Nata dalle risposte che il grande eremita e yogi tibetano Shabkar Tsogdruk Rangdrol offriva ai discepoli attraverso una finestrella scavata nel fango che sigillava il suo eremo sul Monte Kailash, La scrittura emanata di Manjushri (Nalanda Edizioni, 2024) rappresenta un ponte straordinario tra le diverse anime del Buddhismo tibetano. Questo invito alla lettura esplora un’opera dal tono profondamente umano e coinvolgente, capace di coniugare il rigore filologico dell’approccio non settario (Rimé) con l’immediatezza poetica dei canti di realizzazione (doha). Dalla rinuncia iniziale alla meditazione sulla natura della mente (Mahamudra e Dzogchen), il testo si rivela una guida imprescindibile per comprendere l’unione indissolubile tra la saggezza della vacuità (śūnyatā) e l’azione della compassione universale (karuṇā).
«Quando le onde si sollevano dall’oceano, esse non lo modificano; l’oceano rimane uguale. Le onde, non importa quanto alte possano essere, non sono in grado di sostenersi da sole e, riassorbendosi nell’oceano, inevitabilmente spariscono. In modo simile, quando si riposa, calmi e sereni, nello stato naturale della mente […] i pensieri torneranno tutti inevitabilmente a dissolversi da dove sono venuti.»
Ci sono libri che si leggono e libri che si ascoltano, capaci di accorciare le distanze secolari e geografiche per posarsi direttamente al centro della nostra quotidianità. La scrittura emanata di Manjushri appartiene senza dubbio a questa seconda, rara categoria. Questo testo raccoglie gli insegnamenti fondamentali che il grande maestro e yogi tibetano Shabkar Tsogdruk Rangdrol (1781–1851) impartì intorno al 1815 dalle pendici del sacro Monte Kailash.
Lo scenario: l’eremita e la finestrella di fango
Per cogliere l’anima di quest’opera, è necessario visualizzare il contesto in cui è nata, magistralmente rievocato nell’introduzione di Matthieu Ricard. Nel 1814, desideroso di dedicarsi a un intenso ritiro di meditazione, Shabkar scelse una grotta vicina a quella del leggendario Milarepa. Ne sigillò l’ingresso con il fango, intenzionato a non vedere e non parlare con nessuno. Eppure, mossi da una devozione incrollabile, molti suoi discepoli si accamparono nei paraggi, implorando la sua guida. Fu una visione profetica della dakini Simhamukha a scuotere lo yogi: pur ammirevole nel cercare il “corpo d’arcobaleno” (la dissoluzione spirituale finale), il suo compito primario doveva essere aiutare gli altri esseri.
Da quel momento, attraverso quella minuscola finestrella, Shabkar iniziò a rispondere ai dilemmi pratici, alle paure e ai dubbi dei suoi studenti. Il libro è la trascrizione fedele di quei ventidue dialoghi serrati. Ed è proprio questa struttura a donare all’opera un tono straordinariamente umano: non ci troviamo di fronte a un trattato accademico astratto, ma a un fitto interscambio epistolare ed emotivo tra maestro e discepolo, dove i versi poetici dei canti di realizzazione (doha) si fondono con la prosa didattica.
Un ponte perfetto tra scuole e filosofie
Da un punto di vista dottrinale, Shabkar compie un’operazione filologicamente monumentale, seppur esposta con disarmante semplicità. Esponente di spicco dell’approccio non settario (Rimé), riesce ad amalgamare in un unico sentiero coerente le vette della Grande Perfezione (Dzogchen) di matrice Nyingmapa , le istruzioni quintessenziali sulla natura della mente della tradizione Mahamudra e, soprattutto, la struttura graduale dell’addestramento mentale (lojong) fondata sul Grande trattato sugli stadi del sentiero per l’illuminazione (Lamrim Chenmo) di Je Tsongkhapa.
Il percorso si snoda passo dopo passo:
- La rinuncia e l’impermanenza: Shabkar sferza con dolcezza ma fermezza l’arroganza di chi vorrebbe accedere a meditazioni elevate senza aver prima abbandonato le “otto preoccupazioni mondane”. Memorabile è il richiamo a Marpa: mescolare il sublime Dharma con le ossessioni di questa vita è l’antitesi della pratica.
- L’etica come fondamento: la condotta morale non è vissuta come un dogma costrittivo, ma come manifestazione di un’ecologia mentale. Viene paragonata alla terra su cui poggia ogni cosa, indispensabile affinché le virtù crescano irrigate dalla compassione.
- La centralità della bodhicitta: il fulcro emotivo dell’opera risiede nella coltivazione della bodhicitta. Attraverso il metodo di “eguagliare e scambiare se stessi con gli altri” , Shabkar ci costringe a guardare gli esseri viventi (inclusi gli acerrimi nemici) sotto la luce dell’interconnessione profonda, ricordandoci che “se la vostra pratica della vacuità è priva di compassione, non avete trovato il sentiero supremo”.
Il rigore e l’attualità del messaggio
Ciò che colpisce profondamente il lettore contemporaneo è la freschezza dello stile. Shabkar non scrive per compiacere o ostentare erudizione filosofica, ma per salvarci dalle trappole dell’autoinganno spirituale. Quando descrive le difficoltà dei discepoli nello sviluppare una compassione autentica (karuṇā) , propone visualizzazioni drammatiche ed efficaci – come il celebre passaggio della pecora condotta al macello – per destare la mente dal torpore dell’indifferenza.
La traduzione italiana della Ven. Ghialten Ciotso – oggi una delle quattro bhikkhunī pienamente ordinate presente in italia, dopo la cerimonia dello scorso novembre avvenuta in Bhutan – rispetta fedelmente la fluidità del testo originale, preservando la musicalità delle strofe e l’accuratezza dei termini sanscriti e tibetani. Il volume è arricchito da un prezioso apparato di note e da un glossario dettagliato che permette, sia al neofita sia al praticante esperto, di contestualizzare storicamente e filologicamente ogni accenno dottrinale.
La scrittura emanata di Manjushri è una mappa dello spirito, calda e vibrante. Leggere queste pagine è come sedersi fuori da quella grotta del Monte Kailash, ascoltando la voce di un uomo che ha fatto della propria esistenza un’impronta di virtù. Una scelta “obbligata” per chiunque desideri esplorare l’unione indissolubile tra la saggezza che realizza la vacuità (paramārthasatya) e l’amore universale che si muove nel mondo convenzionale (saṃvṛtisatya).
La scrittura emanata di Manjushri
Shabkar Tsokdruk Rangdrol
La scrittura emanata di Manjushri
Istruzioni fondamentali per la meditazione
Traduzione della Ven. Ghialten Ciotso (Daniela Brandstetter)
Edizione: brossura, 318 pp.
ISBN 979-12-80233-35-6







