Nell’ampio panorama della letteratura buddhista tibetana, la figura di Shabkar Tsogdruk Rangdrol (1781-1851) spicca per una singolare combinazione di rigore ascetico e profonda sensibilità poetica. La sua opera, Il cibo dei bodhisattva, rappresenta uno dei documenti più appassionati e dottrinalmente solidi a favore del vegetarianismo nel contesto del Buddhismo Mahayana. Il testo non è solo un trattato morale, ma un grido del cuore che invita a una coerenza radicale tra la filosofia della compassione universale e le scelte quotidiane, a partire da ciò che si sceglie di mettere nel proprio piatto.
La logica della parentela universale
Il punto di partenza di Shabkar non è una norma igienica o una proibizione arbitraria, ma la dottrina della rinascita e della parentela universale. Secondo la visione buddhista, nel ciclo infinito del saṃsāra, non esiste essere senziente che non sia stato, in una vita precedente, nostro padre o nostra madre. Mangiare la carne di un animale significa, letteralmente, consumare la carne di un proprio caro.
Shabkar scrive con forza:
«Tutti gli esseri senzienti, che sono stati nostri genitori in innumerevoli vite passate, desiderano la felicità e non vogliono soffrire. Come possiamo allora mangiare la carne di questi esseri che ci sono stati così cari, solo per soddisfare il nostro appetito?»
Questa prospettiva ribalta il rapporto di potere tra uomo e animale. L’animale non è più una “risorsa” o un oggetto di consumo, ma un membro della famiglia universale in uno stato di temporanea sventura. Il bodhisattva, colui che aspira all’illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri, non può ignorare il terrore e il dolore che precedono la macellazione.
La critica alle giustificazioni dottrinali
Uno degli aspetti più significativi del libro è la risposta metodica che Shabkar dà a coloro che cercano di giustificare il consumo di carne citando testi buddhisti o consuetudini locali. In Tibet, a causa della scarsità di vegetazione in alta quota, il consumo di carne era spesso considerato una necessità, e talvolta persino accettato in certi contesti tantrici. Shabkar, tuttavia, smantella queste scuse una ad una.
Egli cita direttamente le parole del Buddha tratte dai sutra Mahayana, come il Lankavatara Sutra, per ribadire che la compassione è incompatibile con il massacro:
«Per il bodhisattva, che desidera coltivare una compassione illimitata, mangiare carne è un ostacolo insormontabile. Come si può parlare di amore universale mentre si mastica la carne di un essere che è stato ucciso per noi?»
L’autore chiarisce che il concetto di “carne triplamente pura” (carne di un animale che non si è visto, sentito o sospettato essere stato ucciso appositamente per noi) era una concessione temporanea per i monaci dei primi tempi, ma che nel sentiero del Mahayana questa concessione viene superata dal voto di proteggere tutti gli esseri.
L’orrore del macello e la responsabilità del consumatore
Shabkar non risparmia descrizioni vivide e strazianti delle sofferenze animali, con l’obiettivo di scuotere la coscienza del lettore. Descrive il pianto degli animali, il loro terrore negli occhi e il dolore fisico brutale. La sua argomentazione colpisce direttamente la responsabilità del consumatore: se non ci fosse chi mangia la carne, non ci sarebbe chi uccide.
«Il cacciatore e il macellaio commettono un peccato evidente, ma colui che mangia quella carne non è meno colpevole. È per via della domanda dei consumatori che il sangue continua a scorrere».
Questa riflessione anticipa di quasi due secoli le moderne critiche al sistema industriale della carne, evidenziando come l’atto del consumo non sia mai neutro, ma rappresenti l’ultimo anello di una catena di violenza.
La via del Bodhisattva come trasformazione interiore
Per Shabkar, astenersi dalla carne non è solo un atto esterno, ma un potente esercizio di lojong (addestramento mentale). È un modo per integrare la vacuità e la compassione. Quando il bodhisattva rinuncia alla carne, sta rinunciando al proprio egoismo, alla propria bramosia e alla propria indifferenza.
Il libro sottolinea che i benefici spirituali di tale scelta sono immensi: la mente diventa più chiara, il corpo più puro e, soprattutto, si crea un legame karmico positivo con gli esseri degli altri reami. Shabkar esorta:
«Rinunciate alla carne e vedrete che la vostra meditazione sulla compassione diventerà naturale e senza sforzo. Il vostro cuore si aprirà spontaneamente al dolore degli altri».
A chi si rivolge questo libro?
Il cibo dei bodhisattva è un’opera stratificata che parla a diversi livelli di lettori:
- Ai praticanti buddhisti offre una guida dottrinale per allineare la pratica formale alla condotta etica, spingendo verso un vegetarianismo coerente con i voti del bodhisattva.
- Agli studiosi di etica e filosofia fornisce un esempio prezioso di come la filosofia orientale affronti il tema dei diritti degli animali e della responsabilità collettiva.
- A chi è sensibile ai temi dell’animalismo e dell’ecologia gli argomenti di Shabkar risuonano con le moderne istanze etiche riguardo al trattamento degli animali non umani.
L’impatto nella società contemporanea
Nonostante sia stato scritto nell’Ottocento tibetano, l’impatto di questo testo oggi è più attuale che mai. In un’epoca segnata dagli allevamenti intensivi e da una crisi climatica legata in gran parte alla produzione globale di carne, il messaggio di Shabkar assume una valenza politica ed ecologica dirompente.
L’impatto sociale si manifesta in tre punti chiave:
- Consapevolezza globale: il testo contribuisce al dialogo interculturale sull’etica alimentare, portando la saggezza millenaria del Tibet a supporto delle scelte vegetariane e vegane moderne.
- Etica della connessione: in una società sempre più orientata all’individualismo, Shabkar ci ricorda che siamo tutti interconnessi. La sua visione di “genitorialità universale” sfida l’atteggiamento contemporaneo dominante e promuove una responsabilità globale.
- Riforma del Buddhismo moderno: L’opera continua a influenzare i maestri contemporanei (come Sua Santità il Dalai Lama o il compianto Lama Zopa Rinpoce), spingendo le comunità buddhiste occidentali e orientali a una revisione delle proprie abitudini alimentari.
Sebbene incoraggiasse il vegetarianesimo, tuttavia, Lama Zopa era anche estremamente pragmatico. Per chi ancora mangiava carne, insegnava che farlo con “attaccamento alla propria felicità” crea un karma pesante. Esortava a recitare mantra (come quello di Mitukpa) per benedire i resti dell’animale.
“Se mangiate carne, dovete fare qualcosa per l’animale che è morto. Altrimenti è molto triste, perché quell’animale amava il suo corpo più di ogni altra cosa. Se non pregate almeno per quell’animale, siete molto egoisti. Non siete diversi da una tigre o da qualsiasi altro carnivoro che vive di altri animali”.
Il mantra di Mitukpa (conosciuto anche come il Buddha Akshobhya, l’Imperturbabile) è considerato uno dei mantra di purificazione più potenti nella tradizione buddhista tibetana. Lama Zopa Rinpoche lo raccomandava spesso proprio per purificare il karma negativo legato all’uccisione o al consumo di carne, poiché si dice che abbia il potere di liberare gli esseri dai regni inferiori.
Dharani di Mitukpa
NAMO RATNA TRAYAYA / OM KAMKANI KAMKANI / ROCHANI ROCHANI / TROTANI TROTANI / TRASANI TRASANI / PRATIHANA PRATIHANA / SARVA KARMA PARAM PARA NI ME SARVA SATTVA NAN CHA SVAHA
Il nome Mitukpa significa “Imperturbabile”. Il mantra invoca l’energia di questo Buddha per purificare le impronte karmiche più pesanti, comprese quelle derivanti da azioni distruttive commesse in vite passate o presenti.
Come accennato negli insegnamenti di Lama Zopa Rinpoce, questo mantra è particolarmente efficace se recitato e “soffiato” sui resti di un animale morto o sulla carne prima di mangiarla. La vibrazione del mantra, unita alla compassione del praticante, crea una connessione spirituale che aiuta la coscienza dell’animale a rinascere in regni superiori.
Mentre si recita, si visualizza una luce bianca purissima che emana dal cuore del Buddha Mitukpa, investendo l’essere (o la carne) e dissolvendo ogni traccia di sofferenza, oscurazione e paura.
Di questo mantra esiste anche una forma più breve utilizzata nelle pratiche quotidiane:
OM VAJRA AKSHOBHYA HUM
La posizione del Dalai Lama
Riguardo al consumo di carne, la posizione di Sua santità, come documentata nel libro Il cibo dei bodhisattva, riflette un approccio che unisce i principi etici del Buddhismo Mahayana alla pragmatica realtà quotidiana.
L’altruismo saggio. Il Dalai Lama afferma spesso che, poiché siamo tutti esseri centrati su noi stessi, il Buddha ci ha insegnato come esserlo in modo “saggio”. Questo implica canalizzare il desiderio per la propria felicità verso la disciplina e la saggezza, includendo gradualmente il benessere degli altri esseri.
Astenersi dalla carne come ideale. Egli sottolinea che il voto del bodhisattva di liberare tutti gli esseri dalle loro sofferenze mette inevitabilmente in discussione il consumo di carne. Mangiare un alimento che deriva dall’uccisione intenzionale di animali è considerato “tutt’altro che ideale” per un praticante buddhista.
Cambiamento nei monasteri. Sotto la guida di Sua Santità, la posizione istituzionale si è fatta più rigorosa. Molti monasteri, incluso il Namgyal Dratsang (il monastero personale di Sua Santità), non permettono più l’uso di carne nelle proprie cucine.
Contro le giustificazioni tantriche. Il Dalai Lama critica chi cerca di giustificare il consumo di carne dichiarandosi praticante del Supremo Yoga Tantra. Fa notare che se un praticante dichiara di non fare distinzioni tra sostanze pure e impure, allora dovrebbe essere pronto a consumare anche sostanze considerate “sporche e ripugnanti” secondo i testi tantrici. Se invece sceglie solo la carne e rifiuta le altre sostanze, dimostra di agire per gusto personale e non per realizzazione spirituale, rendendo tale giustificazione “ridicola”.
Pratica personale. Il testo riporta che, sebbene la dieta tibetana sia storicamente basata sulla carne per ragioni climatiche e geografiche, Sua Santità incoraggia attivamente il passaggio a un’alimentazione vegetariana laddove possibile, specialmente per i tibetani che vivono in esilio o per chi vive in Occidente dove le alternative sono abbondanti.
In sintesi, per il Dalai Lama, astenersi dalla carne è un’espressione diretta della compassione e della coerenza con il sentiero del bodhisattva, rifiutando al contempo l’uso di sofismi spirituali per mascherare desideri ordinari.
In conclusione, Il cibo dei bodhisattva non è un testo che si limita a vietare un alimento, ma è un invito a cambiare lo sguardo sul mondo. Ci insegna che ogni pasto è un atto morale e che la vera illuminazione non può prescindere dal riconoscimento del valore intrinseco della vita in ogni sua forma. Come ricorda Shabkar, la pace nel mondo inizia dalla pace che concediamo agli animali che vivono tra noi.






