La via per la liberazione secondo Sakya Paṇḍita

La via per la liberazione secondo Sakya Paṇḍita

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Sakya Paṇḍita Kunga Gyaltsen (1182-1251), uno dei massimi pensatori della tradizione Sakya del Buddhismo tibetano, compose il breve ma profondo trattato Separarsi dai quattro attaccamenti (‘Phags med du ma bzhi las ‘byung ba’i ‘thag pa gcod pa) intorno al 1200, in risposta a un discepolo che cercava un insegnamento essenziale per la pratica. Questo testo, spesso definito “preliminare supremo” (sngon ‘gro bla ma’i bla ma), sintetizza l’essenza del Mahāyāna in quattro strofe cruciali, ognuna dei quali recide un attaccamento fondamentale: al piacere, alla ricchezza, al Signore e al Dharma. Attraverso un linguaggio poetico e penetrante, Sakya Paṇḍita rivela come questi attaccamenti siano la radice della saṃsāra, offrendo una via diretta alla realizzazione della natura vuota e non-duale della mente.

Il trattato si apre con un’esortazione alla pratica autentica, contrapposta alle illusioni mondane. Sakya Paṇḍita avverte: “Se non pratichi il Dharma, non importa quante spiegazioni tu oda; senza Dharma, non importa quanti insegnamenti tu riceva”. Si tratta in sostanza di una critica al formalismo religioso: il vero Dharma non è accumulazione di conoscenze, ma distacco radicale dagli oggetti dell’attaccamento.

Il primo attaccamento: al piacere mondano

Se cerchi il piacere, osserva l’esistenza di un piacere maggiore del non-piacere.
Se non c’è, allora il non-piacere è il piacere supremo

Sakya Paṇḍita impiega un’argomentazione dialettica per smascherare l’illusione del desiderio. Il piacere dei sensi è effimero e condizionato dal suo opposto, il dolore: non esiste un piacere assoluto privo di sofferenza intrinseca. Questo riecheggia il Ratnagotravibhāga (Uttaratantraśāstra), in cui la buddhità è descritta come libera da dualità. Commentatori come Ngorchen Kunga Zangpo (1382-1456) spiegano che “il non-piacere è il piacere supremo” perché conduce alla cessazione dei saṃskāra, rivelando śūnyatā (vacuità) come beatitudine naturale (ngal gso chen po). In questo modo, Sakya Paṇḍita trasforma il rinunciante in un eroe che abbraccia il “non-piacere” come via alla gioia suprema.

Il secondo attaccamento: alla ricchezza e al possesso

Se cerchi la ricchezza, osserva se c’è una ricchezza che non possa essere presa da un ladro o da un re.
Se non c’è, allora la non-ricchezza è la vera ricchezza

Qui, Sakya Paṇḍita denuncia l’impermanenza di ciò che possediamo, dei beni vulnerabili a furto, tasse o decadimento. Questa riflessione si radica nel Bodhipathapradīpa di Atiśa (982-1054), che Sakya Paṇḍita studiò intensamente. La “non-ricchezza” (ma nor pa) simboleggia la generosità (dāna) e la non-attaccamento (ma chags pa), virtù cardine del bodhisattva. Come nota Jamgön Kongtrül nel Tesoro della conoscenza (XIX sec.), questo insegnamento è un antidoto al karma derivante dall’avidità, che lega l’essere alla ruota delle rinascite. Praticandolo, si realizza la ricchezza interiore della bodhicitta.

Il terzo attaccamento: al Signore esteriore

Se cerchi un Signore, osserva se c’è un Signore che non sia te stesso.
Se non c’è, allora tu stesso sei il Signore supremo

Questa è la svolta non-duale del testo: il “Signore” (bdag po) non è un dio o un guru esterno, ma la natura di buddha (tathāgatagarbha) insita in ciascuno di noi. Sakya Paṇḍita attinge al Hevajratantra e alla tradizione Lamdré della sua scuola, dove il guru-yoga dissolve la dualità devoto-insegnante. “Tu stesso sei il Signore” riecheggia il verso del Guhyasamāja: “Non c’è buddha esterno” . Commentari come quelli di Rongzom Paṇḍita enfatizzano che questo recide l’orgoglio devozionale, rivelando l’auto-liberazione (rang grol).

Il quarto attaccamento: al Dharma come concetto

Se cerchi il Dharma, osserva se c’è un Dharma che non sia l’assenza di Dharma.
Se non c’è, allora l’assenza di Dharma è il Dharma supremo

Il Dharma vero (chos kyi mchog) è oltre i concetti, l’assenza di elaborazioni (nisprapañca). Questo culmina la ghirlanda logica del trattato, riecheggiando Nāgārjuna nel Mūlamadhyamakakārikā (XXIV, 18-19): “Non c’è dharma da realizzare”. Sakya Paṇḍita, maestro di logica, usa qui la riduzione all’assurdo per indicare la via della grande perfezione (rdzogs chen), ove il Dharma è la semplice presenza della mente.

Significato e eredità

Separarsi dai quattro attaccamenti è un gioiello della letteratura Sakya, tradotto in numerose lingue e commentato da maestri come Jetsün Drakpa Gyaltsen (1167-1216), fratello di Sakya Paṇḍita. Il suo impatto perdura nella pratica Lamdré e nel ngöndro tibetano, offrendo un sentiero completo in quattro versi. Come conclude Sakya Paṇḍita:

Chiunque pratichi questo otterrà la liberazione in questa vita

In un’era di distrazioni, questo testo invita a un ritorno essenziale: separarsi dagli attaccamenti per riconoscere la natura primordiale.

Il testo integrale, con la versione originale in tibetano a fronte, di Jetsun Dragpa Gyaltsen, Sakya Pandita Kunga, Nubpa Rigdzin e preziosi commentari e istruzioni sono disponibili nel secondo volume di Lojong.

Lojong. L’addestramento mentale. Volume II

 40,00

A cura del gruppo Bhusuku (Davide Lionetti, Chiara Mascarello, Margherita Pansa, Fabian Sanders, Francesco Tormen)
Edizione: brossura, 342 pp.
Testo a fronte in tibetano
Prefazione di Thupten Jinpa
ISBN 979-12-80233-41-7

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