Alla ricerca dell’io

Alla ricerca dell’io

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L’io non è né separato dal nostro corpo e dalla nostra mente né tutt’uno con essi. Il sentiero del Buddha può essere descritto come il percorso che ci permette di eliminare l’ignoranza e ottenere la saggezza.

Per “ignoranza fondamentale” intendiamo una convinzione profondamente radicata nel nucleo del nostro essere, primordiale e antica, che si estende per innumerevoli vite. Consiste nell’errata percezione di un “io” (e di ogni altra cosa) come qualcosa di solido, definito, intrinseco, esistente dalla propria parte, concreto, “in-sé-e-per-sé”, come scolpito nella pietra. Questo errore concettuale primordiale è la radice e la causa di tutta la nostra sofferenza.

Per sbarazzarci di questa ignoranza dobbiamo usare la logica per dimostrare che la nostra percezione di noi stessi, delle cose e dei fenomeni non è valida. Nel lamrim c’è il meraviglioso metodo chiamato “analisi in quattro punti”. Ma dovete “spremervi le meningi”, come diceva Lama Yeshe.

Il Buddha dice che non c’è un “io” intrinseco, ma non credeteci e basta: dovete andarlo a cercare, vedere da voi che è introvabile e dimostrare a voi stessi che non c’è.

La prima cosa da fare è identificare l’oggetto da negare: dovete stabilire chiaramente cos’è questo io che vi appare e in cui credete, perché è impossibile cercare qualcosa se non si sa che cosa si sta cercando

Sembra molto complicato perché il Buddha ci sta già dicendo che non c’è un io inerente, ma poi dice che dobbiamo cercarlo. Crediamo fermamente che ci sia un io intrinseco, solo che non l’abbiamo mai definito, non l’abbiamo mai identificato.

Come dice Lama Yeshe, quando avete identificato chiaramente l’oggetto da negare, in un millisecondo ne realizzerete la vacuità. Questo è il lavoro più difficile, il primo punto del metodo.

Quindi, per prima cosa dovete stabilire cosa cercare. Poi – secondo punto – dovete stabilire i parametri della vostra ricerca: questo io è separato dagli aggregati, le parti che compongono l’Io, o tutt’uno con essi. Di certo non vi mettereste a cercare il vostro io in una sedia! E poi fate la ricerca vera e propria, il terzo e il quarto punto del metodo.

Con terzo punto, crediamo assolutamente che ci sia un pezzo, una parte, qui in mezzo ai nostri aggregati che sia separata dagli altri pezzi. E abbiamo milioni di pezzi, ok? Sappiamo di essere fatti di molte parti e siamo del tutto convinti, a causa di questa presa sull’ego, che ci sia qui da qualche parte tra i milioni di parti che compongono una persona – il petto e il ginocchio e l’unghia del piede e la ciglia e la rabbia e l’amore e la compassione – una parte molto speciale, il “capo”, il proprietario delle altre parti, con la lettera maiuscola, con un’aureola lucente, chiamato io, me, sé.

Pensateci, di norma parliamo così: “Io ho un naso.”

Questo è un tema affascinante, noto come il dilemma “uno o molti”: se una cosa esiste, si pone l’interrogativo se debba essere considerata singola o composta da più elementi.

Permettetemi di fare un’affermazione, una semplice affermazione convenzionale: “Ho un fazzoletto e un thermos”. Chiunque mi ascolti, guarderà nella mia direzione per verificare la verità, la realtà convenzionale di ciò che ho appena detto. È evidente che affermare il vero è utile, non è così? Se invece avessi detto: “Ho un elefante”, probabilmente dovreste rinchiudere la povera Robina! Capite? Quindi, è estremamente semplice dimostrare la verità convenzionale della mia affermazione: ho qui un fazzoletto e un thermos.

Il punto cruciale è il seguente: ho elencato tre fenomeni: 1. l’io, 2. un fazzoletto e 3. un thermos. Abbiamo dunque tre elementi. La questione, molto semplicemente, è questa: affinché tale affermazione sia considerata vera, è necessario poter identificare tre entità distinte e allo stesso tempo indipendenti, vale a dire che l’esistenza di ciascuna non deve dipendere dalle altre due.

L’io non è né separato né tutt’uno con il corpo e la mente, ma intrattiene con essi una relazione di dipendenza. È facile dimostrare che alcuni oggetti sono separati: se si rompe un thermos, un fazzoletto e una “Robina” rimangono intatti. Tuttavia, l’affermazione “Ho un naso e un orecchio” introduce una sfumatura ulteriore. Quando parliamo di “naso”, “orecchio” e “io”, crediamo esistano tre fenomeni distinti.

Ci si chiede: l’io è qualcosa che si può indicare e che non è l’orecchio o il naso?

La tendenza è di presumere l’esistenza di un io indipendente, non dipendente da nessuna parte. Ma se l’io fosse letteralmente separato dall’orecchio, se qualcuno colpisse l’orecchio l’io potrebbe dire: “Non hai colpito me, hai colpito il mio orecchio!”. Ma una tale separazione sembra folle.

Un orecchio è indipendente da un naso perché quando uno fa male, l’altro non sente nulla. In questo scenario, sia il naso che l’io direbbero all’orecchio: “Ci dispiace che tu abbia preso un pugno!”.

Questa analisi sull’io richiede un pensiero molto “clinico”, perché di solito tendiamo a essere vaghi.

Un errore ancora più sottile è credere che l’intero “me”, che tutte le parti, siano l’io. Se l’io fosse tutt’uno con le parti (gli aggregati), l’io si moltiplicherebbe con il numero delle parti. Inoltre, se una parte, ad esempio la mente, fosse identica all’io, diremmo: “io ho una mente” che sarebbe come dire “io ho un io”, il che è assurdo.

Se due cose sono sinonimi, sono la stessa cosa, una sola entità. Se l’Io fosse il naso, l’orecchio richiederebbe un secondo io. È chiaro che l’io esiste, ma non è né separato dalle sue parti (corpo e mente) né è identico a esse. La relazione è di dipendenza: non sono separati, ma non sono la stessa cosa.

“Io” è il nome, la designazione che viene attribuita alla combinazione delle sue parti: il nostro corpo e la nostra mente.

E questo modo di esistere si applica a ogni cosa.

Tradotto da The I is neither separate from nor oneness with our body and mind

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