Morte, identità e illuminazione

Morte, identità e illuminazione

Indice

Il saggio Death, Identity, and Enlightenment in Tibetan Culture di Karma Lekshe Tsomo esplora il ruolo centrale della morte, del concetto di identità e delle pratiche spirituali nella cultura e nel Buddhismo tibetano. L’autrice si basa sulle sue esperienze personali e su un’analisi approfondita delle tradizioni culturali e dottrinali per esaminare gli atteggiamenti buddhisti verso la morte, la rinascita e lo stato intermedio tra le due (bardo).

Il mondo pre-buddhista tibetano e l’arrivo del Buddhismo

Il Buddhismo penetrò in Tibet nel VII secolo d.C. dall’India e dal Nepal, fondendosi con l’ambiente culturale e filosofico delle credenze indigene del Bön. Le tradizioni Bön erano profondamente incentrate sugli spiriti dei morti. Si praticavano riti funebri elaborati, tra cui la sepoltura celeste (o “del cielo”), ancora in uso oggi, che consiste nell’offrire il corpo smembrato agli uccelli come atto finale di generosità. Questa usanza era probabilmente favorita dal clima e dalla scarsità di legna per la cremazione.

Nonostante il Buddhismo neghi l’esistenza di un’anima duratura, il concetto Bön di la (bla), inteso come spirito o forza vitale altamente individuata, persistette nella cultura tibetana e coesiste con la dottrina buddhista dell’assenza del sé (anātman). Il la è associato alla fortuna in questa vita e può essere richiamato nel corpo attraverso rituali in caso di smarrimento, che causerebbe disorientamento psicologico.

Tuttavia, Bön e Buddhismo Tibetano condividono aree concettuali, come l’analogia tra morte e sonno, la necessità di mantenere la consapevolezza durante la morte e l’esperienza del bardo, inclusa la pratica del phowa (trasferimento della coscienza). Le differenze si riscontrano nel numero di bardo (tre per Bön, quattro o sei per il Buddhismo Tibetano) e nelle specifiche “Conoscenze Chiare”.

L’impermanenza della vita e il modo tibetano di morire

La morte occupa una posizione centrale nella tradizione buddhista tibetana. Le pratiche meditative, come quelle che visualizzano il proprio corpo in decomposizione, mirano a generare una profonda consapevolezza dell’impermanenza (anitya) della vita, agendo da antidoto alla pigrizia e all’attaccamento.

  • Chö (chod): Questa pratica rituale, accompagnata da tamburi e canti, simboleggia il perfezionamento della virtù della generosità donando parti del proprio corpo a spiriti affamati. È anche una preparazione, o “prova”, per lo smembramento che segue la morte. Il chö, codificato dalla mistica tibetana Machig Labdron, mira a recidere le illusioni della mente, in particolare l’attaccamento al corpo e la credenza in un sé indipendente.
  • Mandala di sabbia: La creazione e la successiva distruzione di un mandala simboleggiano la qualità effimera di tutta la vita.

La morte costringe a confrontarsi con l’illusione dell’immortalità e con la perdita delle identificazioni familiari, in particolare l’identificazione con il corpo e la mente.

Morte, coscienza e identità

Nella visione buddhista tibetana, l’individuo è una concatenazione di componenti fisiche e mentali (i cinque aggregati, skandha) o di eventi momentanei. La coscienza (vijñāna) è centrale e non cessa al momento della morte, ma genera momenti di coscienza successivi che continuano nello stato intermedio (bardo) e nella rinascita successiva. La qualità della coscienza (“stato mentale”) al momento della morte è cruciale per determinare la qualità della prossima rinascita. Il ciclo si ripete all’infinito, con ogni rinascita che porta un’identità diversa in base al karma (azioni precedenti).

Lo stato intermedio (Bardo)

In contrasto con la visione Theravāda (espressa da Buddhaghosa), che spesso sostiene che la rinascita avvenga immediatamente dopo la morte, i Tibetani credono che la coscienza attraversi uno stato intermedio (bardo) che può durare fino a quarantanove giorni.

Il termine bardo (antarābhāva) viene utilizzato per descrivere sei stati intermedi:

  1. Nascita (skye ba’i bar do): L’esperienza della realtà dalla nascita fino alla morte.
  2. Sogno (rmi lam gyi bar do): Le esperienze mentali durante il sonno.
  3. Concentrazione meditativa (bsam gten gyi bar do): Gli eventi mentali e le realizzazioni durante la meditazione.
  4. Morte (‘chi ka’i bar do): Gli eventi durante il processo del morire e il momento della morte.
  5. Realtà stessa (chös nyi bar do): Le esperienze mentali una volta riacquista coscienza dopo la morte (dharmata).
  6. Divenire (srid pa’i bar do): L’esperienza della ricerca della prossima rinascita.

Le vie illuminate per morire

Un praticante esperto si prepara a riconoscere la chiara luce della natura fondamentale della mente al momento della morte, come descritto nei testi Mahāyāna. Se la riconosce, la liberazione dalle illusioni e dalla rinascita è possibile; altrimenti, si viene spinti in una nuova rinascita alla mercé del karma e dell’a delusione’ignoranza.

  • Phowa (Trasferimento della coscienza): Una pratica unicamente tibetana che prepara il praticante a controllare i “venti” del corpo e a dirigere consapevolmente la propria coscienza attraverso il canale psichico centrale, facendola uscire dall’apertura di Brahmā sulla sommità della testa al momento della morte, garantendo una rinascita in una Terra Pura.

Il processo di morte è simulato e provato in meditazione, culminando nella realizzazione che può portare all’illuminazione. Il trasferimento nel dharmakāya è la più alto, confermato da cieli sereni e radianza fisica. Se fallisce, si tenta il trasferimento nel sambhogakāya (corpo di godimento) o nel nirmāṇakāya (corpo di emanazione).

Identità e realtà ultima

Il Buddhismo tibetano, in linea con il Mahāyāna, insegna che le identificazioni che assumiamo sono illusorie e che il sé è una mera etichetta, priva di esistenza intrinseca.

  • Due verità: Il sé esiste a livello di verità convenzionale (come fenomeno funzionale), ma è vuoto di esistenza vera o intrinseca a livello di verità ultima.
  • Antidoti alle afflizioni: L’atteggiamento illuminato di bodhicitta (il desiderio di raggiungere la Buddhità per liberare tutti gli esseri) è l’antidoto ultimo all’attaccamento egocentrico al sé, mentre la saggezza (prajñā) che realizza direttamente la vacuità (śūnyata) di tutti i fenomeni è l’antidoto ultimo all’aggrapparsi al sé.
  • Identificazione con la divinità: Nelle pratiche Tantriche (Vajrayāna), la visualizzazione di sé stessi nella forma di una divinità meditazionale (yidam) è un mezzo per recidere la tendenza abituale ad aggrapparsi a un sé sostanziale, sostituendo l’orgoglio illusorio con l’orgoglio di essere la divinità, basato sulla compassione e sulla saggezza della vacuità.

I Sei Bardo di Padmasambhava: pratiche e realizzazione

Il Bardo Thödrol (noto come il Libro Tibetano dei Morti), attribuito a Padmasambhava, è un manuale di istruzioni per guidare il morente attraverso il bardo. Il testo delinea la pratica attraverso i sei bardo (secondo la lista modificata da Karma Lingpa):

  1. Bardo del vivere: Coltivare una consapevolezza incrollabile che si estende alla vita quotidiana, sviluppando la motivazione pura (bodhicitta) e riflettendo sulle “quattro düşün che fanno volgere la mente al Dharma” (la preziosità della rinascita umana, la morte e l’impermanenza, le sofferenze del samsāra e la legge di causa ed effetto).
  2. Bardo del sognare: Pratica dello yoga del sogno, che consiste nel riconoscere lo stato di sogno e la natura illusoria di tutti i fenomeni. L’obiettivo è cogliere la chiara luce che appare nelle giunzioni tra veglia e sonno, in preparazione al momento della morte.
  3. Bardo della stabilizzazione meditativa: Raggiungere una consapevolezza diretta e non concettuale della vacuità (śūnyata). Questa fase riguarda l’eliminazione dell’attaccamento alla consapevolezza stessa.
  4. Bardo del morire: Applicare il phowa per trasferire la coscienza in una Terra Pura, concentrandosi sul canale psichico centrale e sull’uscita della coscienza dall’apertura di Brahmā. Il successo è chiamato “l’incontro della chiara luce madre e figlio”.
  5. Bardo della realtà stessa: L’opportunità di riconoscere la natura stessa della realtà (dharmata), spesso attraverso lo Dzogchen (“Grande Perfezione”), che porta alla realizzazione della saggezza primordiale attraverso visioni che sorgono spontaneamente, culminando nell'”estinzione nella realtà stessa”.
  6. Bardo del divenire: Per coloro che non hanno avuto successo nelle fasi precedenti, si pratica la visualizzazione di se stessi come una divinità meditazionale (yidam) in un reame puro per “chiudere l’ingresso all’utero” e prevenire la rinascita ordinaria, aprendo la strada a un’ulteriore realizzazione.

Conclusione

L’esperienza del bardo e la qualità della prossima rinascita sono influenzate da molteplici fattori, tra cui le circostanze della morte (pacifica o traumatica), il livello di sviluppo mentale del morente, le azioni passate (karma), la qualità dell’ultimo momento di coscienza e l’ambiente circostante.

La tradizione buddhista tibetana enfatizza la creazione di un ambiente sereno e amorevole per il morente e l’accumulazione di merito da parte di amici e familiari per assicurare una transizione favorevole. L’autrice conclude che il valore fondamentale del concetto di bardo, al di là del suo stato ontologico, risiede nel suo aiuto a facilitare un’esperienza di morte positiva, fornendo benefici psicologici e sociali sia al morente che ai sopravvissuti.

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