Il Buddhismo Tibetano, erede della tradizione Mahayana indiana e custode del Vajrayana, pone l’intenzione e la motivazione al centro della sua dottrina e della sua pratica spirituale. L’azione fisica o verbale è considerata karmicamente neutra se non informata da una precisa intenzione volitiva, o cetanā. Lungi dall’essere un semplice desiderio, cetanā è il fattore mentale primario che modella la realtà esperienziale e determina il destino all’interno del ciclo continuo delle rinascite condizionate, il saṃsāra.
Il ruolo dell’intenzione e il karma
Nel contesto dell’Abhidharma e della filosofia buddhista classica, l’intenzione è identificata come il catalizzatore dell’azione karmica, il vero generatore delle cause che portano a successive sofferenze oppure alla felicità. La catena causale non inizia quindi con l’azione manifesta, ma con l’impulso mentale che la precede. Riconoscere l’importanza di cetanā è essenziale per comprendere perché gli esseri continuano a creare karma negativo pur aspirando alla felicità: ogni volta che l’azione è guidata da desiderio (o avversione o ignoranza), essa porta inevitabilmente a ulteriore sofferenza. Per i praticanti, quindi, l’obiettivo fondamentale non è sopprimere l’azione, ma purificare l’intenzione sottostante.
L’approccio buddhista alle azioni è strutturato in un percorso completo che trascende la mera esecuzione fisica, contemplando tre momenti cruciali: la motivazione (o intenzione), l’azione e la conclusione. La purezza e la forza del risultato karmico dipendono non solo dalla correttezza dell’azione in sé, ma anche dalla qualità dell’intenzione iniziale e, in modo cruciale, dalla dedica finale. La dedica (o il gioire dell’azione positiva) incoraggia la ripetizione delle azioni virtuose, rafforzando così il ciclo positivo evidenziando in tal modo che l’intenzione è rilevante non solo all’inizio dell’atto, ma anche nella fase di consolidamento post-azione.
Dall’etica alla responsabilità universale
La dottrina definisce la virtù (gewa) non come semplice conformità morale, ma specificamente come il sano comportamento altruista, motivato dall’intento positivo di promuovere il massimo bene per gli altri. Questa definizione stabilisce in modo inequivocabile che l’altruismo non è un optional etico, ma la qualità intrinseca che definisce un’azione come “sana” o “virtuosa”. Se l’intenzione non è positiva e orientata al bene altrui, l’azione non può essere pienamente qualificata come gewa.
Estendendo questo principio etico, la motivazione si eleva dalla sfera individuale a quella universale: il benessere individuale è indissolubilmente legato al benessere collettivo. Se il mondo si evolve in un luogo di pace e amore, tutti gli esseri ne beneficeranno automaticamente. Al contrario, se prevalgono l’invidia e la competizione, l’individuo non potrà salvarsi isolandosi, a meno che non si ritiri in cima all’Himalaya senza contatti, e anche in quel caso non resisterebbe a lungo. Anche la sopravvivenza richiede interdipendenza.
Di conseguenza, il passaggio dalla virtù etica individuale alla responsabilità universale non rappresenta un dogma religioso, ma una progressione logica e un imperativo pragmatico. Se l’esistenza individuale dipende dalla stabilità e dalla felicità del mondo, allora la purificazione dell’intenzione, condotta da un focus egoistico a uno universale, diventa una necessità strategica per la sopravvivenza e la felicità in questa stessa vita.Non è necessario richiamare concetti religiosi come la liberazione o l’illuminazione per comprendere l’importanza di questo senso di “responsabilità universale”.
La motivazione mahayana suprema
Il Buddhismo Tibetano, basato sul veicolo Mahayana (Grande Veicolo), identifica nella bodhicitta la motivazione per eccellenza: la Mente del Risveglio. Bodhicitta è l’intenzione suprema, definita come la mente dedicata al raggiungimento del risveglio completo e perfetto (illuminazione) non per sé stessi, ma per il beneficio di tutti gli esseri senzienti.4
L’emergere della bodhicitta trasforma radicalmente il sentiero, elevandolo dall’aspirazione dello scopo inferiore della liberazione individuale (moksha) all’impegno universale. Questa motivazione non è limitata ai momenti formali di meditazione, ma deve permeare ogni aspetto dell’esistenza. Come ha ripetuto infinite volte Lama Zopa Rinpoce, l’essenza di tutte le pratiche si riduce a vivere la vita quotidiana con la motivazione della bodhicitta, mettendo ogni sforzo in qualsiasi cosa si faccia.
Questa integrazione della motivazione nella vita quotidiana ha un potere trasformativo diretto: garantisce che la vita non venga sprecata, la riempie di gioia e felicità e, “strategicamente”, elimina i rimpianti al momento della morte, permettendo al praticante di morire con un sorriso. La bodhicitta non è vista, quindi, come un peso gravoso, ma come la fonte di un’esistenza priva di rimorsi e piena di significato.
Aspirazione e applicazione
La coltivazione della bodhicitta viene tipicamente suddivisa in due livelli distinti, che rappresentano una progressione graduale dell’impegno etico.
1. Bodhicitta dell’aspirazione (pranidhicitta)
Questo livello è il desiderio sincero di raggiungere il risveglio per il beneficio universale. È l’intenzione pura, non ancora pienamente supportata dall’impegno nelle pratiche difficili. La bodhicitta di aspirazione è concettualmente simile al voler andare, un giorno, a Dharamsala.
Per proteggere l’aspirazione dal degenerare in questa e nelle vite future, il praticante deve osservare otto precetti, il cui cardine è il costante ricordo dei vantaggi della bodhicitta e la rigenerazione del pensiero di raggiungere il risveglio tre volte al mattino e tre volte alla sera. Questa pratica quotidiana e ripetuta garantisce che la motivazione sia mantenuta vivida ed è fondamentale per la gradualità del percorso tibetano (Lam Rim): garantisce che l’impegno attivo non sia alimentato da un impulso emotivo momentaneo, ma da una fonte stabile e inesauribile.
2. Bodhicitta dell’applicazione (prasthānacitta)
Questo livello rappresenta l’impegno attivo e gioioso nel Sentiero. Una persona che ha generato la bodhicitta dell’applicazione si impegna attivamente nelle pratiche necessarie, assumendo i precetti del bodhisattva e dedicandosi alle Sei Pāramitā (Perfezioni di vasta portata). Per riprendere l’analogia, è l’effettivo salire in aereo e volare verso Dharamsala.
La prima di queste perfezioni è la generosità (dāna), il fondamento su cui tutte le altre virtù si sviluppano. I precetti del bodhisattva, presi per proteggere la bodhicitta dal declino e per aiutare a raggiungere il risveglio, non sono restrizioni o pesi da portare, ma “ornamenti da indossare con gioia”, riflettendo la natura liberatoria e non costrittiva della motivazione Mahayana. L’obiettivo è accumulare continuamente merito e saggezza per rafforzare l’applicazione.
Bodhicitta assoluta: l’unione di compassione e saggezza
La motivazione non è un mero esercizio etico o un voto che assumiamo (bodhicitta convenzionale); per essere completa, essa deve essere intrinsecamente legata alla comprensione profonda della realtà. Questo è il dominio della bodhicitta ultima, o assoluta che consiste nella comprensione della vacuità (Śūnyatā).
La compassione universale (o grande compassione) può essere veramente illimitata solo se si basa sulla saggezza che realizza la natura interdipendente e non-inerente di tutti i fenomeni. La realtà esterna esiste, ma non esiste indipendentemente dalla realtà interiore; ci appare come oggettiva e autonoma, ma questa è una percezione errata e fuorviante. Se percepiamo un oggetto della nostra rabbia come intrinsecamente negativo, o un oggetto di desiderio come intrinsecamente desiderabile, rimaniamo intrappolati nell’illusione di un’esistenza autonoma.
La realizzazione ultima della mancanza di essenza di questo senso dell’io conduce alla liberazione dalla sofferenza (moksha).Nel veicolo Mahayana, tuttavia, questa saggezza non è sufficiente se perseguita unicamente per il proprio beneficio. La bodhicitta ultima è la fusione inseparabile di questa saggezza della vacuità e della compassione che desidera liberare tutti gli esseri senzienti. La saggezza dissolve la percezione illusoria di un io autonomo, permettendo alla compassione di manifestarsi illimitatamente, poiché la distinzione rigida tra “sé” e gli “altri” crolla.
L’ostacolo principale: l’egocentrismo
Il principale ostacolo alla generazione della bodhicitta è l’auto-gratificazione o l’attitudine egocentrica, l’abitudine di considerare la propria felicità personale come più importante di quella altrui. Questo egocentrismo è alimentato dalla percezione illusoria di un io intrinsecamente esistente, il fenomeno che la bodhicitta assoluta si sforza di dissolvere.
Affrontare l’egocentrismo richiede strumenti mentali specifici. Sua Santità il Dalai Lama sottolinea che per amare gli altri più di sé stessi è necessario superare la rabbia e per farlo la pazienza è l’antidoto necessario. L’egocentrismo è ciò che ci conduce alla nostra rovina e per questo la pratica di scambiare se stessi con gli altri è essenziale. Comprendere che “io” e “altri” non hanno un’esistenza autonoma o intrinseca permette alla motivazione altruistica di manifestarsi senza ostacoli logici o emozionali. La saggezza della vacuità, lungi dall’essere una speculazione intellettuale, è il motore fondamentale che rende la compassione universale illimitata e autentica, sganciandola dalla limitazione della prospettiva egocentrica.
L’addestramento mentale
Il sentiero graduale verso l’Illuminazione (Lam Rim), centrale nella tradizione Gelug e fondamentale in tutte le scuole tibetane, include il Lojong (addestramento mentale), un insieme di pratiche dedicate alla coltivazione della bodhicitta che hanno l’equanimità (upekṣā) come fondamento.
L’equanimità è il superamento di ogni discriminazione, ottenuta vincendo l’abitudine mentale di classificare gli altri in base a preferenze o avversioni (amico, nemico, sconosciuto).Le tradizioni tibetane distinguono due tipi di equanimità metodologica, a seconda del sentiero che si intende intraprendere:
- Mera equanimità (comune al Śrāvakayana) è il tipo di equanimità con cui si cessa di provare sentimenti di attaccamento e repulsione verso amici, nemici e sconosciuti. Viene sviluppata come fase preliminare nel sentiero di causa ed effetto in sette punti e non è ancora coinvolta con un cuore premuroso di bodhicitta.
- Equanimità mahayana (scambiare sé con gli altri). Questo livello va oltre la mera neutralità. È l’equanimità con la quale si è attivamente coinvolti nel beneficiare tutti gli esseri senzienti e nell’eliminare i loro problemi, senza provare sentimenti di vicinanza o distanza nei pensieri o nelle azioni.
La distinzione tra queste due forme è cruciale: la motivazione Mahayana non si accontenta di una neutralità etica passiva, ma richiede una disponibilità totale e attiva verso tutti gli esseri. Questo secondo tipo di equanimità prepara la mente a superare l’egocentrismo, ponendo le basi per i metodi di lojong più avanzati.
Il metodo causa ed effetto in sette punti (tradizione di Atiśa)
Questo metodo costruisce la compassione gradualmente e logicamente:
- Riconoscere tutti gli esseri come madri nelle vite passate. Questo passo è essenziale poiché, se si considera che tutti gli esseri sono stati le nostre madri (e quindi hanno provveduto ai nostri bisogni fondamentali), il male ricevuto in questa vita è inferiore al bene ricevuto in altre esistenze.
- Ricordare la gentilezza ricevuta.
- Desiderio di ripagare tale gentilezza.
- Sviluppo della gentilezza amorevole (maitrī)
- Sviluppo della compassione (karuṇā).
- Determinazione superiore (o grande scopo).
- La mente suprema (bodhicitta).
Il metodo di equiparare e scambiare se stessi con gli altri (tradizione di Śāntideva)
Questo metodo è particolarmente eminente nel Mahayana e affronta l’egocentrismo in modo diretto e radicale. Il testo fondamentale è il Bodhicaryāvatāra, nel quale il capitolo 8 dimostra come l’egocentrismo conduca alla rovina e insegna la pratica di scambiare se stessi con gli altri. Sua Santità il Dalai Lama, citando l’essenza di questo insegnamento, ricorda spesso: “Dovrei proteggere tutti gli esseri come faccio con me stesso. Perché siamo tutti uguali nel desiderare la felicità e nel voler evitare la sofferenza”. La motivazione del bodhisattva è tale che non solo trova insopportabile vedere gli altri soffrire, ma è spinto attivamente a intervenire per la loro liberazione. La pratica culminante di questo metodo è il tonglen (dare e prendere), in cui si aspira a scambiare la propria felicità con la sofferenza altrui.






