati suoi compagni di austerità e che lo avevano abbandonato credendolo un rinnegato, pronuncia il primo discorso completo del suo insegnamento.

Questo è l’evento — insieme storico e, per chi pratica, profondamente vivo — a cui si riferisce il primo giro della ruota del Dharma (skt. dharmacakrapravartana; tib. chos kyi ‘khor lo bskor ba).

Questo è l’evento che celebriamo oggi, 18 luglio, nella ricorrenza nota come Chökhor Düchen (tib. chos ‘khor dus chen, letteralmente “il grande giorno della ruota del Dharma”), una delle quattro grandi festività buddhiste tibetane, che cade il quarto giorno del sesto mese lunare tibetano. Poiché la tradizione insegna che in questa giornata speciale gli effetti karmici delle nostre azioni — sia positive che negative — si moltiplicano in modo esponenziale, studiare, meditare e generare una mente altruistica assume un valore ancora più prezioso per il risveglio di ogni essere senziente.

Il sutra: nome, cornice narrativa, contenuto

Il testo che registra questo insegnamento è conosciuto in sanscrito come Dharmacakrapravartanasūtra e in pali come Dhammacakkappavattanasutta (nel canone Theravāda, Saṃyutta Nikāya 56.11) — titoli tradotti spesso come La messa in moto della ruota del Dharma o Il sutra delle Quattro Nobili Verità. Ne esistono versioni tibetane e cinesi, con differenze testuali significative rispetto alla versione pali (un dato importante per chi voglia trattare il testo con rigore storico e non solo devozionale).

La cornice narrativa è essenziale al senso dell’insegnamento: il Buddha si rivolge ai cinque asceti (Kauṇḍinya e compagni) esponendo anzitutto la Via di mezzo (skt. madhyamā pratipad) tra i due estremi che aveva sperimentato di persona: l’indulgenza nei piaceri dei sensi e la mortificazione ascetica. Solo dopo aver stabilito questo principio metodologico, il testo procede all’esposizione delle Quattro Nobili Verità (skt. catvāri aryasatyāni; pali cattāri ariyasaccāni):

  • La verità della sofferenza (duḥkha)
  • La verità dell’origine della sofferenza (samudaya)
  • La verità della cessazione (nirodha)
  • La verità del sentiero che conduce alla cessazione (mārga), il Nobile Ottuplice Sentiero (āryāṣṭāṅgamārga)

Un aspetto della struttura del sutra vale la pena sottolinearlo: il testo non si limita a enunciare le quattro verità, ma le presenta secondo tre aspetti (natura, funzione/compito, effetto/risultato dell’attuazione), per un totale di dodici modalità di conoscenza. È solo dopo aver “visto le cose come sono” in questi dodici modi che il Buddha, nel testo, rivendica di aver raggiunto il risveglio insuperabile. È una precisazione importante: la realizzazione non è la semplice enunciazione intellettuale delle quattro verità, ma la loro comprensione operativa e trasformativa.

La ruota delle dodici modalità

Per comprendere l’aspetto dinamico del sūtra, possiamo mappare la struttura psicologica e meditativa attraverso cui il Buddha ha realizzato il risveglio:

Nobile Verità (Aryasatya)1. La natura (Conoscerla)2. La funzione (Il compito)3. Il risultato (L’effetto) 
Sofferenza (Duḥkha)Questa è la sofferenza.Deve essere compresa.È stata compresa.
Origine (Samudaya)Questa è l’origine.Deve essere abbandonata.È stata abbandonata.
Cessazione (Nirodha)Questa è la cessazione.Deve essere realizzata.È stata realizzata.
Sentiero (Mārga)Questo è il sentiero.Deve essere praticato.È stata praticato.

Il testo si chiude con un’immagine che ha sempre commosso chi legge: alla fine dell’esposizione, il discepolo Kauṇḍinya ottiene la prima visione del Dharma e un coro di divinità della terra proclama, salendo di cielo in cielo, che “a Vārāṇasī, nel Parco delle Gazzelle a Isipatana, la ruota del Dharma insuperabile è stata messa in moto”: un’onda di gioia che attraversa i mondi.

Il significato dal punto di vista Mahāyāna e il paradosso della vacuità

Nel modo in cui la tradizione Mahāyāna organizza gli insegnamenti del Buddha — specialmente nella linea di pensiero Yogācāra/Cittamātra — questo insegnamento non resta isolato, ma apre una suddivisione in tre giri della ruota del Dharma, spiegata nel Saṃdhinirmocanasūtra:

  • Primo giro: le Quattro Nobili Verità a Sarnath, rivolte in primo luogo a chi segue il veicolo degli śrāvaka (uditori).
  • Secondo giro: gli insegnamenti su śūnyatā (vacuità, assenza di natura intrinseca), l’insieme dei sūtra della Perfezione di saggezza (Prajñāpāramitā), di cui il Sūtra del Cuore è la sintesi più nota.
  • Terzo giro: le dottrine sulla natura di Buddha (tathāgatagarbha) e sulla coscienza-deposito (ālayavijñāna), il cui testo principale è lo stesso Saṃdhinirmocanasūtra.

Sua Santità il Dalai Lama ha più volte offerto una chiave di lettura che lega i tre giri a un celebre verso: “profondo e pacifico” si riferisce al primo giro e alle Quattro Nobili Verità; “libero da elaborazioni concettuali” alla perfezione di saggezza del secondo giro; “luminosità non composta” al terzo giro, in particolare alla natura di Buddha. Ha inoltre chiarito che, secondo la tradizione sanscrita, il primo giro espone le quattro verità “in termini di natura, funzione e risultato”, la stessa struttura a tre aspetti del sutra pali, segno di una continuità profonda tra le due versioni del testo nonostante le apparenti differenze.

Storicamente, si tratta di uno schema costruito più tardi dalla tradizione Mahāyāna, non di un resoconto storico neutro. Serve a mettere ordine, secondo una gerarchia, nel vastissimo insieme di insegnamenti attribuiti al Buddha, distinguendo tra sutra “di significato provvisorio” (neyārtha) e “di significato definitivo” (nītārtha), sebbene le scuole tibetane non concordino su quale dei tre giri sia da considerarsi definitivo (i Madhyamaka Prāsaṅgika tendono a privilegiare il secondo giro sulla vacuità come definitivo; altre correnti, di ispirazione più Yogācāra o legate alle dottrine del tathāgatagarbha, il terzo).

Sotto la lente del Grande Veicolo, la comprensione di duḥkha si espande: la sofferenza non è solo l’esperienza del dolore personale, ma la realizzazione della profonda interconnessione di tutti gli esseri nell’insorgenza dipendente (pratītyasamutpāda). Riconoscere che ogni singola creatura è immersa nella medesima insoddisfazione strutturale diventa la spinta fondamentale per generare la bodhicitta [mente del risveglio / alt: intenzione altruistica], trasformando la ricerca della cessazione individuale nell’impegno universale del Bodhisattva.

Per chi pratica il Mahāyāna, sorge qui un affascinante paradosso quando si mette in relazione questo sūtra con i testi del secondo giro. Mentre nel Parco delle gazzelle il Buddha dichiara: “Questa è la sofferenza, questa è l’origine”, nel celebre Sūtra del Cuore, parlando dal punto di vista della verità ultima (paramārthasatya), il Bodhisattva Avalokiteśvara afferma: “Non vi è sofferenza, né origine, né cessazione, né sentiero”. Questa non è una negazione nichilista del primo discorso, ma il suo coronamento filosofico. Le Quattro Nobili Verità esistono a livello convenzionale (saṃvṛtisatya) come una medicina essenziale, ma sono anch’esse prive di esistenza intrinseca, vuote (śūnya). Capire che la sofferenza non ha una natura solida, fissa e indipendente è esattamente ciò che rende possibile la sua totale cessazione.

Ciò che i nostri maestri hanno detto di questo insegnamento

Lama Yeshe, spiegando la struttura dei tre giri nel contesto del lam-rim, ha insistito sul fatto che le Quattro Nobili Verità non sono un preambolo elementare da superare in fretta per arrivare a insegnamenti “più alti”, ma un fondamento di una profondità inesauribile: l’intera dottrina buddhista, ha detto, può essere presentata al loro interno, perché in fondo ogni essere cerca la felicità (un effetto, che ha una causa) e cerca di evitare la sofferenza (che ha, a sua volta, le proprie cause). È un modo di leggere il primo giro non come gradino provvisorio, ma come base di tutto il sentiero compreso, per Lama Yeshe, il principio della non-violenza (ahiṃsā) che lega insieme la visione dell’origine dipendente e la condotta etica (śīla).

«Quando il Buddha ha messo in movimento la ruota del Dharma con il suo primo discorso, non stava proponendo una filosofia astratta da accademia. Vi stava offrendo una diagnosi psicologica. Vi stava dicendo: “Guardate la vostra mente, guardate come l’attaccamento crea costantemente insoddisfazione”. La Via di Mezzo non è un compromesso tiepido, è la straordinaria scoperta che la felicità non dipende dagli oggetti esterni, ma dalla comprensione della natura della vostra stessa coscienza.»

Lama Zopa Rinpoce, che ha dedicato una vita intera — nelle parole di chi lo ha conosciuto — a non insegnare, in fondo, che le Quattro Nobili Verità sotto mille forme diverse, ha sempre insistito sul fatto che comprenderle non è un esercizio dottrinale ma un metodo concreto per orientare la propria mente verso la felicità ed evitare la sofferenza: la prima verità — che siamo nel saṃsāra, nel ciclo senza inizio di morte e rinascita segnato dalla sofferenza della sofferenza (duḥkha-duḥkhatā), dalla sofferenza del cambiamento (vipariṇāma-duḥkhatā) e dalla sofferenza pervasiva del condizionamento (saṃskāra-duḥkhatā) — non ci viene inflitta dall’esterno né da altri, ma nasce da cause che possiamo comprendere e, di conseguenza, trasformare.

«Ascoltare il nome stesso del Dharmacakrapravartanasūtra è un beneficio immenso. Il Buddha ha mostrato che la sofferenza ha una causa e che, eliminando quella causa, la sofferenza cessa. Questa causa è l’ignoranza che afferra il sé. Perciò, ogni volta che riflettiamo su questo insegnamento, dovremmo farlo con il pensiero: “Praticherò questo sentiero non solo per me, ma per liberare dalle sofferenze del saṃsāra ogni singolo essere vivente, che è stato mia madre”. Questo trasforma il primo giro della ruota nel motore della bodhicitta.»

Sua Santità il Dalai Lama, dal canto suo, offre forse la sintesi più utile per collocare questo sutra nel quadro più ampio del Buddhismo: ha definito le Quattro Nobili Verità “la base di tutte le tradizioni buddhiste” — il terreno comune su cui poggiano tanto la tradizione pali quanto quella sanscrita, prima che le vie si separino nell’approfondimento del secondo e del terzo giro. E ha aggiunto un’osservazione che a molti lettori e lettrici risuonerà: l’ignoranza (avidyā) che sta alla radice della sofferenza, di cui parla la seconda nobile verità, non è una semplice mancanza di informazione, ma la contraddizione tra il modo in cui le cose ci appaiono e il modo in cui esistono realmente, il varco stesso — in altre parole — su cui si innesteranno poi tutta la filosofia della vacuità del secondo giro e la meditazione sulla natura della mente del terzo.

«Le Quattro Nobili Verità sono il fondamento dell’intero insegnamento del Buddha. Se non si ha una buona compreensão di queste verità, diventa impossibile praticare gli insegnamenti più avanzati del Mahāyāna o del Tantra. Comprendere la sofferenza non serve a scoraggiarsi, ma a sviluppare una determinazione autentica a liberare se stessi e, di conseguenza, un’immensa compassione verso tutti gli altri esseri che condividono lo stesso destino.»

Portare Sarnath nella pratica quotidiana

Per chi pratica oggi, le dodici modalità del sūtra non appartengono al passato archeologico, ma costituiscono un’ecologia della mente da applicare momento per momento. Quando incontriamo un’esperienza dolorosa, una separazione o una frustrazione quotidiana (sofferenza), la nostra reazione abituale è la rabbia o il rifiuto. Praticare la Via di Mezzo significa fermarsi prima della reazione. Ci sediamo sul cuscino e applichiamo la prima modalità: riconoscere e permettere alla sofferenza di essere lì, senza giudicarla. Successivamente, indaghiamo la seconda verità: qual è l’aspettativa rigida, l’attaccamento o la pretesa di permanenza che sta alimentando questo dolore (origine)?

In quel preciso istante, osservando la natura fluida e interconnessa della mente, ci ricordiamo che quel disagio è privo di un sé solido (vacuità). Nel momento in cui l’attaccamento molla la presa, si sperimenta uno spazio di pace temporanea (cessazione). Coltivare questa consapevolezza con costanza, unendola all’intento profondo di sollevare tutti gli esseri dalle medesime dinamiche psicologiche, significa percorrere la via (sentiero) e rimettere in moto la ruota del Dharma qui e ora.

Perché questo sutra continua a parlarci

C’è qualcosa di essenzialmente umano, prima ancora che dottrinale, in questa scena a Sarnath: una persona appena risvegliata che dubita di poter essere capita, che sceglie comunque di parlare, e che si rivolge non a una folla ma a cinque persone che l’avevano delusa e da cui era stata a sua volta delusa. Il Dharma, in questo racconto delle origini, non nasce come proclamazione trionfale ma come un ponte teso, con fatica e con dubbio, verso chi può ascoltare. Ogni volta che riprendiamo in mano le Quattro Nobili Verità — nel primo giro come nei giri successivi che le approfondiscono — stiamo in un certo senso rimettendo in moto la stessa ruota, nello stesso Parco delle Gazzelle che ciascuno di noi porta dentro di sé.

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