Kamalaśīla e il Concilio di Samye

Kamalaśīla e il Concilio di Samye

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Mentre Carlo Magno gettava le basi del Sacro Romano Impero e i Vichinghi iniziavano a minacciare le coste settentrionali e occidentali del continente europeo, in Tibet presso un monastero a un centinaio di chilometri da Lhasa stava avvenendo qualcosa di assolutamente straordinario: il dibattito, durato due anni, che plasmò in modo irreversibile la traiettoria filosofica e dottrinale del Buddhismo tibetano; stiamo parlando del Concilio di Samye. 

Durante il VII e l’VIII secolo, l’Impero Tibetano aveva raggiunto il suo apogeo, unificando l’altopiano ed estendendo la sua influenza attraverso l’Asia meridionale, orientale e centrale. Fu un’epoca di significativa potenza militare, con gli eserciti che arrivarono a conquistare la capitale cinese, Ch’ang-an, nel 763 d.C.

A governare questo periodo di massimo splendore e di profonde trasformazioni politiche e culturali fu Trisong Detsen che resse il Paese delle Nevi dal 755 al 797 d.C.. Il suo regno fu segnato sia da sfide militari, come la guerra Tang-Tibetana (762–783 d.C.), sia da un profondo impegno nella promozione del Buddhismo. Ma l’ambizione del re e le politiche espansionistiche dell’Impero non furono un mero sfondo al dibattito di Samye, ma una forza trainante per l’adozione e la formalizzazione del Buddhismo tibetano.

La decisione di Trisong Detsen di consolidare il potere e stabilire una religione di Stato si intrecciò con l’invito di maestri indiani e il dibattito che ne seguì

Le guerre intermittenti con la Cina influenzarono probabilmente la sua scelta di favorire il Buddhismo indiano, potenzialmente come mezzo per affermare l’indipendenza culturale da una potenza rivale. Questione che, a distanza di secoli, è ancora drammaticamente irrisolta. Secondo alcuni storici, la connessione tra la rivalità geopolitica e la preferenza per una linea buddhista non cinese suggerisce che il Concilio, pur apparendo come un’indagine spirituale, servì anche da meccanismo formale per legittimare una scelta strategica allineata all’affermazione dell’indipendenza culturale e politica del Tibet dal suo potente vicino.

Trisong Detsen invitò quindi alla sua corte eminenti studiosi buddhisti indiani, in particolare Śāntarakṣita (725–788 d.C.) e il maestro tantrico Padmasambhava (VIII secolo). Śāntarakṣita, un abate della rinomata università monastica di Nalanda, fu essenziale per  fondazione del Monastero di Samye, il primo monastero buddhista in Tibet, e nell’ordinazione dei primi monaci tibetani. A lui dobbiamo anche l’avvio della monumentale opera di traduzione dei testi sanscriti in tibetano.

Padmasambhava, conosciuto anche come Guru Rinpoce, è ampiamente accreditato per aver pienamente rivelato il Vajrayana in Tibet

Si dice che abbia progettato il Monastero di Samye e, cosa cruciale, abbia “domato gli spiriti locali e impressionato i tibetani con i suoi poteri magici e rituali”, convertendo le divinità indigene in protettori del Dharma. L’introduzione iniziale del Buddhismo da parte di figure come la sua, che implicò la “sottomissione degli spiriti locali” e la conversione delle divinità autoctone, suggerisce un approccio pragmatico e sincretico al proselitismo, piuttosto che uno puramente filosofico, ponendo così le basi per il successivo dibattito incentrato sulla purezza dottrinale. 

Prima del Concilio, il Tibet era esposto a varie influenze buddhiste. Il Buddhismo indiano, in particolare le forme Mahayana e successivamente Vajrayana, fu attivamente diffuso dal VI al IX secolo, ma anche quello cinese, in particolare il Chan (Zen), vantava una significativa presenza. Il Buddhismo Mahayana, infatti, aveva raggiunto la Cina attraverso la Via della Seta nel I secolo d.C., e il Chan si era sviluppato a partire dal VI secolo d.C., spesso incorporando influenze taoiste. Moheyan, il maestro Chan che sarà il rivale di Kamalaśila nel famoso dibattito, all’epoca stava già insegnando a Samye e aveva attratto un considerevole numero di seguaci.

Tra le motivazioni di Trisong Detsen nell’organizzare il dibattito ci fu dunque anche quella di risolvere le crescenti controversie tra diverse scuole buddhiste, in particolare tra la scuola buddhista tibetana di Śāntarakṣita (rappresentata da Kamalaśila) e la scuola Chan di Moheyan. 

Il fulcro del dibattito di Samye ruotò attorno alla questione fondamentale di come si raggiunge l’illuminazione

Attraverso un percorso graduale di accumulazione di merito e saggezza oppure attraverso una realizzazione improvvisa e spontanea? Per dirimere la questione Kamalaśila (ca. 740–795 d.C.) – studioso e monaco buddhista indiano, discepolo di Śāntarakṣita e precettore presso la rinomata università monastica di Nalanda – fu espressamente invitato dall’India per rappresentare la visione Mahayana con argomentazioni radicate nella scuola Madhyamika (“Via di Mezzo”), basata sugli insegnamenti di Nāgārjuna.

Kamalaśila sostenne una “ascesa graduale all’acquisizione di abilità intellettuali superiori che culminano infine nella Buddhità”, sottolineando che l’illuminazione può essere raggiunta solo dopo un lungo percorso di sviluppo intellettuale e morale, spesso richiedendo una serie di rinascite, dando così enorme enfasi all’etica buddista (śīla) e alla pratica delle sei pāramitā

Moheyan sosteneva invece che l’illuminazione è un evento improvviso e spontaneo che non è favorito e può persino essere ostacolato da sforzi convenzionali. I suoi principi filosofici fondamentali includevano il “guardare la mente” (k’an-hsin) e il “non esaminare” (pu-kuan) o “non-pensiero non-esame” (pu-ssu pu-kuan). Credeva che pratiche come la perfezione della moralità e lo studio dei testi fossero necessarie solo per coloro con capacità molto limitate. Insomma, due posizioni completamente antitetiche.

Concluso il dibattito con la sconfitta del monaco cinese, condannato all’esilio, Trisong Detsen chiese a Kamalaśila di comporre un testo che spiegasse le fasi della meditazione secondo la tradizione buddhista indiana

Ciò diede origine alla sua influente opera in tre volumi, Bhāvanākrama, Gli stadi di meditazione, di cui oggi siamo lieti di presentare il volume intermedio – nella traduzione di Fabrizio Pallotti direttamente dal tibetano – corredato dalle illuminanti spiegazioni di Sua Santità il Dalai Lama, nel secondo volume dei Grandi classici dei maestri indiani

Ma perché è così importante la vittoria di Kamalaśila?

Poiché portò all’affermazione del “sentiero graduale” (lamrim, “stadi del sentiero”) come approccio fondamentale all’illuminazione nel Buddhismo Tibetano, come quadro pedagogico e curricolare che ha strutturato la pratica e lo studio buddhista in Tibet per secoli. Non solo. L’esito del Concilio di Samye cementò la tradizione Mahayana indiana, in particolare la filosofia Madhyamika, come fondamento intellettuale per tutte le successive scuole buddhiste tibetane — Nyingma, Kagyu, Sakya e Gelug — che si dichiarano seguaci della scuola di pensiero Prāsaṅgika Madhyamaka.

In conclusione, il Concilio di Samye fu innegabilmente un momento spartiacque, che orientò decisamente il Buddhismo Tibetano verso le sue radici Mahayana indiane e lontano da significative influenze cinesi. Decisione che plasmò profondamente il suo quadro dottrinale, le tradizioni intellettuali e le pratiche monastiche per i secoli a venire, ponendo le basi per la forma di Buddhismo che fiorì sull’altopiano tibetano, unica autentica erede della tradizione dell’università monastica Nalanda.

Madhyamaka. Gli stadi di meditazione di Kamalaśila, Volume intermedio

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Madhyamaka – Gli stadi di meditazione di Kamalaśila, Volume intermedio
Con la prefazione e i commenti di Sua Santità il XIV Dalai Lama
Tradotto e compilato da Fabrizio Pallotti
Edizione: brossura, 248 pp.
ISBN 979-12-80233-46-2

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