La retta parola, in teoria e nella pratica

La retta parola, in teoria e nella pratica

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La retta parola – samyag Vac in sanscrito o sammā vācā in pali – occupa una posizione centrale nella dottrina buddhista, tant’è che è il terzo elemento del Nobile Ottuplice Sentiero (Āryāṣṭāṅgamārga) e si inserisce nell’ambiro della sīla, ovvero la virtù o l’etica, affiancando la Retta Azione e la Retta Sussistenza. Il fatto che occupi i primi posti nel Sentiero sottolinea il suo ruolo imprescindibile come fondamento per lo sviluppo spirituale e la purificazione mentale.

Fu il Buddha stesso a evidenziare la profonda importanza della parola, affermando che, sebbene le sue manifestazioni possano apparire meno tangibili rispetto alle azioni fisiche, essa innesca conseguenze enormi per il bene o per il male. La capacità di espressione verbale, sia orale sia scritta, è spesso considerata un tratto distintivo della specie umana. La corretta coltivazione di questa capacità è, di conseguenza, ritenuta essenziale per raggiungere l’eccellenza umana anziché, come purtroppo spesso accade, divenire un segno del suo degrado.

La parola, infatti, non è un mero riflesso degli stati interiori, ma si configura come un generatore attivo della realtà. La sua capacità di plasmare il nostro karma e il nostro mondo con tremenda velocità indica che essa è intrinsecamente legata alla struttura stessa dell’esperienza umana, a livello individuale e collettivo. Questa comprensione eleva la Retta Parola da semplice precetto morale a un principio fondamentale della causalità karmica, particolarmente potente nelle interazioni umane data la nostra profonda dipendenza dalla comunicazione verbale.

La Retta Parola non è una mera regola esterna

Piuttosto è una sorta di cartina di tornasole della purificazione della nostra mente e delle nostre azioni e per questo è profondamente interconnessa con gli altri fattori del Nobile Ottuplice Sentiero. In particolare, la Retta Visione, il Retto Sforzo e la Retta Consapevolezza sono descritti come fattori che “corrono e girano intorno alla retta parola”, influenzandola ed essendone a loro volta influenzati. Questo rapporto dinamico e non lineare fa della coltivazione della Retta Parola una pratica che non è isolata, ma che richiede lo sviluppo simultaneo di altre componenti del sentiero: la Retta Visione, che ci fornisce la comprensione necessaria per discernere la parola appropriata da quella dannosa; il Retto Sforzo, che rappresenta l’impegno consapevole ad abbandonare il discorso errato e coltivare quello retto; e la Retta Consapevolezza, ovvero l’attenzione necessaria per osservare le proprie intenzioni e azioni verbali. 

Il progresso nella Retta Parola, invece, rafforza gli altri fattori, dimostrando che il Sentiero è un sistema integrato e interconnesso, non una semplice lista di precetti da seguire passivamente.

Il Buddha, nella sua saggezza, ha delineato sia ciò che è da evitare sia ciò che è da coltivare nel campo della parola o, se vogliamo dirlo in termini moderni, della comunicazione. La Retta Parola si manifesta attraverso l’astensione da quattro tipi di discorso non salutare e la coltivazione di cinque qualità positive.

Le quattro astensioni 

Il Buddha definisce la parola errata come qulla che si basa su quattro categorie principali, da cui i praticanti sono chiamati ad astenersi per purificare la propria condotta verbale e mentale:

  1. Menzogna (musāvāda): consiste nell’astenersi dal mentire, parlando ciò che è fattuale, essendo affidabili e degni di fiducia. Include il non dire consapevolmente una bugia per il proprio tornaconto, per quello altrui, o per qualsiasi vantaggio. L’impegno per la veridicità è di primaria importanza, poiché le falsità erodono la fiducia, che è un pilastro fondamentale di ogni relazione personale e sociale.
  2. Parola divisiva o calunniosa (pisunavācā): riguarda l’astensione dal pettegolezzo maligno, dalla calunnia e dalle parole che creano divisioni o separano le persone. Al contrario, si dovrebbe parlare di cose che creano concordia, riconciliando coloro che si sono separati o rafforzando coloro che sono uniti. Il discorso divisivo, radicato nell’odio e nella malevolenza, e spesso intriso di risentimento, invidia e l’intenzione di ferire, porta un karma doppiamente pesante a causa della sua natura premeditata.
  3. Parola aspra o ingiuriosa (pharusavācā): Implica l’astensione da parole aspre, crudeli, meschine, sarcastiche o intese a rimproverare, denigrare, insultare o causare dolore. Tale linguaggio spesso deriva dall’avversione ed è frequentemente impulsivo. L’antidoto a questo tipo di parola è la coltivazione della pazienza.
  4. Chiacchiere inutili od oziose (samphappalāpa): consiste nell’astensione da discorsi vani, pettegolezzi e parole che non sono fattuali, utili o connesse allo scopo spirituale. Include l’evitare di indulgere nel dramma, di riempire silenzi scomodi o di alimentare il proprio senso di sé. Le chiacchiere inutili minacciano di offuscare le sensibilità spirituali e sono considerate il modo più significativo per sprecare la vita umana.

Oltre all’astensione dalla parola dannosa, il Buddha ha insegnato cosa coltivare attivamente

Una dichiarazione dotata di cinque fattori è considerata “ben detta, non mal detta; irreprensibile e senza difetti da parte di persone competenti”. Questi sono:

  1. Tempestiva: la parola deve essere pronunciata al momento giusto. Questo è particolarmente cruciale per le parole spiacevoli o difficili, richiedendo compassione e pazienza nell’attesa dell momento appropriato per pronunciarle.
  2. Vera: la parola deve essere pronunciata in verità e supportata dai fatti, non solo da sensazioni o percezioni personali.
  3. Gentile: la parola deve essere gradevole all’orecchio, affettuosa, educata, piacevole e gradita alle persone. È intrisa di metta (amorevole gentilezza) e benevolenza.
  4. Benefica/utile: La parola deve essere connessa allo scopo, al Dharma e al Vinaya; parole degne di essere custodite, ragionevoli, circoscritte e connesse all’obiettivo. La parola dovrebbe essere utile per gli obiettivi a lungo termine come la liberazione e l’illuminazione, incluso l’insegnamento del Dharma.
  5. Pronunciata con mente benevola: la parola deve essere radicata nella compassione e nel desiderio di essere di beneficio. Questo implica riflettere se l’azione verbale può innescare afflizioni menali a noi stessi, agli altri o a entrambi.

La Retta Parola dunque si manifesta attraverso questo duplice approccio

In questo modo, si sottolinea che l’etica buddhista non è puramente proibitiva, ma profondamente trasformativa poiché mira a sostituire abitudini non salutari con quelle benefiche, purificando in ultima analisi la mente.

Un aspetto cruciale nella comprensione della Retta Parola è il primato dell’intenzione. Numerosi testi sottolineano che il peso morale della parola non risiede unicamente nella sua forma esterna, ma nello stato mentale e nella motivazione sottostanti. Ad esempio, si afferma che non si dovrebbe dire consapevolmente una bugia per il proprio tornaconto o per quello altrui. Il discorso calunnioso e divisivo, basato sull’odio e la malevolenza e che implica premeditazione, porta un karma doppiamente pesante”. L’attenzione dunque è posta sull’intenzione, che è il punto di intersezione tra la pratica della Retta Parola e l’addestramento della mente dimostrando che una dichiarazione apparentemente “vera” può essere, in realtà, una parola errata se motivata da malevolenza. Tale prospettiva introduce una sfumatura cruciale: la comunicazione etica nel Buddhismo è profondamente psicologica poiché richiede introspezione e consapevolezza di sé prima di parlare.

La parola è profondamente interconnessa con gli stati mentali e le conseguenze karmiche

Se la mente è il principale precursore di tutti gli stati virtuosi e non virtuosi, allora parlando o agendo con una mente cattiva o buona, l’infelicità o la felicità ci seguiranno proprio come “la ruota segue lo zoccolo del bue o come la nostra ombra che non ci lascia mai”. Questa affermazione stabilisce un legame causale diretto tra lo stato della mente (intenzione) e il risultato karmico della parola. Domande come “Sono stressato? Sono motivato da avidità, malevolenza, desiderio di riconoscimento o paura del rifiuto?” rivelano che la parola errata è sintomo di stati mentali non salutari. Praticare la Retta Parola diventa così un metodo per purificarli. 

Cosa praticare e cosa abbandonare

CategoriaDescrizioneRadice MentaleBeneficio/Danno
Astensioni (Parola Errata)
Menzogna (Musāvāda)Non dire ciò che si sa essere falso; non ingannare.Avidità, avversione, ignoranzaDistrugge la fiducia, crea sofferenza
Parola divisiva (Pisunavācā)Non creare discordia o separazione tra le persone.Odio, malevolenza, invidiaSemina discordia, karma negativo pesante
Parola aspra (Pharusavācā)Non usare linguaggio offensivo, crudele o denigratorio.Avversione, rabbia, impulsivitàCausa dolore, alimenta l’avversione
Chiacchiere Inutili (Samphappalāpa)Non impegnarsi in discorsi vani, pettegolezzi o non costruttivi.Ignoranza, distrazione, egoSpreca tempo, offusca la mente spirituale
Qualità (Retta Parola)
TempestivaParlare al momento opportuno, considerando il contesto.Saggezza, compassioneAumenta l’accettazione, previene il danno
Vera/fattualeParlare ciò che è oggettivamente vero e verificabile.Saggezza, onestàCostruisce fiducia, promuove la chiarezza
Gentile/affettuosaParlare in modo gradevole, cortese e con amorevole gentilezza.Benevolenza (Metta), compassioneCrea armonia, lenisce, è piacevole
Benefica/utileParlare con uno scopo, in linea con il Dharma e la liberazione.Saggezza, intenzione altruisticaGuida, istruisce, porta beneficio a lungo termine
Con mente di benevolenzaParlare con l’intenzione del beneficio altrui.Benevolenza, compassionePreviene il sorgere delle afflizioni mentali proprie e altrui

I sutra presentano un insegnamento estremamente strutturato e sistematico sulla parola

In primo luogo, definiscono chiaramente ciò che deve essere evitato (le quattro astensioni), poi ciò che deve essere attivamente coltivato (le cinque qualità), e infine, un metodo per la riflessione e l’autocorrezione.4 Questo schema non si limita a fornire concetti filosofici, ma stabilisce un regime di addestramento pratico e graduale. L’enfasi sulla riflessione prima, durante e dopo il parlare dimostra una comprensione sofisticata del cambiamento comportamentale e della formazione delle abitudini, indicando un percorso di sviluppo personale continuo.

I principi fondamentali delineati nei sutra – verità, non-danno, armonia, tempestività, benevolenza – sono valori etici universalmente riconosciuti. Nonostante questi testi siano antichi, la loro rilevanza per la comunicazione moderna, anche in contesti come i social media, è sorprendente. Questa persistente applicabilità indica che le intuizioni del Buddha sulla natura umana e sull’interazione trascendono epoche culturali o tecnologiche specifiche, rendendole perennemente valide. 

Il Buddhismo Tibetano, in particolare, enfatizza l’etica dell’intenzione

Il peso morale di un vizio o di una virtù dipende da fattori quali soggetto, oggetto, natura, intenzione, modo e frequenza dell’atto. Questa focalizzazione sull’intenzione permette una maggiore flessibilità e una comprensione più profonda della moralità.

Sua Santità il Dalai Lama molto spesso sottolinea quanto sia la compassione il principio etico più importante, persino più essenziale della verità. Questa prospettiva introduce il concetto di “menzogna benefica” o “mezzi abili” (upāya), dove la non-veridicità potrebbe essere giustificabile se motivata da una compassione saggia e mirata a prevenire danni maggiori o a portare un beneficio ultimo. Ciò significa che, in rare e specifiche circostanze, il beneficio e l’intenzione compassionevole possono superare la mera aderenza alla verità letterale. Questa prospettiva rappresenta uno sviluppo filosofico significativo, implicando un calcolo etico più profondo in cui il risultato e l’intenzione sono ponderati più pesantemente rispetto a una rigida aderenza a una regola. Questo approccio mostra un’applicazione sfumata e non dogmatica dell’etica, contingente alla saggezza e alla compassione di chi agisce.

Gli insegnamenti del Dalai Lama evidenziano che l’intenzione è fondamentale: “Colui la cui intenzione era buona, non ha rimorsi”. Una mente calma, libera da desiderio o rabbia, è cruciale per un’indagine obiettiva e per adottare approcci realistici alle situazioni.9 Per questa ragione egli promuove attivamente il dialogo, radicato nella comprensione universale che tutti gli esseri cercano la felicità ed evitano la sofferenza.

Implicazioni pratiche nella vita quotidiana

Come abbiamo visto, la Retta Parola non è un concetto astratto, ma una pratica viva che si integra profondamente nella vita quotidiana, trasformando non solo l’individuo ma anche le sue relazioni e l’ambiente circostante.

La sua pratica richiede un impegno costante nella consapevolezza della propria comunicazione, articolata in fasi distinte:

  • Riflessione pre-discorso: Prima di parlare, è essenziale fare una pausa e riflettere sull’intenzione e sul potenziale impatto delle nostre parole. Domande cruciali da porsi includono: “Le cose che voglio dire faranno sorgere delle afflizioni mentali in me, nel mio interlocutore o in entrambi?” “È un atto verbale non abile, con conseguenze dolorose, risultati dolorosi?”. Inoltre, è utile indagare la propria motivazione: “Sono arrabbiato? Sono motivato da avidità, malevolenza, desiderio di riconoscimento o paura del rifiuto?”. Questo processo di “indagine” è cruciale per ristabilire un’intenzione saggia e benevola prima di proferire parola.
  • Durante il discorso: Mentre si parla, è fondamentale applicare consapevolmente le cinque qualità della parola ben detta: essere tempestivi, veritieri, gentili, benefici e parlare con benevolenza. Questo include coltivare la pazienza, specialmente quando si ha a che fare con la rabbia o l’avversione nostre o altrui.
  • Riflessione post-discorso: Se, dopo aver parlato, ci si rende conto che un atto verbale è stato non abile, è consigliabile confessarlo e rivelarlo a un insegnante o a un compagno esperto nel Dharma. Questa pratica promuove la responsabilità, l’apprendimento dai propri errori e la purificazione continua della mente.

Ma ci sono anche altre strategie:

  • Il silenzio come pratica: A volte, il discorso più abile è non parlare affatto, specialmente al posto di chiacchiere inutili. Thich Nhat Hanh suggeriva di parlare “solo quando la parola migliora il silenzio”. Coltivare il silenzio aiuta a diventare più consapevoli del proprio discorso quotidiano e a conservare energia mentale.
  • Comunicazione diretta: È consigliabile evitare di parlare delle persone alle loro spalle (pettegolezzi). Invece, si dovrebbe parlare direttamente con la persona coinvolta, anche se la conversazione può risultare difficile. Questo previene la solidificazione di opinioni negative e favorisce la crescita e la risoluzione dei conflitti.
  • Linguaggio non giudicante: Un approccio efficace consiste nell’esprimere sentimenti o esperienze senza attribuire colpe o giudizi. Ad esempio, invece di dire “mi hai fatto arrabbiare,” si può formulare la frase come “quando fai X, io mi sento Y”. Questo favorisce l’indipendenza dagli stati emotivi e promuove una maggiore chiarezza nella comunicazione.
  • Coltivare qualità salutari: La pratica della Retta Parola è inseparabile dalla coltivazione attiva di metta (amorevole gentilezza) e compassione, poiché queste sono la radice del discorso gentile e benefico.
  • Consapevolezza del dialogo interiore: La Retta Parola si applica anche alle parole che pronunciamo a noi stessi. È importante evitare bugie auto-denigratorie come “Non piaccio a nessuno!” o “Tutto quello che faccio è sbagliato!”, poiché queste forme di discorso interiore possono essere dannose quanto quelle rivolte agli altri.

Le sfide della comunicazione 

L’avvento dell’era digitale e l’ubiquità dei social media hanno introdotto nuove complessità e sfide per la pratica della Retta Parola, amplificando il potenziale sia per il beneficio che per il danno verbale. La comunicazione online presenta diverse caratteristiche che possono ostacolare la pratica della Retta Parola:

  • Velocità e mancanza di riflessione: I social media ci stimolano a rispondere con velocità mentre la Retta Parola si coltiva attraverso “pause e riflessione”. Questa immediatezza spesso bypassa la cruciale fase di riflessione pre-discorso, portando a risposte impulsive e non ponderate.
  • Anonimato e disinibizione: L’ambiente online può favorire un senso di disinibizione. Le persone possono dire cose negative online che non direbbero mai di persona a causa della mancanza di ripercussioni dirette e dell’assenza di linguaggio del corpo e tono di voce. Questo può condurre a comportamenti aggressivi o deìiscriminatori.
  • Algoritmi: Gli algoritmi delle piattaforme digitali spesso premiano gli “estremi” indipendentemente dal fatto che il contenuto sia salutare. Coloro che praticano la parola errata (falsa, divisiva, aspra, pettegolezzi) spesso ottengono più visualizzazioni, creando un ciclo di feedback che incentiva la diffusione di contenuti dannosi.
  • Disinformazione e danno: La sfera digitale è un terreno fertile per disinformazione, fake-news, cyberbullismo, trolling, preoccupazioni sulla privacy, abusi online, molestie. La facilità di diffusione rende il danno potenziale della parola errata molto più ampio e rapido.
  • Rafforzamento dell’ego: L’interazione sui social media può servire l’ego, sollecitando arroganza, senso di superiorità. 

L’ambiente digitale quindi non è solo un’estensione della comunicazione fisica, ma un ambiente amplificato in cui le conseguenze karmiche si manifestano più rapidamente e ampiamente. 

Applicare i principi della Retta Parola online

Nonostante le sfide, i principi della Retta Parola sono pienamente applicabili e, anzi, più che mai necessari nell’arena digitale. L’applicazione dei “Cinque Guardiani della Parola” diventa un filtro essenziale per la comunicazione online:

  • È vero?  — Verificare i fatti prima di condividere. Evitare di diffondere voci, disinformazione o informazioni non verificate.
  • È gentile?  — Evitare commenti aspri, offensivi, sarcastici o minacciosi. Coltivare una mente di benevolenza e compassione prima di digitare.
  • È benefico?  — Il post contribuisce alla comprensione, all’armonia o al benessere? O è solo “chiacchiera inutile” o “carburante” che alimenta l’ego?
  • È necessario?  — C’è un vero scopo nella comunicazione, o è solo per riempire il silenzio, cercare convalida o sfogare frustrazioni?
  • È tempestivo?  — Considerare il contesto e il pubblico. Questo è il momento o la piattaforma giusta per questo messaggio?.

Per interazioni digitali consapevoli

  • Consapevolezza dell’intenzione: È fondamentale essere consapevoli del proprio scopo nel parlare o postare online. Chiedersi: “Sono motivato da avidità, malevolenza, desiderio di riconoscimento o paura del rifiuto?”. Questa introspezione aiuta a filtrare le motivazioni non salutari.
  • Custodire la mente: La pratica del Dharma implica “custodire la nostra mente ed essere consapevoli di ciò che vi lasciamo entrare”. Questo principio si applica sia alla creazione sia al consumo di contenuti online. Evitare di alimentare la mente con “rabbia, avidità, afflizioni”.
  • Gestione dei conflitti: Sviluppare la consapevolezza delle reazioni interne alla comunicazione online e creare uno spazio tra le nostre emozioni viscerali e la tastiera. L’obiettivo è influenzare positivamente, non unirsi al conflitto o alimentarlo.
  • “Non andare mai sul campo di battaglia”: Questo principio, applicato al contesto online, significa evitare di discutere o argomentare incessantemente; essere di beneficio non significa “vincere” una discussione. Se il messaggio è stato espresso in modo veritiero, gentile e benefico, ripeterlo o difenderlo non è necessario.
  • Rifiutarsi di impegnarsi nella parola errata: Se un contenuto è chiaramente un esempio di parola errata (basato su rabbia, avidità o afflizioni), rifiutarsi di “consumarlo” o di interagire con esso è una forma di pratica consapevole.
  • Coltivare online karma positivo: Parlare in modi che siano affidabili, armoniosi, confortanti e degni di essere presi a cuore rende le parole un “dono per gli altri” anche online. Questo approccio proattivo contribuisce a creare un ambiente digitale più salutare e a plasmare una realtà online positiva.
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