Jamyang Norbu decostruisce lo stereotipo occidentale, diffuso da alcuni sostenitori del “Buddhismo secolare”, secondo cui le popolazioni asiatiche si limiterebbero a una mera adorazione devozionale ignorando l’effettiva pratica meditativa. Attraverso testimonianze storiche e pratiche quotidiane – dalla circumambulazione alle prostrazioni, fino alle tecniche monastiche avanzate come il tummo – l’autore illustra come l’addestramento mentale permeasse in realtà ogni strato della società del vecchio Tibet, declinandosi in forme adatte al clima e allo stile di vita locale. Il saggio culmina in una lucida disamina della “McMindfulness” e dell’atteggiamento neocoloniale che tenta di appropriarsi del corpus buddhista, svuotandolo dei suoi presupposti etici e filosofici per ridurlo a una mera tecnica di ottimizzazione della performance personale.
In un discorso promozionale per il suo libro Why Buddhism is True (N.d.T. uscito in Italia nel 2021 con il titolo Perché il buddhismo fa bene. La scienza e la filosofia alla base di meditazione e illuminazione) lo psicologo evoluzionista e insegnante di mindfulness Robert Wright ha fatto un’affermazione che mi ha lasciato perplesso: “E a proposito, la maggior parte dei buddhisti in Asia non medita; è una sorta di stereotipo occidentale. Non meditano, ma credono nelle divinità.” [1] Ho sentito commenti simili dai cosiddetti “buddhisti secolari”, secondo cui nelle società buddhiste tradizionali le persone si limitavano a venerare il Buddha in un modo devozionale e soprannaturale e non praticavano la meditazione come fanno i buddhisti moderni in Occidente.
Non posso parlare a nome dei buddhisti tradizionali dello Sri Lanka o del sud-est asiatico, ma in quanto laico tibetano con una conoscenza di base delle pratiche e delle consuetudini religiose tradizionali tibetane, posso solo dire che Wright non ha semplicemente torto, ma che non sembra sapere di cosa stia parlando, almeno su questo punto specifico.
La meditazione nella cultura visiva tibetana
Non solo i tibetani meditano, ma persino i nove stadi della meditazione del calmo dimorare (śamatha) che culminano nella vipaśyanā sono riprodotti, a mo’ di fumetto, nelle thangka e negli affreschi murali nelle anticamere di monasteri e templi. In questi dipinti, la mente è raffigurata come un elefante nero e indisciplinato che diventa gradualmente bianco e pacifico man mano che chi medita la addestra con il laccio della presenza mentale (smṛti) e il pungolo della vigilanza (samprajanya).
Credo che gran parte della popolazione del vecchio Tibet, in particolare durante l’infanzia, debba aver visto quell’immagine in un’occasione o nell’altra e ne avesse intuito il significato generale, mentre la comunità di praticanti, sia laica sia monastica, avrebbe a un certo punto della vita ricevuto istruzioni su questa tecnica, integrandola nella propria quotidianità.
Il movimento come meditazione
Come pratica quotidiana, tuttavia, la maggior parte della popolazione tibetana preferiva forme di meditazione più attive. Ciò era quasi certamente dettato dal clima freddo del Tibet, specialmente nelle mattine d’inverno in cui persino le ciotole dell’acqua sull’altare si congelavano completamente. Non avendo il riscaldamento centralizzato, esistevano diversi metodi di meditazione che prevedevano il movimento: la circumambulazione, la prostrazione, la prostrazione completa e persino la danza rituale con le maschere.
La pratica più popolare per la comunità laica, specialmente al mattino presto, era il kora o circumambulazione, preferibilmente in luoghi in cui fosse presente un monastero o un monumento sacro attorno a cui poter camminare. A Lhasa, il percorso più famoso era il Lingkor, ovvero il circuito maggiore che gira attorno alla collina di Chakpori, il Palazzo del Potala e la parte interna di Lhasa, includendo il tempio del Jokhang, per un totale di otto chilometri. In media, occorrevano due ore per completare il perimetro. Un circuito molto più breve era il kora del Barkhor, che includeva unicamente il tempio del Jokhang.
Ma camminare aiuta a meditare?
Il Buddhismo Zen prevede la meditazione camminata o kinhin, una pratica riscontrabile anche in altre tradizioni buddhiste. Nella tradizione tibetana, si recita ripetutamente un mantra mentre si cammina e si medita. Yongey Mingyur Rinpoche, maestro di meditazione tibetano, afferma che la meditazione camminata è concepita per unire il nostro corpo e la nostra mente, aiutando a integrare la meditazione nella vita di tutti i giorni. [2]
La meditazione camminata, se eseguita correttamente, può offrire reali benefici. Si narra che il Quinto Dalai Lama stesse guardando dal tetto del Potala i suoi sudditi percorrere il circuito del Lingkor. Un giorno notò un uomo anziano che, mentre camminava, sembrava avesse Tārā che fluttuava sopra di lui. Il Grande Quinto lo fece convocare da un ufficiale e gli chiese cosa facesse durante il suo kora. L’anziano rispose che recitava il mantra di Tārā e cercava di meditare sulla divinità.
Sua Santità gli chiese di recitare il mantra e l’anziano lo fece, commettendo un paio di errori. Il mantra di Tārā – “Om Tare Tuttare Ture Svaha” – può presentare alcune insidie fonetiche, quindi Sua Santità lo aiutò a correggersi e lo congedò. Il giorno seguente, guardando giù dal Potala, vide l’anziano camminare, ma non vi era alcuna divinità fluttuante sopra di lui. Sua Santità si rese conto che l’uomo si stava concentrando sulla pronuncia anziché sulla visualizzazione. Pertanto, diede istruzioni all’anziano affinché riprendesse la sua pratica precedente, errori inclusi.
La prostrazione come pratica
I pellegrini possono viaggiare per mesi o anni, prostrandosi lungo l’intero tragitto dalle loro dimore remote verso città sante come Lhasa. Le prostrazioni e le prostrazioni complete sono a loro volta tecniche di meditazione, così come lo è il pellegrinaggio meditativo in sé. Le persone che eseguono questa pratica sono chiamate “kyangchak lama“.
In un insegnamento conferito a Thimphu, in Bhutan, Jamyang Khyentse Rinpoce informò il suo pubblico (per lo più bhutanese) che pratiche come il kora, le prostrazioni, l’azionamento dei mulinelli da preghiera e persino l’andare in pellegrinaggio erano tutti modi diversi di praticare la meditazione di vipaśyanā. “Accendere una lampada, stampare una bandiera di preghiera, versare l’acqua in una ciotola: ogni passo che si fa in pellegrinaggio, anche senza pensare, ogni piccolo passo è vipaśyanā.” [3]
Naturalmente, vi erano frangenti in cui a chi meditava a un livello avanzato era richiesto di rimanere immobile per periodi di tempo considerevoli, e per queste pratiche specifiche fu probabilmente inventato il tummo, la meditazione per la generazione del calore interiore. (Il tummo è una delle sei pratiche attribuite a Nāropa). Un’altra invenzione volta ad agevolare il mantenimento di una corretta postura meditativa era il gom-thag, o fascia da meditazione.
Forse il monastero più noto in Tibet in cui si adottavano tali metodi era il monastero di Zhalu nello Tsang. Qui la comunità di praticanti si impegnava nel tummo e persino nella levitazione parziale che la tradizione tibetana chiama bep, nonché nel lung-gom, necessario per la corsa su lunga distanza dal monastero di Zhalu al Potala (circa 290 chilometri) effettuata una volta ogni dodici anni, specificamente durante l’anno della Scimmia.
Sfidare i travisamenti coloniali
Sollevo la questione perché L. Austine Waddell, il principale fraintenditore vittoriano del Buddhismo tibetano – o “Lamaismo”, come lo definiva con fare sprezzante – ha discusso dei meditatori di Zhalu nel suo libro Lhasa and its Mysteries. Durante la spedizione militare di Younghusband in Tibet nel 1904, si prese il tempo di visitare le celle di meditazione di Nyang-tö Kipuk vicino a Zhalu, descrivendo lo “spettacolo nauseante” dei “miserabili disgraziati” che venivano “murati a vita in celle buie come la pece”. Waddell sostiene che questa “forma ripugnante di osservanza religiosa del tibetano semi-selvaggio” si fosse sviluppata poiché “il tibetano medio, e specialmente il sacerdote o ‘Lama’, è di intelligenza straordinariamente bassa”. [4]
Ero amico del compianto Rikha Lobsang Tenzin, eminente studioso e Segretario all’Istruzione del governo tibetano in esilio. Una sera mi raccontò la sua esperienza come giovane meditatore a Zhalu. Mi riferì che le celle erano sigillate dalla parte anteriore, e il cibo veniva ritirato da una piccola apertura munita di tenda. Tuttavia, Rikha specificò che le celle non erano affatto buie: il retro era aperto su una vista a strapiombo. Mi raccontò inoltre che un piccolo corso d’acqua scorreva attraverso la fila di celle, fornendo acqua fresca.
Ogni persona in ritiro disponeva di una tromba ricavata da un femore, che poteva suonare nel caso avesse necessitato di assistenza medica o avesse desiderato consultare l’insegnante. Nessuno era murato a vita. Lobsang Tenzin-la mi confidò che inizialmente trovò l’isolamento difficile, ma dopo un mese reputò l’intera esperienza edificante e pacifica, perdendo ogni desiderio di uscire dalla sua cella. Poi, però, avvenne la Rivolta del 10 marzo, tutte le celle furono aperte e chi vi dimorava fu rimandato a casa.
Il problema della McMindfulness
Le tradizioni di meditazione tibetane e asiatiche in generale non hanno bisogno di difese, ma nutro profonda preoccupazione per una tendenza allarmante in Occidente: la mercificazione della “McMindfulness” (si veda il libro omonimo) [5], che spoglia la meditazione buddhista tradizionale del suo fondamento etico per trasformarla in uno strumento volto a ridurre lo stress, incrementare la produttività e gestire i propri affari con maggiore efficienza. Questa mercificazione scollega la meditazione dal suo scopo più profondo – la coltivazione dell’autorealizzazione e della liberazione riducendole a una mera tecnica per il benessere e l’ottimizzazione personale.
Sussiste inoltre un tenace atteggiamento coloniale residuo tipico dell’Occidente: l’incessante spinta ad appropriarsi di Paesi, culture, persino di Marte, o dello stesso Buddhismo. Quando tale impresa si rivela complessa, si ripiega sovente sulla denigrazione del Buddhismo tradizionale, nel tentativo di dimostrare che una lettura e un’esposizione in chiave occidentale siano intrinsecamente più “razionali”, “scientifiche” o “secolari”. Qualcosa del genere emerge dalle affermazioni di Sam Harris (in una conversazione con Robert Wright) a proposito delle pratiche di meditazione buddhiste:
“Se si guardano le società storicamente buddhiste, si notano fortune politiche piuttosto modeste, e si è sostenuto che la Cambogia sotto i Khmer Rossi sia stata resa possibile in gran parte a causa di uno spirito buddhista di quietismo, il quale avrebbe fatto da incubatrice a quel tipo di estremismo.” [6]
Questa tesi è profondamente distorta. Suggerire che il “quietismo buddhista” abbia consentito il genocidio dei Khmer Rossi ignora sistematicamente i fattori storici concreti: il colonialismo francese, l’ideologia di matrice maoista di Pol Pot, la devastante campagna di bombardamenti statunitensi (approvata e supervisionata da Henry Kissinger) che riversò centinaia di migliaia di tonnellate di ordigni su un piccolo Paese in pace, e l’attacco esplicito e deliberato sferrato dagli stessi Khmer Rossi contro il monachesimo buddhista e le sue istituzioni. Imputare alla filosofia buddhista le atrocità commesse contro la stessa popolazione buddhista non solo manca di rigore analitico e storiografico, ma si profila come un capovolgimento della realtà che funge da assoluzione per i veri carnefici, screditando nel contempo un’antica tradizione epistemologica e sapienziale.
Conclusione
L’asserzione secondo cui in Asia non si mediterebbe rivela assai di più sui preconcetti epistemologici occidentali che non sull’effettiva pratica buddhista asiatica. In Tibet, la meditazione non costituiva una prerogativa marginale riservata alla comunità monastica o a un’élite privilegiata, ma era fittamente intessuta nella prassi quotidiana della gente comune mediante camminate di kora, prostrazioni, recitazione di mantra e, innegabilmente, la meditazione seduta. L’eterogeneità di queste pratiche — calibrata sul clima, sullo stile di vita e sulle propensioni dei singoli individui — testimonia la complessità e la raffinatezza pragmatica della tradizione buddhista tibetana.
Invece di liquidare o riconfezionare sbrigativamente le pratiche buddhiste tradizionali per appagare il gusto o i bisogni occidentali, chi approccia lo studio e la ricerca con genuino rigore trarrebbe maggior beneficio imparando da queste vie con obiettività, rispettando il loro contesto storico e i loro presupposti etici e, a tempo debito, avvalendosene per la propria realizzazione.
Riferimenti bibliografici e note
[1] Robert Wright, Why Buddhism Is True, YouTube, da 46:40 a 46:59. https://www.youtube.com/watch?v=vJZTrVlSBTY&t=2027s
[2] “How to do Walking Meditation with Yongey Mingyur Rinpoche,” YouTube. https://www.youtube.com/watch?v=zZnNO1myCMg
[3] “Lhakthong (Vipassana),” insegnamento di Jamyang Khyentse Rinpoche, 27 novembre 2019, Thimphu, Bhutan, da 27:30. https://www.youtube.com/watch?v=b_T0CA0XeWI&list=PLuGJJiAjMz2hsSvpMtKYZCQFx5C0FXzcp&index=178&t=6s
[4] L. Austine Waddell, Lhasa and its Mysteries (London: Methuen, 1906).
[5] Ronald E. Purser, McMindfulness: How Mindfulness Became the New Capitalist Spirituality (London: Repeater Books, 2019).
[6] Sam Harris, “Why Buddhism is True with Robert Wright,” 2018, da 26:50 a 27:10. https://www.youtube.com/watch?v=McwHELx7Oa4&t=1628s
Tradotto da DO TIBETANS MEDITATE? McMindfullness & Traditional Buddhism






