Non attaccamento e vita laica

Non attaccamento e vita laica

Indice

Nel saggio The Puzzle of Buddhist Non-Attachment: A Challenge for Laypersons, Joyitri Sarkar, docente di filosofia all’Università di Maribor, esplora il complesso dilemma che il non-attaccamento buddhista pone ai laici. Questi ultimi devono conciliare la ricerca di liberazione e illuminazione con le esigenze della vita mondana, come il raggiungimento di obiettivi, il mantenimento delle relazioni e la stabilità finanziaria.

La pratica buddhista del non-attaccamento, essenziale nella filosofia Mahāyāna per raggiungere il Nirvāna, richiede di liberarsi dai desideri. Tuttavia, ciò crea una sfida significativa per i laici che, per prosperare nel mondo contemporaneo, devono perseguire aspirazioni e obiettivi. Tale necessità rende difficile un distacco completo senza rischiare di allontanarsi dal percorso buddhista verso l’illuminazione. Il non-attaccamento si presenta quindi come un vero e proprio enigma, chiedendoci di armonizzare la filosofia buddhista con la realtà dell’esistenza moderna.

Il cuore del problema risiede nella tensione tra l’ideale buddhista del non-attaccamento e le necessità pratiche della vita quotidiana. Il desiderio (trsnā) è considerato un ostacolo cruciale all’illuminazione, poiché lega gli individui agli oggetti mondani. Mentre monaci e monache (bhikkhu/bhikkhunī) si sottraggono agli obblighi mondani abbracciando la rinuncia, la vita dei laici è caratterizzata da relazioni interpersonali, stabilità finanziaria, mezzi di sussistenza e ruoli sociali, tutti fattori che rafforzano l’attaccamento. Come afferma l’autrice: “Rinunciare al mondo non è difficile quanto praticare il non-attaccamento pur interagendo con esso”.

Le quattro nobili verità e il desiderio

La filosofia buddhista si basa sulla praticità, come evidenziato dai sermoni del Buddha sulle Quattro Nobili Verità, incentrate sulla liberazione dalla sofferenza (dukkha).

  • La Seconda Nobile Verità (Samudaya) identifica la causa della sofferenza nel desiderio (o brama, tanha), che conduce a una nuova esistenza, inclusa la brama di piaceri sensoriali, esistenza e non-esistenza.
  • La Terza Nobile Verità (Nirodha) offre la soluzione: “la cessazione della sofferenza è il dissolversi e il cessare di quella stessa brama, il rinunciarvi e il distaccarsene, la libertà da essa e il non farvi affidamento”.

La rottura della catena della causalità è essenziale per la liberazione, e la componente critica è il desiderio (trsnā).

Differenze tra Theravāda e Mahāyāna

Sebbene il concetto sia fondamentale in entrambi, Theravāda e Mahāyāna presentano differenze significative:

AspettoTheravādaMahāyāna
Obiettivo principaleLiberazione individuale dalla sofferenza (dukkha).Liberazione universale, beneficio per tutti gli esseri senzienti.
Mezzo/idealeVia individuale attraverso saggezza (paññā), condotta morale (sīla), disciplina mentale (samādhi). Ideale: il monaco che rinuncia ai piaceri mondani.Via del Bodhisattva e realizzazione della vacuità (Śūnyatā). Ideale: il Bodhisattva che resta nel saṃsāra per aiutare gli altri.
Applicazione praticaRinuncia (nekkhamm) e distacco totale (upekkhā).Impegno nel mondo con mezzi abili (Upaya), agendo con compassione (karuņā) e senza attaccamento ai risultati.

Il Mahāyāna, quindi, risolve la potenziale contraddizione tra obiettivi spirituali e mondani re-interpretando l’interazione mondana come un’espressione della pratica spirituale. I praticanti Mahāyāna, specialmente i Bodhisattva, si impegnano attivamente nel mondo per aiutare gli altri, trasformando le preoccupazioni materiali nel percorso verso l’illuminazione.

Riconciliare non-attaccamento e vita laica

Il saggio sostiene inoltre che l’idea che gli obiettivi spirituali e mondani siano fondamentalmente incompatibili è una semplificazione eccessiva. Il non-attaccamento, se correttamente applicato, può effettivamente facilitare la gestione delle questioni mondane in modo più efficiente, composto ed equilibrato. Non implica il ritiro dal mondo, ma un coinvolgimento più abile, calmo e di successo.

“Il non-attaccamento – scrive Sarkar – non significa che si debba rinunciare alle aspirazioni mondane; al contrario, consente al praticante di gestire tali obiettivi in modo più efficace, consapevole e compassionevole”.

La chiave è spostare il focus:

  • Non-Attaccamento non è apatia: non-attaccamento non significa apatia o mancanza di scopo. Si possono avere obiettivi, ma il loro raggiungimento non è un prerequisito per la felicità. Significa agire con intenzione, ma disimpegnarsi dall’esito.
  • Non-Attaccamento e motivazione: Il non-attaccamento implica un cambiamento nel tipo di motivazione, non la sua assenza. La motivazione può derivare da un desiderio innato di fare qualcosa per il piacere del processo stesso (l’eccitazione della scoperta, lo sviluppo personale, l’eccellenza in un’abilità) (motivazione intrinseca), piuttosto che dalla paura di fallire o dalla volontà di ottenere ricompense esterne (motivazione estrinseca).
  • Concentrarsi sul processo: La strategia è reindirizzare l’attenzione dal risultato al processo stesso. L’aspirazione non viene distrutta dal non-attaccamento; piuttosto, viene potenziata, poiché l’enfasi si sposta dal desiderio di risultati alla partecipazione all’azione.

L’equanimità (upekkhā) è fondamentale per mettere in pratica il non-attaccamento.

  • Letteralmente significa “guardare oltre” o “vedere con pazienza e comprensione”.
  • Rappresenta un distacco che permette di mantenere la compostezza e la serenità indipendentemente dal contesto esterno, senza attaccarsi al piacere o allontanarsi dalla sofferenza.
  • Una persona dotata di equanimità opera senza essere motivata emotivamente o attaccata a risultati specifici, mantenendo chiarezza e scopo, perché riconosce che tutto è temporaneo e interconnesso.

A proposito di relazioni

Come accennato, il non-attaccamento non è indifferenza o disimpegno emotivo. Al contrario consente connessioni più profonde e sane.

  • Il non-attaccamento è un amore privo di possessività e di dipendenze tossiche che causano preoccupazione, gelosia o manipolazione.
  • Libera gli individui dalla necessità di controllare gli eventi o soddisfare i propri desideri, permettendo di amare gli altri liberamente e incondizionatamente.
  • Le relazioni prosperano in ambienti di libertà, rispetto e fiducia, dove i bisogni di ciascuno sono soddisfatti senza richiedere possesso o controllo indebito.
  • Il non-attaccamento incoraggia ad abbandonare le aspettative che coltiviamo sugli altri, permettendo alle relazioni di svilupparsi organicamente. 

In conclusione, questo breve saggio affronta e risponde alle critiche secondo cui la filosofia buddhista promuoverebbe ideali impraticabili o il disimpegno, evidenziando come il non-attaccamento (anupādāna) non sia repressione emotiva, apatia o assenza di cura, piuttosto l’assenza di attaccamento (upādāna) alle cose transitorie. E non solo non contraddice la compassione (karuņā), ma la rafforza. La chiarezza mentale e l’indipendenza emotiva che si sviluppano dal non-attaccamento consentono alla compassione di essere veramente altruistica, intelligente e di successo.

L’applicazione del non-attaccamento alla vita contemporanea dei laici è considerata per certi versi una novità, ma il Buddhismo non ha creato il non-attaccamento, lo invece ha democratizzato e re-interpretato per renderlo accessibile al grande pubblico senza richiedere la rinuncia. La novità risiede nel modo in cui questi concetti sono presentati ai laici contemporanei, offrendo una Via di mezzo che consente il pieno impegno nel lavoro, nelle relazioni e nello sviluppo personale senza aggrapparsi al proprio ego, ai risultati o alle identità fisse.

Il non-attaccamento, se compreso correttamente, non è un rifiuto dell’ambizione o delle relazioni, ma una liberazione dai fardelli emotivi derivanti dall’attaccamento, consentendo alle donne e agli uomini di navigare le sfide della vita con maggiore resilienza e in un modo che bilancia l’ambizione con il percorso buddhista verso la libertà interiore.

Tratto da The Puzzle of Buddhist Non-Attachment: A Challenge for Laypersons

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