Ci sono persone che attraversano il mondo come se portassero qualcosa di urgente da consegnare. Robert Alexander Farrar Thurman era una di queste. Con la sua morte, avvenuta in queste ore all’età di 84 anni, il Buddhismo occidentale perde il suo ambasciatore più instancabile, più colto e, bisogna dirlo, più vivace. Chi ha avuto la fortuna di ascoltarlo — in un’aula universitaria, in un auditorium affollato, in un podcast registrato nella quiete di Menla — sa che con lui il Dharma non era mai polveroso. Era vivo, urgente, persino divertente.
Nel momento in cui la sua coscienza attraversa lo stato intermedio del bardo — quella dimensione di passaggio che egli stesso ha studiato, tradotto e spiegato a generazioni di lettori — la comunità internazionale di studiosi e praticanti si trova unita in un sentimento di commossa e calorosa gratitudine. Conosciuto nei circoli accademici come un insigne orientalista e traduttore, e nel mondo del Dharma con il nome di Tenzin, Thurman ha saputo gettare un ponte indistruttibile tra le vette dell’Himalaya e la pragmatica modernità dell’Occidente, trasformando la percezione del Buddhismo da dottrina esotica a scienza viva della mente.
Il debito di gratitudine che chiunque studi o pratichi il Dharma oggi ha nei confronti del suo operato è incalcolabile. Robert Thurman non si è limitato a tradurre testi dal sanscrito e dal tibetano; ha letteralmente tradotto un’intera visione del mondo, infondendo nel panorama filosofico occidentale un ottimismo cosmico, un’ironia travolgente e un rigore intellettuale che hanno sradicato secoli di letture nichiliste o puramente ascetiche del sentiero buddhista.
L’incontro che cambia tutto
La storia di Robert Thurman comincia, come molte storie vere, da un trauma. Nel 1961, a vent’anni appena compiuti, perse l’occhio sinistro in un incidente mentre usava un cric per sollevare un’automobile. Dopo l’incidente decise di riorientare la propria vita, divorziando dalla prima moglie Marie-Christophe de Menil (esponente della celebre dinastia Schlumberger) e viaggiando dal 1961 al 1966 tra Turchia, Iran e India alla ricerca di risposte sul significato ultimo della sofferenza e della mente.
In India insegnò inglese ai tulku tibetani in esilio, imparò il tibetano e incontrò per la prima volta il XIV Dalai Lama. Divenne buddhista e fu ordinato monaco nel 1964, primo monaco buddhista tibetano americano nella storia della tradizione Gelug. Studiò a stretto contatto con Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama, che divenne un suo caro amico per tutta la vita. Il Dalai Lama lo “ribattezzò” Tenzin — Sostenitore della Dottrina — un nome che Thurman portò per tutta la vita come un impegno sul campo, non come un semplice titolo formale.
Qualche anno dopo, nel 1967, tornato negli Stati Uniti, decise di rinunciare ai voti monastici per sposare la psicoterapeuta Nena von Schlebrügge, ma non rinunciò mai alla fede. Scoprì infatti di poter essere molto più efficace nell’equivalente americano del monastero: l’università. Tornò ad Harvard, completò il dottorato di ricerca in studi sanscriti nel 1972 e iniziò una carriera accademica che avrebbe ridefinito gli studi buddhisti in tutto l’Occidente.
Lo studioso, il traduttore, il professore
Thurman ha detenuto la prima cattedra con dotazione in Studi Buddhisti dell’Occidente, la Jey Tsong Khapa Chair in Indo-Tibetan Buddhist Studies presso la Columbia University, insegnando con passione per oltre trent’anni fino al suo ritiro nel giugno del 2019. Ha studiato il Tibet, il Buddhismo tibetano e le lingue e storie asiatiche per cinquant’anni a fianco di molti maestri, tra cui Sua Santità il Dalai Lama e Kyabje Yongzin Ling Rinpoce, il tutore anziano di Sua Santità che lo iniziò alle pratiche tantriche più profonde.
Ma Thurman non è stato un professore nel senso ordinario o distaccato del termine. È considerato dai suoi pari di lingua inglese come un traduttore pionieristico, creativo e di immenso talento della letteratura buddhista. Matthew Kapstein, professore all’Università di Chicago, ha scritto che tradurre in inglese il testo di Tsongkhapa L’essenza della vera eloquenza — celebre nei circoli dotti tibetani come un testo di ineguagliabile difficoltà — “deve essere considerato un risultato intellettuale di altissimo ordine”.
Ha scritto opere scientifiche di fondamentale importanza, fondando e curando una nuova e monumentale collana attraverso la Columbia University Press e l’AIBS (American Institute of Buddhist Studies): il Treasury of the Buddhist Sciences. Parallelamente, ha scritto libri di grande successo, tenendo conferenze in tutto il mondo nella più nobile tradizione dell’intellettuale pubblico, con una costante attenzione all’etica, ai diritti umani e alle sorti della cultura e del popolo tibetano.
Il New York Times lo ha definito “il massimo esperto americano di Buddhismo tibetano” e nel 2020 ha ricevuto il prestigioso Padma Shri Award dal Presidente dell’India per il suo eccezionale contributo al recupero dell’antico patrimonio buddhista proveniente dall’università di Nalanda. Già nel 1997, la rivista Time lo aveva scelto tra le 25 persone più influenti d’America, descrivendolo come “uno studioso-attivista di proporzioni monumentali, destinato a trasmettere il Dharma dall’Asia all’America”.
I maestri, gli amici, la trasmissione
Il legame con il Dalai Lama non fu mai unicamente formale o accademico. Sua Santità, che lo aveva accolto nel 1962 e ordinato monaco nel 1964, comprese e perdonò con profondo affetto la sua scelta di tornare alla vita laica. Nel corso della loro amicizia di tutta una vita, gli ha insegnato instancabilmente, agendo dapprima come un compagno di studi più anziano, poi come mentore filosofico e infine come Guru Vajra, capace di incarnare una gioiosa e indistruttibile forza d’animo pur di fronte alle immani sofferenze del suo popolo in esilio.
Il suo primo maestro in Occidente fu Geshe Ngawang Wangyal, un monaco buddhista della Mongolia che Thurman incontrò nel New Jersey nel 1962, dopo essere rientrato negli Stati Uniti in seguito alla morte del padre. Fu Geshe Wangyal a introdurlo alla lingua tibetana e a spalancargli le porte della sterminata scienza spirituale del Mahayana. Seguirono poi anni di studio intenso in India, a stretto contatto con i grandi maestri tibetani rifugiati a Dharamsala, assimilando una tradizione millenaria attraverso la pratica meditativa diretta.
Nel 1987, su esplicito invito del Dalai Lama, Thurman ha co-fondato la Tibet House US a New York insieme a sua moglie Nena, all’attore Richard Gere e al compositore Philip Glass. Questa organizzazione non profit è stata per decenni il cuore pulsante della salvaguardia, della promozione e della rinascita della civiltà tibetana negli Stati Uniti, e Thurman ne è stato il presidente attivo e instancabile fino alla fine. Nel 2001, la sua visione si è arricchita con la creazione del Menla Retreat nelle colline di Phoenicia (New York), un centro intitolato al Buddha della Medicina dove la scienza medica tradizionale tibetana si integra con i percorsi di cura occidentali.
Ciò che ci lascia
Il debito che chi studia e pratica il buddhismo in Occidente ha nei confronti di Robert Thurman è difficile da misurare. È il debito verso chi ha fermamente creduto che queste tradizioni meritassero rigore scientifico e passione comunicativa in egual misura. Verso chi ha tradotto testi di difficoltà spirituale ed epistemologica estrema — dal Vimalakirti Sutra al Bardo Thodol, fino alle opere logiche di Tsongkhapa — rendendo accessibili in inglese (e, tramite i traduttori, in molte altre lingue) insegnamenti che altrimenti sarebbero rimasti custoditi nei monasteri o confinati in edizioni accademiche destinate a pochissimi.
Per Thurman, il Buddha non era il fondatore di una religione dogmatica, ma un educatore rivoluzionario che aveva usato la ragione e l’analisi logica per comprendere la natura interdipendente della realtà. Amava per questo definire il Buddhismo come una forma di “super-educazione” volta a liberare la mente dalle catene dell’illusione egoica.
Tenzin Robert Thurman ci ha dimostrato che è possibile per un Occidentale prendere sul serio il dharma, lasciandosene trasformare nel profondo della vita quotidiana e familiare, per poi restituirlo al proprio mondo senza mai banalizzarlo. E lo ha fatto con una gioia, un’energia vitale, una risata squillante e un’intelligenza acuta che chiunque lo abbia incontrato — anche solo attraverso le sue calde pagine — difficilmente potrà mai dimenticare.
Opere di Robert Thurman disponibili in traduzione italiana
La bibliografia italiana delle opere curate o scritte da Robert Thurman è ricca e variegata, spaziando dalle edizioni scientifiche dei classici tibetani fino a testi di profonda ispirazione etica e psicologica per la vita di tutti i giorni.
Di seguito vengono riportate le opere attualmente reperibili in lingua italiana, suddivise per casa editrice per facilitarne la consultazione:
Neri Pozza Editore
- Bardo Thodol. Il libro tibetano dei morti (traduzione italiana di Paolo Vicentini, 1998; edizioni successive in collana BEAT nel 2017 e 2021). È la celebre traduzione e cura di Thurman del testo classico di Karma Lingpa e Padmasambhava, arricchita da ampi apparati introduttivi, note e testi complementari che rendono accessibili le complesse visioni dello stato intermedio.
- La montagna sacra (in collaborazione con Tad Wise, traduzione italiana di Giovanna Albio, 2000, 2003). Un romanzo e diario spirituale ambientato nell’Himalaya, che racconta il pellegrinaggio attorno al sacro Monte Kailash, fondendo l’avventura fisica con il viaggio interiore della mente.
Chiara Luce Edizioni
- Vita e insegnamenti di Lama Tzong Khapa (2003). Uno studio monografico e accurato dedicato al grande riformatore del XIV secolo, fondatore della scuola Gelugpa, che mette in luce la sua straordinaria sintesi tra logica filosofica e sentiero tantrico.
Nalanda Edizioni
- Ama i tuoi nemici. Come sconfiggere la rabbia ed essere felici (scritto a quattro mani con la nota insegnante di meditazione Sharon Salzberg, 2021). Un’opera calda e accessibile che offre strumenti pratici e psicologici per disarmare l’odio e la rabbia, unendo l’antica saggezza contemplativa alle moderne neuroscienze.
- La rivoluzione del Buddha. Breve e incisivo saggio incentrato sulla figura storica del Buddha inteso come un educatore sociale e un riformatore radicale, capace di scardinare le rigide convenzioni e le divisioni di casta dell’India antica.
- La rabbia, il nostro solo nemico. Monografia che attinge direttamente ai commentari di Thurman sul Bodhicaryavatara di Shantideva, indicando come riconoscere la natura tossica della collera prima che consumi la nostra preziosa energia20.
- La saggezza critica, risoluta e caparbia. Riflessione teoretica incentrata sulla spada di Manjushri, simbolo iconografico del discernimento intellettuale che taglia di netto l’attaccamento egoico mantenendo il cuore tenero, aperto ed empatico16.
Altre edizioni
- L’essenza del Buddismo Tibetano (Newton & Compton, Collana L’Aleph, 1997). Una ricca raccolta antologica che presenta per la prima volta in Italia testi scelti delle quattro principali scuole tibetane (Gelug, Kagyu, Nyingma e Sakya), preceduti da una dettagliata introduzione storica curata da Thurman.
- Ira. I sette vizi capitali (Raffaello Cortina Editore, 2006, traduzione di Daniela Damiani). Un saggio brillante in cui l’autore mette a confronto l’approccio etico occidentale all’ira con i metodi proposti dal buddhismo per la sua completa eradicazione e trasformazione interiore.
- La saggezza è beatitudine. Quattro fatti divertenti e amichevoli che possono cambiarti la vita (Atelier Tibet, 2021). Traduzione italiana del suo ultimo testamento spirituale (Wisdom Is Bliss), in cui Thurman conduce il lettore in una gioiosa esplorazione delle Quattro Nobili Verità, interpretate come un triplice curriculum educativo verso la felicità stabile.
La monumentale collana accademica fondata e diretta da Thurman, Treasury of the Buddhist Sciences (edita dalla Columbia University Press in associazione con l’AIBS), non è attualmente tradotta in italiano, ma rappresenta il suo lascito scientifico e filologico più importante per il mondo accademico globale.






