A metà degli anni Sessanta, un giovane monaco vietnamita venne in America a chiederci di smettere di bombardare il suo Paese. Quando incontrai Thich Nhat Hanh a New York, compresi tre cose importanti. Prima di tutto, riconobbi che anche io stavo soffrendo. In secondo luogo, capii che si può essere allo stesso tempo contemplativi e attivisti sociali. E infine, scoprii che gli insegnamenti del Buddha avevano un senso pratico, non come filosofia lontana dalla vita, ma come un cammino attraverso la sofferenza personale, sociale e ambientale.
Quell’incontro cambiò la traiettoria della mia vita. Mi aiutò a capire che la vera pratica buddhista non è una fuga dal mondo. È un coinvolgimento intimo con il mondo. È la disponibilità a entrare nei campi di cremazione, nei luoghi dove la sofferenza è più visibile e dove le nostre illusioni non reggono più. A volte quei luoghi sono campi profughi, prigioni, ospedali, campi di sterminio, strade dove i senzatetto cercano riparo sotto i ponti. A volte sono paesaggi interiori: il dolore, la paura, la disperazione, la rabbia, la solitudine, la confusione. Il cammino del bodhisattva ci chiede di non voltarci dall’altra parte, mai.
Storicamente, il Buddha stesso non rimase distante dalla sofferenza sociale del suo tempo. Sfidò sistemi di disuguaglianza profondamente radicati. Accolse nella sua comunità coloro che la società considerava intoccabili. Ordinò le donne nonostante la feroce opposizione. Sedette accanto ai morenti. Offrì insegnamenti sia ai re sia agli operai. Accolse Angulimala, un temuto assassino trasformato dal rimorso e dal risveglio. Il Buddha attraversò continuamente confini che la sua cultura riteneva fissi e inviolabili. La compassione non era per lui un principio astratto. Era una forza viva, capace di rimodellare la società.
Le radici dell’ideale del bodhisattva affondano nel Buddhismo delle origini. Nel Canone Pali, il termine bodhisatta si riferisce al Buddha nelle sue vite precedenti e negli anni prima del suo risveglio. I Racconti di Jataka narrano, storia dopo storia, di generosità, sacrificio, coraggio e cura. Questi racconti divennero il terreno fertile da cui sarebbe poi emersa la visione Mahayana del bodhisattva.
Verso il I secolo a.C., il cammino del bodhisattva era diventato un potente movimento all’interno del Buddhismo. Non era riservato ai monaci o alle élite spirituali. Era aperto a tutti. Il suo tratto distintivo era il sorgere della bodhicitta, l’aspirazione compassionevole a risvegliarsi per il bene di tutti gli esseri. Il risveglio non era più inteso come un risultato puramente personale. Divenne inseparabile dal benessere dell’insieme.
Oggi, nel buddhismo Mahayana, i praticanti ricevono i voti del bodhisattva e si impegnano a incarnare le paramita: generosità, integrità etica, pazienza, impegno pieno, concentrazione e saggezza. Non sono semplici virtù. Sono espressioni del carattere. Sono modi di abitare il mondo. Plasmano quello che Norman Fischer (saggista, poeta e maestro buddhista statunitense appartenente alla tradizione dello Zen Sōtō, n.d. t.) ha chiamato “l’atteggiamento del bodhisattva”: un orientamento incrollabile fondato sulla cura, sulla coscienziosità e sulla compassione.
Nella nostra era di sconvolgimento climatico, polarizzazione politica, guerre, rivoluzioni tecnologiche, sfollamenti di massa e crescente frammentazione sociale, l’ideale del bodhisattva è più rilevante che mai. Le crisi che affrontiamo non sono isolate. Sono intrecciate. Stiamo vivendo in quella che molti hanno chiamato una policrisi, una convergenza di sfide che rivela la nostra profonda interdipendenza.
Quali qualità sono necessarie ora? Quali capacità ci permettono non solo di resistere a questi tempi, ma di rispondere in modo creativo e compassionevole? Credo che vi siano sette poteri del bodhisattva che meritano oggi un’attenzione particolare.
Il primo potere: le comunità di reciprocità
Il primo potere del bodhisattva è la capacità di coltivare comunità di integrità, inclusione, reciprocità e cura. In fondo, questo potere è radicato nell’interbeing (interdipendenza o inter-essere, n.d.t), nella solidarietà, nell’intimità e in quella che i pensatori contemporanei chiamano sympoiesis (creare insieme). La simpoiesi ci ricorda che nulla nasce in modo indipendente. Tutto emerge attraverso la relazione. Spesso ci pensiamo come individui autonomi che si muovono in un mondo di oggetti e vite separate. Eppure, guardando da vicino, scopriamo che la vita stessa è collaborativa e partecipativa.
Come ha condiviso lo scrittore Craig Hodrege (biologo, educatore e saggista statunitense; è noto soprattutto per essere il co-fondatore e direttore scientifico del The Nature Institute a Ghent, nello Stato di New York, n.d.t.), è vero che una quercia cresce da una ghianda, ma questa è solo metà della storia. La verità più profonda è che l’intero ambiente diventa la quercia attraverso la ghianda. La pioggia e la luce del sole diventano la quercia. I funghi sotto il suolo diventano la quercia. Gli uccelli, gli insetti, i batteri, i minerali e il paziente alternarsi delle stagioni partecipano tutti alla vita dell’albero. La quercia non è una cosa isolata, ma un’espressione di relazione e reciprocità.
Lo stesso vale per noi. Ciascuno di noi è la fioritura di innumerevoli cause e condizioni. Siamo fatti del respiro delle foreste, del lavoro di sconosciuti, dei sacrifici degli antenati, degli insegnamenti dei nostri mentori e della cura di chi ci ha amato. Anche i nostri pensieri non ci appartengono in modo esclusivo. Il linguaggio, la cultura, la memoria, la storia e le relazioni vivono dentro di noi. Capirsi davvero in profondità significa realizzare che non esiste un sé indipendente separato dal mondo.
Thich Nhat Hanh ha dato a questo antico insegnamento un’espressione contemporanea attraverso la parola interbeing. Se guardi un foglio di carta, diceva, puoi vedere la nuvola. Senza la nuvola non ci sarebbe pioggia; senza pioggia non ci sarebbe albero; senza albero non ci sarebbe carta. La carta è quindi piena di tutto ciò che non è essa stessa. E lo siamo anche noi.
Questa comprensione trasforma il cammino del bodhisattva. La compassione non è più qualcosa che estendiamo da un individuo separato a un altro individuo separato. La compassione diventa l’espressione naturale del riconoscere che non c’è alcuna separazione assoluta, per cominciare. La sofferenza degli altri non è completamente estranea alla nostra sofferenza. Il loro benessere è inseparabile dal nostro benessere. Ecco perché Thich Nhat Hanh diceva spesso che il prossimo Buddha potrebbe essere il sangha.
In un mondo che affronta il collasso ecologico, la frammentazione politica, la solitudine e la sfiducia sociale, la salvezza del futuro non nascerà attraverso eroi isolati. Nascerà attraverso comunità capaci di incarnare saggezza, compassione e responsabilità reciproca.
Un koan illumina questa realizzazione. Un monaco chiese a Shoushan: “Cos’è un bodhisattva prima di diventare un Buddha?” Shoushan rispose: “Tutti gli esseri.” Il monaco chiese poi: “E dopo essere diventato un Buddha?” Shoushan disse: “Tutti gli esseri. Tutti gli esseri.” Questo breve scambio contiene un insegnamento completo. Prima del risveglio, tutti gli esseri. Dopo il risveglio, tutti gli esseri. Nulla è stato aggiunto, e nulla è stato tolto.
Il secondo potere: la speranza saggia
Il secondo potere del bodhisattva è la speranza saggia. La speranza saggia non è ottimismo, né desiderio vago. Non è la convinzione che tutto alla fine andrà bene. La speranza saggia è più profonda, più resiliente e più spaziosa dell’ottimismo, proprio perché non dipende dai risultati.
Anni fa, mi imbattei in una frase di Václav Havel che non ho mai dimenticato. Scrisse che la speranza non è la convinzione che qualcosa andrà bene, ma la certezza che qualcosa ha senso, indipendentemente da come va a finire. C’è una grande saggezza in queste parole. La speranza non è una previsione. È un modo di abitare la realtà.
Il bodhisattva comprende che un’azione significativa non dipende dalla certezza. Si fa ciò che è necessario perché è necessario. Si risponde perché la sofferenza è presente. Si agisce perché la compassione stessa è una ragione sufficiente per agire.
La speranza saggia nasce anche dall’intimità con l’impermanenza. Poiché tutto cambia, la sorpresa è sempre possibile. La storia è piena di esempi di trasformazioni che sembravano impossibili fino a quando non si sono verificate. Regimi oppressivi crollano e muri cadono. La riconciliazione emerge dopo generazioni di conflitti. Il bodhisattva non abbandona mai la possibilità della trasformazione, perché comprende che la realtà stessa è dinamica, contingente e incompiuta.
Come disse il maestro dell’ VIII secolo Mazu Daoyi: “Benefica ciò che non può essere beneficiato. Fai ciò che non può essere fatto.” Il bodhisattva non è vincolato da calcoli. Si agisce perché la situazione lo richiede. Ci si prende cura perché la cura è l’espressione naturale di un cuore risvegliato.
Il terzo potere: l’intimità con l’incertezza
Il terzo potere del bodhisattva è la capacità di trovarsi a proprio agio nell’incertezza. Gli esseri umani anelano alla certezza. Vogliamo un terreno solido sotto i piedi. Eppure l’incertezza non è un’interruzione della vita. È la natura della vita stessa.
Dal punto di vista buddhista, l’incertezza non è un problema da risolvere. È una verità da realizzare. Tutto cambia. Tutto è contingente. Tutto emerge attraverso cause e condizioni che sono esse stesse in movimento.
Nel Buddhismo Zen parliamo talvolta del “non sapere” come dello stato mentale più intimo. Il mio maestro Bernie Glassman diceva spesso che il non sapere è il primo precetto. Non sapere significa lasciare andare le idee fisse su noi stessi, sugli altri e sul mondo. Non è ignoranza. È umiltà e un profondo rispetto per il mistero e la complessità dell’esistenza.
Quando la certezza allenta la sua presa, può essere presente la curiosità. La meraviglia e la creatività possono emergere. La sorpresa diventa possibile. Il cuore e la mente diventano flessibili piuttosto che rigidi.
Eihei Dōgen ci indica continuamente questa libertà. Capì che la pratica non è il raggiungimento di uno stato fisso. Il risveglio stesso è dinamico, vivo e si dispiega senza fine. La realtà non è un oggetto finito in attesa di essere compreso. È un processo continuo di emergenza.
Il quarto Potere: il coraggio nei campi di cremazione
Il quarto potere del bodhisattva è il coraggio. Non il coraggio del guerriero che cerca la conquista, né quello che nasce dalla negazione o dalla sicurezza. Il coraggio del bodhisattva nasce dall’intimità. Nasce dalla disponibilità a entrare nei luoghi che la maggior parte di noi preferirebbe evitare e a rimanere lì con un cuore aperto e indifeso.
Nella tradizione Mahayana, i bodhisattva non cercano situazioni facili. Non si voltano dall’altra parte di fronte alla sofferenza. Vanno dove la sofferenza è più visibile, più concentrata, più difficile da comprendere. Entrano in quelli che molte tradizioni buddhiste chiamano “i campi di cremazione.”
Eppure il campo di cremazione non è solo un luogo fisico. È qualsiasi luogo dove la sofferenza è innegabile e dove le nostre strategie abituali di evitamento non funzionano più. Sì, è l’ospedale dove una famiglia aspetta tutta la notte, il campo profughi pieno di bambini affamati, il quartiere devastato dalla violenza. Ed è anche il territorio dentro i nostri cuori: il dolore che non riusciamo a spiegare, la paura che non riusciamo a controllare, la solitudine da cui non riusciamo a scappare.
Ho testimoniato questa verità nei campi profughi, nelle prigioni, negli ospedali e tra coloro che stanno morendo. Ho imparato ancora e ancora che la compassione non nasce dalla distanza. Emerge attraverso la prossimità. Emerge anche attraverso il permetterci di essere toccati dalla sofferenza degli altri.
Ecco perché il coraggio non è separato dalla vulnerabilità. Il coraggio non è l’assenza della paura. Il coraggio è rimanere presenti in mezzo alla paura. È permettere al cuore di restare aperto quando chiudersi sembrerebbe più facile.
Il quinto potere: la compassione universale
Il quinto potere del bodhisattva è la compassione universale. La compassione è forse la qualità più riconoscibile associata al bodhisattva, eppure è anche una delle più fraintese. La compassione non è sentimentalismo o pietà. È la spontanea reattività di un cuore indifeso alla realtà della sofferenza. È la disponibilità a essere toccati dall’esperienza di un altro.
Negli insegnamenti buddhisti, la compassione sorge naturalmente dalla saggezza. Quando realizziamo che non siamo separati, la compassione diventa spontanea come allungare una mano per sorreggersi quando inciampiamo. La mano non dibatte se debba aiutare: risponde immediatamente perché la mano e il corpo non sono separati.
Sua Santità il Dalai Lama ha spesso detto che la compassione non è un lusso ma una necessità. Credo che lo intenda in modo letterale. La compassione è necessaria per il fiorire degli esseri umani.
Eppure vorrei andare ancora più in là. La compassione potrebbe non essere solo necessaria per la sopravvivenza dell’umanità; potrebbe essere essenziale per il fiorire di innumerevoli forme di vita. Le crisi ecologiche del nostro tempo lo rivelano chiaramente. La sofferenza dei fiumi, delle foreste, degli oceani e delle specie non è separata dalla nostra sofferenza. La compassione ripristina la relazione. Invita a riconoscere che la cura non si limita agli esseri umani. Il cuore del bodhisattva è abitato da ogni forma di vita: montagne, fiumi, foreste, animali e generazioni future rientrano tutte nel cerchio della compassione.
Il sesto potere: la gioia rivoluzionaria
A prima vista, la gioia potrebbe sembrare una qualità strana da associare al bodhisattva. Eppure, lungo tutta la tradizione buddhista, i grandi bodhisattva sono spesso rappresentati non come oppressi e cupi, ma come radiosi, spaziosi e gioiosi. Questo indica una verità profonda. La gioia non è l’assenza della sofferenza. La gioia è ciò che può emergere quando smettiamo di resistere alla vita.
Rebecca Solnit scrive che la gioia non tradisce l’attivismo: lo sostiene. In un mondo sempre più plasmato dalla paura, dalla disperazione, dal cinismo e dall’alienazione, la gioia stessa diventa un atto di resistenza. In questo senso, si potrebbe dire che i bodhisattva sono gioiosi insorti. Rifiutano di consegnare i propri cuori all’amarezza e rifiutano di lasciare alla sofferenza l’ultima parola.
Ho visto questa verità molte volte in luoghi dove meno ci si aspetterebbe di trovare gioia. L’ho vista tra persone in punto di morte. L’ho vista nei campi profughi. L’ho vista nelle prigioni e ad Auschwitz durante i ritiri di testimonianza. Tali momenti non sono distrazioni dalla realtà. Sono la realtà. Rivelano che anche in mezzo alla sofferenza, il cuore umano rimane capace di bellezza, generosità, connessione, amore, gioia e meraviglia.
Shantideva lo aveva capito profondamente. Ancora e ancora ci insegna che la vera felicità nasce attraverso la preoccupazione per il benessere degli altri. Questa non è solo un’istruzione morale. È una descrizione di come funziona davvero il cuore. Più ci aggrappiamo a noi stessi, più il nostro mondo si restringe. Più partecipiamo liberamente alla vita degli altri, più il nostro mondo si espande. La gioia segue naturalmente.
Mi torna in mente la domanda di Terry Tempest Williams: Possiamo non solo trovare bellezza in un mondo spezzato, ma creare bellezza nel mondo che troviamo? Il bodhisattva risponde sì. Ancora e ancora, sì. Non perché il mondo sia privo di sofferenza, ma perché bellezza e sofferenza coesistono. Compassione e dolore coesistono. Amore e perdita coesistono. Gioia e cuore spezzato coesistono.
Il settimo potere: l’immaginazione
Il settimo potere del bodhisattva è l’immaginazione. L’immaginazione è spesso trascurata nel discorso buddhista, forse perché a volte viene confusa con la fantasia o il pensiero illusorio. Eppure l’immaginazione è indispensabile nel cammino del bodhisattva. Senza immaginazione, rimaniamo intrappolati nei limiti delle assunzioni del momento presente.
L’immaginazione non è una fuga dalla realtà. È uno dei modi in cui entriamo nella realtà più profondamente. Ogni atto di compassione richiede immaginazione. Prima di poter rispondere alla sofferenza di un altro, dobbiamo immaginare com’è la sua esperienza. Prima di poter creare una società più giusta, dobbiamo poter immaginare condizioni diverse da quelle che esistono attualmente.
Il mio maestro Bernie Glassman possedeva questa qualità in abbondanza. Ciò che mi colpiva non era che ignorasse la sofferenza o negasse la rottura. Tutt’altro. Si immergeva nei luoghi dove la sofferenza era più evidente. Eppure Bernie non era mai intrappolato da ciò che vedeva. Era capace di immaginare possibilità che gli altri non riuscivano a vedere. La sua immaginazione non era fantasia. Era radicata nell’intimità con la sofferenza. Da quell’immaginazione nacquero imprese sociali, comunità di pratica, ritiri di testimonianza e innumerevoli atti di servizio. Praticava quello che nel Giudaismo viene chiamato tikkun olam, la riparazione del mondo.
Questa è la ragione per cui l’immaginazione è così urgentemente necessaria oggi. Non abbiamo bisogno di più distrazioni o fantasie. Abbiamo bisogno del coraggio di immaginare al di là della paura.
Tutti gli esseri, tutti gli esseri
Torno spesso all’immagine del bodhisattva Jizo, che non ha paura dell’inferno. L’inferno non è solo un regno mitico descritto nella cosmologia buddhista. L’inferno è anche il territorio che incontriamo ogni giorno: la rabbia che consuma le comunità, la paura che restringe l’immaginazione, la solitudine che ci isola gli uni dagli altri.
Il bodhisattva non si volta dall’altra parte. Avalokiteshvara non si copre le orecchie quando le grida del mondo si alzano in cielo. Il suo ascolto è sconfinato. Il suo cuore è sconfinato.
Il bodhisattva comprende che non esiste un terreno solido su cui stare. La realtà è dinamica, incerta, relazionale, reciproca e incompiuta. Eppure, anziché produrre paura, questa realizzazione dà luogo alla libertà. Poiché nulla è fisso, la trasformazione è possibile. Poiché tutto è interconnesso, le nostre azioni contano. Poiché apparteniamo gli uni agli altri, la compassione diventa naturale.
La domanda non è se il mondo abbia bisogno di bodhisattva. La sofferenza del nostro tempo rende ovvia la risposta. La domanda è se siamo disposti a incarnare noi stessi l’atteggiamento del bodhisattva. Siamo disposti a coltivare comunità di cura e reciprocità? A praticare la speranza saggia in mezzo all’incertezza? A entrare nei campi di cremazione con coraggio? A tenere i nostri cuori aperti alla sofferenza? A nutrire la gioia rivoluzionaria? A esercitare l’immaginazione morale? Ad agire dalla comprensione che tutta la vita è interconnessa?
Il Maestro Zen Mazu ci mise in guardia dal seppellirci nella vacuità. Ritirarsi nel conforto spirituale mentre il mondo brucia significa fraintendere il risveglio stesso. Saggezza e compassione non sono due cose separate. Man mano che la nostra comprensione si approfondisce, si approfondisce la nostra responsabilità. Man mano che i nostri cuori si aprono, si aprono anche le nostre mani.
Quando un monaco chiese a Yunmen: “Qual è l’insegnamento che il Buddha Shakyamuni ha predicato per tutta la sua vita?”, Yunmen rispose: “Una risposta appropriata.”
Forse questa è l’essenza del cammino del bodhisattva. E che non dimentichiamo mai che il cammino del bodhisattva riguarda il diventare pienamente umani. Riguarda il realizzare la nostra profonda appartenenza gli uni agli altri e l’agire a partire da quella realizzazione.
Le creature sono innumerevoli, faccio voto di liberarle. Le illusioni sono inesauribili, faccio voto di trasformarle. La realtà è sconfinata, faccio voto di percepirla. La Via del Risveglio è insuperabile, faccio voto di incarnarla.
In questi tempi complicati, questi voti non sono aspirazioni per un futuro lontano. Sono inviti in questo stesso momento. Sono un appello a diventare, gli uni per gli altri, ciò che i Bodhisattva sono sempre stati: Tutti gli esseri. Tutti gli esseri.
Tradotto da All Beings, All Beings: Renewing the Bodhisattva Ideal for Our Time – Roshi Joan Halifax, June 9, 2026





