In uscita a settembre l’edizione italiana di Living with an Open Heart: How to Cultivate Compassion in Everyday Life, di Russell Kolts e della venerabile Thubten Chodron.
C’è qualcosa di disarmante nel modo in cui questo libro si presenta: niente promesse miracolose, niente ricette last minute per “essere più felici in sette giorni”. Solo un invito, ripetuto pagina dopo pagina con pazienza quasi monastica, a guardare la sofferenza — la propria e quella altrui — senza voltarsi dall’altra parte e a scoprire che proprio lì, in quello sguardo, comincia la compassione.
Due voci, una sola direzione
Il libro nasce dall’incontro di due prospettive che raramente si siedono davvero allo stesso tavolo. Russell Kolts è uno psicologo clinico, allievo di Paul Gilbert (che firma la prefazione) e figura di riferimento della Compassion Focused Therapy, l’approccio terapeutico che ha portato la compassione dentro gli studi clinici occidentali con tutto il rigore della psicologia evoluzionistica. La venerabile Thubten Chodron è invece una monaca buddhista americana, fondatrice e badessa della Sravasti Abbey, voce limpida e diretta della tradizione tibetana portata in Occidente.
Il risultato non è un compromesso a metà strada, ma qualcosa di più interessante: due linguaggi — quello della scienza della mente e quello della saggezza contemplativa — che si prestano reciprocamente le parole per dire la stessa cosa. A introdurre il volume è una Prefazione del Dalai Lama, che ricorda come «la mia religione è la gentilezza» non sia uno slogan, ma una posizione filosofica precisa: la compassione non come debolezza o ingenuità, ma come lucidità.
Come è fatto il libro
Il volume è organizzato in sei sezioni e in brevi capitoli — quasi fossero voci di un piccolo dizionario della vita interiore — che si leggono uno alla volta, senza fretta. Alcuni introducono un’idea, altri propongono un esercizio pratico, altri ancora aiutano a riconoscere il funzionamento delle proprie emozioni: la rabbia, la vergogna, il giudizio verso sé stessi, l’invidia. Ogni voce si chiude con una breve riflessione, pensata per essere portata via dalla pagina per entrare nelle nostre giornate.
È una struttura che rispecchia bene l’intento del libro: non un trattato da studiare, ma un compagno da consultare — la mattina prima di uscire, la sera dopo una giornata difficile, in treno, in una pausa.
A chi è rivolto
Non serve essere buddhisti, né avere alcuna formazione psicologica, per trovare in queste pagine qualcosa di utile. Il libro parla a chi:
- attraversa una fase di autocritica eccessiva o fatica a trattarsi con gentilezza;
- lavora nelle relazioni di cura — genitori, insegnanti, professioniste e professionisti sanitari — e cerca un modo sostenibile per restare aperto alla sofferenza altrui senza esaurirsi fino al burnout;
- è già sul sentiero buddhista e desidera vedere la pratica della compassione dialogare con gli strumenti della psicologia contemporanea;
- semplicemente sente, in un mondo che chiede sempre più prestazione e visibilità di sé, il bisogno di rallentare e tornare a un’idea più gentile di cosa significhi vivere bene insieme agli altri.
Perché aspettarlo
Non è un libro che chiede di credere in qualcosa. Chiede solo di provare — un esercizio, una pausa di respiro, uno sguardo diverso su un’emozione difficile — e di vedere che cosa succede. In questo sta la sua onestà ed è anche il motivo per cui, a distanza di più di dieci anni dalla pubblicazione originale, continua a essere un punto di riferimento per chi si occupa di compassione, sia in ambito clinico sia contemplativo.
L’edizione italiana arriva a settembre: un buon momento, forse, per iniziare a nutrire — come nella storia del vecchio Cherokee che apre il libro — il lupo giusto.
Un ringraziamento speciale va alla Venerabile Connie Mille che ha suggerito a Nalanda di tradurre questo volume.






