Ricordiamo il professor Robert Thurman, straordinario pioniere del Buddhismo in Occidente e instancabile attivista, scomparso il 16 giugno scorso. Per onorare la sua immensa eredità intellettuale e umana, riproponiamo questa illuminante intervista del 2006 per la rivista della FPMT Mandala, in cui Thurman traccia con la consueta lucidità e passione il legame indissolubile tra la rigorosa “scienza interiore” del Dharma e la rivoluzione sociale nonviolenta.
Il dottor Robert A. F. Thurman, nato a New York nel 1941, è da lungo tempo uno studioso e praticante di Buddhismo tibetano. Ha incontrato per la prima volta Sua Santità il Dalai Lama nel 1962 e, dopo aver appreso la lingua tibetana e studiato il Dharma, è diventato il primo cittadino americano a ricevere l’ordinazione monastica da Sua Santità. In seguito ha conseguito un dottorato di ricerca presso l’Università di Harvard e attualmente detiene la cattedra Jey Tsong Khapa in Studi Buddhisti Indo-Tibetani presso la Columbia University di New York. È inoltre co-fondatore e presidente della Tibet House US e ha scritto, curato e tradotto numerosi libri sul Buddhismo tibetano.
Thurman ha dialogato con John Malkin, giornalista, musicista e attivista per il cambiamento sociale.
Il laboratorio della scienza interiore
Mandala: Ho sentito Sua Santità il Dalai Lama affermare che, mentre l’Occidente si è dedicato all’esplorazione dello spazio esterno e delle scienze materiali, il popolo tibetano ha esplorato lo spazio interiore, sviluppando una scienza interiore. Ci parli di questo “laboratorio di scienza interiore” del Tibet e del suo primo incontro con la rivoluzione interiore tibetana.
Thurman: Il mio primo incontro è stato puramente filosofico. Non cercavo una religione, perché allora definivo la religione nel modo in cui la intendiamo oggi in Occidente, ovvero come una questione di fede. La fede non mi interessava, poiché veniva presentata come qualcosa di irrazionale. Pensavo che se le persone credono a qualcosa senza una buona ragione, possono essere fortunate e credere in qualcosa di positivo, ma corrono anche il rischio di essere intrappolate, sedotte o confuse fino a credere a cose nocive. In entrambi i casi, mancherebbe il supporto della ragione. Purtroppo, la personalità autoritaria che sta alla base dei movimenti fascisti – che hanno causato immensi danni nel secolo scorso – è emersa proprio in persone con una forma mentis incline a credere alle cose senza una base razionale.
In Tibet ho incontrato una filosofia che è a tutti gli effetti una scienza interiore volta a comprendere se stessi e il mondo. Si fonda sull’uso della facoltà critica e del dubbio, sulla meditazione applicata a noi stessi e sullo sviluppo di una concentrazione sempre più stabile e forte con cui porsi degli interrogativi e ragionare.
Oggi definisco il Buddhismo come un “realismo impegnato”. Il Buddhismo permette di sollevare i veli, superare i condizionamenti illusori e i miti tradizionali per vedere la realtà così com’è e per vedere la realtà del proprio sé per ciò che è. E più si diventa realistici nei confronti della realtà, più ci si rende conto di possedere l’energia e la condizione necessarie per essere felici. In questo caso, persino la morte non turba la propria felicità, perché si dispone di una continuità energetica di amore, beatitudine, compassione e saggezza, in qualsiasi corpo ci si trovi.
La storia dimenticata e la conversione dei mongoli
Thurman: Il Tibet è stato un Paese molto arretrato e violento fino a circa milleduecento anni fa. Era un luogo violento, dedito alla conquista. Vi furono grandi dinastie e imperi che tormentavano i vicini, saccheggiando, depredando e comportandosi esattamente come facciamo noi oggi. Questo movimento di rivoluzione interiore e di nonviolenza sorse con massima forza in India, il luogo in cui il Buddha scelse di rinascere in questo ciclo storico. Era una società che metteva al centro il risveglio, rendendolo il fine supremo.
Dopo aver adottato il Buddhismo, i tibetani fecero un’altra cosa meravigliosa: andarono a interagire con i mongoli. I mongoli erano conquistatori globali, dominatori del più grande impero della storia. I tibetani andarono tra di loro e insegnarono che era molto più gioioso, appagante e realistico conquistare se stessi piuttosto che gli altri. I mongoli iniziarono ad adottare quello stile di vita smilitarizzato e, a partire dal XVII o XVIII secolo, divennero un popolo molto pacifico. Tuttavia, sia la Mongolia sia il Tibet sono crollati nel XX secolo, quando il machismo globale, sotto forma di imperialismo, ha infine raggiunto l’Asia centrale. Ciò ha portato il Dalai Lama, la popolazione tibetana e molte delle nazioni mongole nella situazione in cui si trovano oggi.
Il legame con il Dalai Lama
Mandala: Lei ha una lunga e stretta amicizia con il Dalai Lama. Ci racconti qualcosa al riguardo.
Thurman: Sua Santità è una costante fonte di ispirazione e diventa sempre più straordinario anno dopo anno. Recentemente è stato a San Francisco, dove ha tenuto uno splendido dialogo con la comunità musulmana americana e internazionale. È stato eccezionale. Gli auguro una lunga vita. Vorrei che più persone lo conoscessero e leggessero la sua autobiografia, La libertà nell’esilio, e il suo libro L’arte della felicità. Vorrei che il governo cinese permettesse al popolo cinese di avere accesso a lui e di ricevere i suoi insegnamenti. Questo rafforzerebbe il loro governo, non lo danneggerebbe.
Rivoluzione interiore e cambiamento sociale
Mandala: Sono molto interessato al rapporto tra trasformazione interiore e rivoluzione sociale. Lei ha scritto molto su questo tema e su quella che definisce “la politica del risveglio”. Ho notato che nel 1958 cercò di unirsi all’esercito di guerriglieri cubani di Fidel Castro. È stato anche il primo occidentale a diventare monaco buddhista tibetano. Qual è la relazione tra rivoluzione interiore e rivoluzione sociale?
Thurman: Il mio tentativo, all’età di diciassette anni insieme a un amico messicano, di unirmi all’esercito di Fidel Castro fu una cosa molto ingenua e di poco conto. Fummo semplicemente respinti dai reclutatori a Miami Beach. All’epoca leggevamo poesia spagnola, avevamo letto le poesie di Castro e pensavamo che la liberazione fosse la via da seguire. Quella realtà non si è mai concretizzata, quindi non mi prendo il merito di essere stato quello che definirei un “rivoluzionario focoso”.
Successivamente, cercavo di comprendere meglio le cose e volevo approfondire questi ambiti da un punto di vista filosofico; fu allora che scoprii il Buddhismo grazie ai tibetani. Scoprendo il Buddhismo ho trovato una rivoluzione della coscienza che ritengo essere la più importante delle rivoluzioni. Si tratta però di una rivoluzione “fredda”, che purtroppo richiede molto tempo. Si tramanda di generazione in generazione. E ora stiamo entrando in un momento della storia in cui questa rivoluzione deve giungere a una sorta di conclusione positiva. È un periodo di grande confusione, in cui sembra che tutto stia andando completamente a rotoli, come se fossimo sull’orlo del giorno del giudizio. Sotto la superficie, tuttavia, nella consapevolezza, potrebbero esserci i semi o persino le fioriture di un nuovo modo di abitare il pianeta.
In realtà, penso che la presa del potere da parte della giunta militare che abbiamo vissuto negli ultimi cinque anni negli Stati Uniti – e che continuiamo a vivere [N.d.T. Thurman si riferisce criticamente all’amministrazione Bush e alla politica estera successiva all’11 settembre] – sia il segno di una sorta di disperazione del Vecchio modo di perseguire il cambiamento attraverso la violenza militarista. Oggi, riguardo al rapporto tra cambiamento interiore e cambiamento sociale, direi che il cambiamento interiore ha la priorità ed è la cosa più importante. Attraverso l’educazione, questo cambiamento interiore può diventare un movimento di massa, come è già accaduto in molti altri Paesi.
Spiritualità ed elementi di anarchismo nonviolento
Mandala: In Rivoluzione interiore lei scrive: “Il movimento del risveglio del Buddha ha cercato fin dall’inizio di togliere il potere agli organi di governo per restituirlo all’individuo”. La rivoluzione spirituale del Buddhismo e l’anarchismo basato sulla compassione procedono di pari passo, essendo entrambi fondati sull’esperienza e sulla partecipazione diretta, insieme all’autosufficienza e alla responsabilità individuale?
Thurman: Sì, in un certo senso procedono insieme. Il problema dell’anarchismo nonviolento sorge quando le comunità locali si imbattono in predatori violenti di qualche tipo; a quel punto si pone la questione di come rispondere in assenza di una qualsiasi protezione centrale. Teoricamente, in quella che i buddhisti chiamano una “terra pura” [buddhakṣetra], dove ogni essere è risvegliato, si avrebbe naturalmente un anarchismo nonviolento, nel senso che non ci sarebbe bisogno di alcuna protezione poiché non vi sarebbero persone violente. Universi simili esistono, in effetti, secondo i diversi piani di questo cosmo che vengono chiamati “campi di Buddha”, buddha-kshetras. Io li chiamo “buddhiversi”. È una meta meravigliosa per cui impegnarsi e sono sicuro che sia questo ciò che intende per spiritualità e anarchismo. Concordo con lei sul fatto che l’ideale sarebbe una condizione in cui non vi sia necessità di alcuna protezione. Ognuno frenerebbe spontaneamente i propri impulsi negativi e si avrebbe un anarchismo nonviolento universale. Sarebbe fantastico!
Individualismo sano e cultura collettiva
Mandala: Lei scrive in Rivoluzione interiore che “la democrazia è complessa perché in essa ognuno è re” e che “il Buddha, in veste di rivoluzionario, ha spostato l’ethos sociale dal collettivismo all’individualismo”. Lei ha spiegato come il collettivismo significhi spesso la soppressione dell’interesse personale di ciascuno e come ciò conduca all’autoritarismo. Quando ogni individuo si adopera per il massimo bene di tutti gli altri, è allora che si realizza una comunità pacifica.
Thurman: L’idea che l’individuo si adoperi per il massimo bene comune rappresenta il compimento della fioritura individuale. Le persone che non ne sono ancora capaci dovrebbero coltivare una fioritura interiore, in modo da non forzarsi all’altruismo nei modi tipici di un martire. Una società veramente individualista crea una collettività sana. In Star Trek c’era un continuo dibattito tra Spock e Kirk sul fatto se valesse il principio “tutti per uno” o “uno per tutti”. Dobbiamo assicurarci che l’altruismo, l’idea di collettività e il principio dell'”uno per tutti” siano sempre una scelta volontaria.
L’importanza dell’immaginazione e la fantascienza
Mandala: Parlando di individualismo, ha appena menzionato Star Trek. Ho notato in passato che lei ha un grande interesse per la fantascienza.
Thurman: Sì, adoro la fantascienza! (Ride) Sono un grande appassionato. Purtroppo sono così occupato da non potermela godere abbastanza e sono rimasto indietro su chi siano i migliori scrittori di fantascienza attuali. Star Trek è finito, purtroppo. Al suo posto abbiamo Stargate, che è un po’ come se il Pentagono avesse preso il controllo di Star Trek (ride). Questo è un peccato. Ci sono ancora elementi fantasiosi, ma è il Pentagono a guidare lo spettacolo.
Mandala: Immagino che ciò che la entusiasma della fantascienza sia l’elemento dell’immaginazione. L’ho sentita parlare di quanto l’immaginazione sia fondamentale.
Thurman: Assolutamente sì. Per una persona non ancora risvegliata, come me, il primo compito in realtà è immaginare di essere risvegliata. Dobbiamo immaginare come potrebbe essere il risveglio. È simile per una persona infelice: il primo passo è immaginare come potrebbe essere l’essere felici. Una volta che si immagina come potrebbe essere – specialmente se lo si fa in modo realistico, concependo se stessi capaci di diventare felici o risvegliati, che in un certo senso sono la stessa cosa – ciò dona l’ispirazione, l’energia e la creatività per ricercare il risveglio.
Uno dei problemi che abbiamo oggi in Occidente è che possediamo un’immagine trionfalistica di noi stessi. Pensiamo di essere la più grande società mai esistita sul pianeta! E rimuoviamo il fatto di aver commesso genocidi nei confronti di molti altri popoli. Subiamo il lavaggio del cervello da una versione della storia in cui è impossibile che il bene sia potente. Di conseguenza, diventiamo timorosi e violenti. Siamo stati sedotti dall’idea che un programma rivoluzionario violento o un programma militare violento conducano alla pace e a una vita buona. Ma non è mai stato così. La violenza genera sempre altra violenza. Il Buddha e Gesù lo hanno detto. Persino Maometto lo ha affermato, quando non era impegnato a difendersi. Lo hanno detto tutti, ma noi non ascoltiamo.
La storia del Buddhismo in Occidente
Mandala: Mi piacerebbe conoscere le sue riflessioni sul modo in cui il Buddhismo è giunto in Occidente. Trovo interessante ricordare il contesto dell’arrivo del Buddhismo negli Stati Uniti: un afflusso di maestri buddhisti dal Giappone è giunto negli USA subito dopo che il governo americano ha bombardato Hiroshima e Nagasaki; il maestro Zen vietnamita Thich Nhat Hanh è venuto negli Stati Uniti dopo che il suo Paese veniva bombardato dagli USA; e i maestri tibetani sono giunti in Occidente dopo l’invasione cinese del Tibet.
Thurman: In realtà, è iniziato molto prima. Ci fu il grande Parlamento delle Religioni a Chicago nel 1893. Fu allora che il Buddhismo e l’Induismo iniziarono a essere più conosciuti qui. E ancora prima, ci fu il movimento trascendentalista con Ralph Waldo Emerson e Walt Whitman: intellettuali di questo tipo stavano già introducendo idee buddhiste. Il grande traduttore britannico Sir William Jones, all’epoca della fondazione dell’America, portò scritti in sanscrito dall’India. Era ben noto a Benjamin Franklin e a personalità simili.
L’ondata più recente è stata quella successiva alla Seconda Guerra Mondiale. È coincisa con la fine dell’imperialismo, nel senso del dissolvimento degli imperi europei. Si sono frammentati e culture diverse hanno iniziato a conoscersi reciprocamente. I maestri buddhisti hanno cominciato a giungere qui come rifugiati per varie vie.
In relazione alle guerre statunitensi in Vietnam e in Corea, la popolazione americana ha iniziato a rendersi conto che il militarismo non era la cosa più vantaggiosa. Negli anni ’60 c’è stata un’alba di risveglio: si è presa maggiore consapevolezza del movimento per i diritti civili, del genocidio dei nativi americani, del genocidio degli afroamericani e della continua sottomissione delle persone in modi indiretti, della loro ghettizzazione e così via – stiamo ancora combattendo questa battaglia! C’è stato un movimento reazionario, una sorta di disperata azione di retroguardia contro questa accresciuta consapevolezza delle donne, delle persone di altre razze e culture e contro le complete assurdità del militarismo!
Per quanto riguarda la presenza del Buddhismo qui negli Stati Uniti, penso che sia un errore considerarlo come una sorta di contro-missionarismo religioso dell’America. Il modo reale in cui il Buddhismo si sta rivelando utile in America è senza presentarsi come Buddhismo. Si offre come psicologia, si offre come medicina olistica, si offre come educazione. Rispetto davvero il Dalai Lama, che da subito ha detto: “Questo è un momento della storia in cui dobbiamo abbandonare l’idea di convertirci a vicenda. Possiamo abbandonare l’idea che la nostra ideologia sia superiore a quella di qualcun altro”. Lo sciovinismo ideologico e religioso è troppo pericoloso nel mondo moderno. La diffusione del Buddhismo qui è in realtà la diffusione di un movimento educativo, etico, scientifico e solo marginalmente, in verità, di un movimento religioso.
Il dialogo tra scienza e Dharma
Mandala: Sono interessato al dialogo che si sta svolgendo tra gli scienziati occidentali e i buddhisti come lei e il Dalai Lama.
Thurman: Il dogma del materialismo rappresenta quasi una posizione di fanatismo religioso per la maggior parte degli scienziati. Abbracciano il materialismo scientifico – o quello che potremmo chiamare “scientismo” – e si trovano sotto l’attacco dei fondamentalisti religiosi sotto forma di creazionismo o disegno intelligente. Giustamente resistono all’idea di essere nuovamente sottomessi a una nuova inquisizione o a una nuova teocrazia.
I fisici quantistici hanno scoperto che non è possibile conoscere cosa sia la materia con una certezza fissa, in modo dogmatico e assolutista. Eppure la maggior parte degli scienziati, dei biologi e di altri studiosi si nasconde di fronte a queste scoperte della fisica quantistica, continuando a pretendere di poter controllare i geni e le molecole. Non importa se non sanno nemmeno cosa siano le energie subatomiche che compongono gli atomi e le molecole!
Ciò che mi entusiasma di più è il dialogo in cui gli scienziati occidentali iniziano a esaminare l’idea delle vite passate e future; quella che loro chiamano reincarnazione e che noi definiamo rinascita. È l’idea della continuità dell’individuo, vita dopo vita.
Su un piano più immediato, vi è stato anche un dialogo in ambito medico, dove la cura dei disturbi mentali può essere effettuata maggiormente attraverso la mente stessa. La mente può guarire la mente meglio di quanto possano fare i farmaci. Sebbene i farmaci possano talvolta essere utili, non sto dicendo che non lo siano. Ciò che mi preoccupa è il dogma del materialismo quando conduce a fare affidamento esclusivamente sui farmaci.
La nascita del monasticismo americano e il futuro
Mandala: Lei ha una relazione profonda con il concetto di monasticismo. Ha scritto che “militarismo e monasticismo sono opposti speculari”. Ha anche affermato che non vi è ancora un Buddhismo pienamente fiorito negli Stati Uniti perché non esiste ancora un Sangha monastico solido in America.
Thurman: Lo sostenevo in passato, ma la situazione sta cambiando. C’è l’Abbazia di Sravasti nello stato di Washington orientale, fondata da una monaca buddhista tibetana di grande spessore, Thubten Chodron, che è attiva in questo campo da trent’anni. Lì stanno iniziando a formare un vero Sangha. C’è l’Abbazia di Gampo in Nuova Scozia, fondata da Pema Chödrön. Ci sono alcuni monasteri nelle Catskills. Siamo agli inizi del monasticismo buddhista negli Stati Uniti.
E poi c’è il dialogo tra monaci cattolici e buddhisti. Il Buddhismo e il Cristianesimo rappresentano i due più grandi sistemi monastici al mondo. Se potessero collaborare nel comprendere, in modo non dogmatico e non confessionale, che al di là della loro fede in Dio o nel Buddha o in qualunque altra cosa, lo stile di vita monastico e l’educazione stessa sono gli elementi critici, da un certo punto divista si rafforzerebbero a vicenda. Gli sforzi dei monaci e delle monache locali che desiderano collaborare con le controparti tibetane nello sviluppare uno stile di vita che vada, per così dire, al di là dell’ideologia, sono stati talvolta ostacolati da una Chiesa istituzionale che non sempre sostiene questa collaborazione. Prevale ancora quella dottrina dell’esclusivismo secondo cui “solo la Chiesa può salvarti”, anziché comprendere che la Chiesa è semplicemente uno strumento della forza dell’amore universale.
La società militarista-industriale-corporativa ci sta dimostrando che sta distruggendo la Terra, distruggendo la società e rendendo le persone più infelici che felici. Le cose cambieranno quando questo modello sarà completamente screditato, quando capiremo quanto sia distruttivo per quasi tutti, persino per le persone facoltose. Quando il militarismo sarà pienamente screditato e abbandonato, disporremo di grandi strutture: il Pentagono diventerà un monastero! Le grandi basi militari in California diventeranno monasteri! (Ride) Diventeranno università monastiche su vasta scala e tutti i vari “Rambo” praticheranno la meditazione Zen proprio come fecero i samurai quando il Giappone divenne infine un Paese pacifico per un certo periodo. Vedo un futuro luminoso.
Una riforma per il sistema educativo
Alla Columbia, la mia università – o in una qualsiasi di queste scuole della Ivy League sulla costa orientale – dobbiamo guardare in faccia la realtà: non stiamo producendo persone pienamente educate. Trasmettiamo una grande abilità di intuizione critica, intelligenza, capacità di scrivere, una competenza scientifica nel creare macchine e farmaci e sviluppiamo in certa misura abilità artistiche, ma non forniamo alcuna capacità di gestire le proprie emozioni, di controllare i propri fanatismi ideologici, di comprendere realmente come funziona la propria psicologia e quindi di assicurarsi una vita felice, oltre che produttiva.
Questo non ha nulla a che vedere con il credere o meno a qualche dottrina religiosa, ma riguarda l’imparare a gestire una visione del mondo negativa e le emozioni distruttive, sviluppando una mente positiva. Questo deve diventare parte dell’educazione. Questo è ciò che gli istituti monastici hanno garantito in passato. E questo diventerà una condizione imprescindibile dell’educazione universitaria in futuro. Lo vedremo a West Point. Lo vedremo ad Annapolis, e quello sarà un gran giorno! (Ride) E forse i miei nipoti lo vedranno o, chissà, forse io stesso mi trascinerò fino alla vecchiaia e vedrò un piccolo passo in quella direzione. Lo spero, e spero che lo veda anche lei.
Bibliografia di riferimento e contestualizzazione scientifica
Per approfondire i temi toccati dal Dr. Thurman in questa intervista, si segnalano i seguenti studi filologici ed editoriali:
- Thurman, Robert A.F. (1998). Inner Revolution: Life, Liberty, and the Pursuit of Real Heaven. New York: Riverhead Books. (Ed. it.: Rivoluzione interiore. Una politica dell’illuminazione. Milano: Mondadori, 2000). [Testo cardine in cui l’autore sviluppa il concetto di “politica del risveglio” e analizza la transizione storica del Tibet da impero militarista a società a centralità monastica].
- Jinpa, Thubten (2002). Self, Reality and Reason in Tibetan Philosophy: Tsongkhapa’s Quest for the Middle Way. London: RoutledgeCurzon. [Studio fondamentale per comprendere il funzionamento della logica e del dubbio metodologico nella tradizione Gelug, citato da Thurman come base della “scienza interiore”].
- Dalai Lama, Tenzin Gyatso (1990). Freedom in Exile: The Autobiography of His Holiness the Dalai Lama. New York: HarperCollins.
- Apple, James B. (2019). Atiśa Dipamkara Shrijnana in India and Tibet: Illuminated Biography. Somerville: Wisdom Publications. [Analisi storico-filologica accurata sulla seconda diffusione del Buddhismo in Tibet e sulla reale portata della trasformazione sociale e demilitarizzazione del paese].






