L’importanza dei tre aspetti principali del sentiero

L’importanza dei tre aspetti principali del sentiero

Indice

Per liberarci dalla sofferenza e trovare la felicità duratura, dobbiamo studiare e praticare gli insegnamenti sul Sentiero che porta al risveglio. Gli insegnamenti del Buddha furono originariamente organizzati da Atīśa nel lamrim. La caratteristica essenziale del lamrim è la sua suddivisione nei tre aspetti principali: la rinuncia, la visione profonda della realtà e la bodhicitta. In questo breve insegnamento, Lama Zopa Rinpoche sottolinea l’importanza di questi punti chiave.

La rinuncia

Anche se possediamo una totale rinuncia al regno del desiderio (kāmadhātu), maturata meditando sulla sofferenza sperimentata dagli esseri che vi dimorano, dobbiamo comunque rinunciare ai regni della forma (rūpadhātu) e del senza forma (ārūpyadhātu) per liberarci completamente dal ciclo dell’esistenza (saṃsāra). Se considererermo il regno del desiderio come interamente pervaso dalla natura della sofferenza, potremo scorgere nel regno della forma una condizione migliore, ma dovremo comunque riconoscere anche lì un’esistenza di natura fondamentalmente dolorosa. Lo stesso vale per i quattro livelli del regno del senza forma: lo spazio infinito, la coscienza infinita, il nulla e il culmine del saṃsāra (il picco dell’esistenza).

In innumerevoli vite passate abbiamo raggiunto i livelli di deva dei regni della forma e del senza forma grazie al perfezionamento della nostra meditazione sulla concentrazione univoca (śamatha), eppure non siamo ancora liberi dalla nascita, dalla vecchiaia, dalla malattia, dalla morte e dalla rinascita. Il motivo è che non abbiamo sviluppato la rinuncia all’intero saṃsāra, dalla sommità alla base.

Ciò che dobbiamo fare è guardare all’intero saṃsāra come a una prigione insopportabile, un luogo in cui non riusciamo a tollerare di stare e da cui pensiamo, giorno e notte, unicamente di fuggire. I testi dicono che, finché dimoriamo nel saṃsāra, dovremmo sentirci come chi siede accanto a un serpente velenoso. Senza percepire tutto il saṃsāra — nei regni del desiderio, della forma e del senza forma — come intrinsecamente gravato dalla sofferenza e senza sviluppare nei suoi confronti una totale repulsione, non vi è alcun modo di imboccare il Sentiero della liberazione, né di scampare dall’oceano della sofferenza ciclica e dalla sua causa: le afflizioni mentali e il karma. Di conseguenza, il primo dei tre aspetti principali del Sentiero è proprio la rinuncia.

La vacuità

Tuttavia, anche se abbiamo generato una mente di piena rinuncia, senza realizzare la vacuità (śūnyatā) non possiamo recidere la radice del saṃsāra. Sebbene le diverse scuole filosofiche buddhiste parlino della vacuità da differenti punti di vista, in realtà esiste un’unica prospettiva corretta e poiché la radice del saṃsāra è una sola, vi può essere un’unica visione corretta per reciderla: la prospettiva della scuola Madhyamaka-Prāsaṅgika.

L’ignoranza (avidyā) che la visione dei Prāsaṅgika contrasta è estremamente sottile. La visione corretta dei fenomeni coglie che essi esistono in quanto mere imputazioni della mente, mentre l’ignoranza sottilissima percepisce nell’oggetto qualcosa che esiste in modo leggermente superiore e ulteriore rispetto a ciò che viene semplicemente etichettato dalla mente, credendo che questa sia la vera modalità d’esistenza dell’oggetto stesso.

Le visioni delle scuole inferiori rispetto all’oggetto da confutare sono piuttosto grossolane, ma man mano che progrediamo attraverso di esse — dai Vaibhāṣika ai Sautrāntika, dai Cittamātra ai Svatantrika-Madhyamaka — la comprensione si fa sempre più sottile e raffinata. L’oggetto di confutazione per i Madhyamaka-Prāsaṅgika — ovvero qualcosa che sembra manifestarsi dal lato dell’oggetto in modo appena eccedente rispetto a ciò che è etichettato dalla mente — è di una sottigliezza estrema. Quella specifica forma di ignoranza costituisce la vera radice del saṃsāra e può essere contrastata unicamente dalla visione dei Prāsaṅgika, che scorge la vacuità di ciò che appare come esistente dal proprio lato. Gli stessi Svatantrika ritengono che, sebbene le cose esistano come mere designazioni della mente, debba comunque esserci una base intrinseca proveniente dal lato dell’oggetto; tuttavia, persino questa consistenza oggettiva è del tutto inesistente.

Questo, tuttavia, non significa che le cose non esistano affatto. Esse esistono in quanto designate semplicemente dalla mente in relazione a una base valida; ma anche tale base è a sua volta meramente etichettata in dipendenza di un’altra base, e così via. Pertanto, tutto — fino alle particelle di materia più infinitesimali e agli istanti temporali più brevi — è totalmente vuoto; nulla esiste dal proprio lato. Tuttavia, sebbene i fenomeni siano completamente vuoti, nondimeno esistono: esistono a livello di mera denominazione e, pur esistendo come mera denominazione, sono privi (vuoti) di un’esistenza autonoma proveniente dal proprio lato.

Questo è l’aspetto peculiare della visione dei Prāsaṅgika: l’unificazione di vacuità e origine dipendenza (pratītyasamutpāda), e la scoperta di questa verità — sulla cui base il Buddha Śākyamuni guida gli esseri senzienti fuori dalla sofferenza — è ciò per cui Lama Tsongkhapa ha espresso le lodi più elevate nei confronti del Risvegliato.

Di conseguenza, quali che siano le altre realizzazioni che possiate aver conseguito, senza la saggezza che realizza la vacuità non potete recidere la radice del saṃsāra, né sradicare le afflizioni mentali in modo definitivo in modo che non sorgano mai più. Per eliminare le impronte (vāsanā) che costituiscono il seme da cui germogliano le afflizioni, dovete realizzare direttamente la visione della vacuità secondo i Prāsaṅgika. Questo è, dunque, il secondo dei tre aspetti principali del sentiero.

Bodhicitta

Infine, vi è la bodhicitta, la mente del risveglio. Senza bodhicitta non potete liberare gli altri esseri senzienti, né condurli all’illuminazione, né operare in modo perfetto per il loro bene. Con la rinuncia e la realizzazione della vacuità potete rimuovere le oscurazioni dovute ai pensieri disturbanti e conseguire la liberazione dal saṃsāra, ma non potete eliminare le oscurazioni sottili che ostacolano l’illuminazione, il risveglio supremo. Soltanto portando a compimento l’accumulazione di meriti attraverso la pratica delle sei perfezioni (pāramitā) e realizzando la bodhicitta — congiungendola direttamente con la saggezza che percepisce la vacuità — potrete rimuovere le macchie sottili e conseguire il risveglio.

Pertanto, lo studio e la pratica della lamrim sono essenziali. Se finora non avete generato le realizzazioni degli stadi del Sentiero verso il risveglio, dovete ascoltare, riflettere e meditare sugli insegnamenti finché non avrete conseguito ciascuna realizzazione, così da poter non solo liberarvi dal saṃsāra, ma anche raggiungere l’illuminazione allo scopo di illuminare tutti gli esseri senzienti.

Inoltre, se sulla base dello studio e della pratica della lamrim praticate il tantra, potrete conseguire il risveglio molto più rapidamente rispetto alla sola pratica dei sūtra. In tempi degenerati come questi, attraverso la pratica del Tantra dello Yoga Supremo (Anuttarayoga-tantra) potrete persino raggiungere l’illuminazione nel corso di una sola vita, come fecero Gyalwa Ensapa e molti altri grandi praticanti. In questo modo potrete condurre gli esseri senzienti al risveglio più rapidamente, affinché non debbano soffrire più a lungo del necessario. E questo, in ultima analisi, è l’obiettivo supremo della nostra vita, il vero senso del nostro essere vivi. La lamrim è la base di tutto questo. Ecco perché è importante.

L’importanza della vacuità

Molte persone trascorrono la loro intera esistenza praticando la vipaśyanā, limitandosi alla meditazione sul respiro. Per quanto sia una pratica corretta, si tratta soltanto di una piccolissima parte del Sentiero che conduce alla liberazione, per non dire all’illuminazione. Di conseguenza, anche se investite tutto il vostro tempo, non otterrete grandi risultati. Potrà aiutarvi a controllare una intensa collera o il desiderio mentre meditate proteggendo in tal modo la mente, ma non è sufficiente per superare completamente le vostre afflizioni mentali. La sola meditazione di visione profonda non può porre fine alle vostre afflizioni perché non ne estirpa il seme; le loro impronte rimangono impresse sulla vostra coscienza.

Per rimuovere definitivamente le afflizioni dovete coltivare la saggezza che percepisce direttamente la vacuità: questa è l’unica via che conduce al Sentiero della visione (darśana-mārga). Se l’insegnamento che praticate non contiene neppure una parola sulla vacuità, in particolare sulla prospettiva dei Prāsaṅgika, anche se meditate sul respiro per migliaia di anni non farete alcun progresso verso la realizzazione della vacuità, né qualcosa di utile per indebolire la radice del saṃsāra. Di conseguenza, la vostra mente rimarrà sotto il controllo dell’ignoranza e l’esistenza ciclica proseguirà come sempre: morirete nell’ignoranza, rinascerete nell’ignoranza e continuerete a soffrire nell’ignoranza.

Nemmeno la benevolenza e la compassione, e neppure la realizzazione della bodhicitta, potranno estinguere direttamente le vostre afflizioni o il loro seme. Come ho ripetuto senza sosta ancora e ancora, l’unica cosa in grado di farlo è la saggezza che realizza la vacuità.

Per ottenere la liberazione dal saṃsāra e conseguire l’illuminazione per il bene di tutti gli esseri senzienti, dobbiamo studiare l’intero sentiero verso il risveglio e non solo alcuni frammenti. L’essenza di tutti gli insegnamenti del Buddha si trova nella lamrim e siamo estremamente fortunati ad aver incontrato questa filosofia profonda e pratica.

Tratto da un insegnamento privato tenuto in Francia nel 2003. Lama Yeshe Wisdom Archive, curato da Nicholas Ribush.

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