Questo dialogo del 2015 unisce la celebre attivista Gloria Steinem, da poco scomparsa, e Jetsunma Tenzin Palmo in una riflessione illuminante sulle radici storiche del patriarcato. Le due pioniere esplorano il legame tra la libertà riproduttiva, l’educazione femminile, la pratica spirituale e il valore trasformativo dell’empatia nella ricerca della consapevolezza.
Gloria Steinem: Leggendo della tua vita (Cave in the Snow: A Western Woman’s Quest for Enlightenment, 1999, Bloomsbury Publishing, n.d.t.), sono rimasta sbalordita da quante cose ci accomunano: abbiamo avuto madri molto presenti e di grande sostegno, entrambe profondamente interessate alla spiritualità. Mia madre era una teosofa così come lo erano entrambe le mie nonne. Entrambe siamo andate in India, sebbene in modi molto differenti. Io ci sono andata per un paio d’anni dopo la laurea, soprattutto per cercare di evitare il matrimonio.
Jetsunma Tenzin Palmo: Sono anch’io molto grata a mia madre. Era una donna straordinaria. Con il passare degli anni, guardandomi indietro, ripenso spesso al modo in cui affrontava le situazioni più difficili e a quanto fosse abile. Praticavamo lo spiritismo – facevamo sedute ogni settimana a casa nostra – e di questo le sono molto riconoscente, perché la morte e ciò che viene dopo erano argomenti di conversazione quotidiani.
Gloria Steinem: Fin da giovane era interessata all’Asia, attratta sia dalle persone provenienti da quel continente sia dalla sua estetica.
Jetsunma Tenzin Palmo: Sì. Sono cresciuta a Londra e a volte mia madre mi portava a Chinatown solo per farmi vedere qualche persona asiatica. Più tardi ho iniziato a lavorare alla School of Oriental and African Studies dell’Università di Londra, dove c’erano tantissime persone provenienti dai contesti più disparati, tutte appassionate di argomenti davvero affascinanti.
La teosofia come espressione religiosa egualitaria
Gloria Steinem: Credo che la teosofia nella mia vita mi abbia spinta verso antiche tradizioni pre-patriarcali: quelle dei nativi americani, dei Dalit in India e, in seguito, dei popoli Khwe e San in Sudafrica. Col senno di poi, poiché la teosofia era una tradizione prevalentemente guidata dalle donne ed egualitaria, penso di essere stata inconsciamente attratta in quella direzione. Oggi entrambe ci dedichiamo allo stesso obiettivo: cerchiamo di includere la metà femminile del mondo. Ma tu sei stata incredibilmente coraggiosa a inserirti in una tradizione maschile.
Jetsunma Tenzin Palmo: A dire il vero, non mi rendevo conto di cosa stessi facendo. Mio padre è morto quando avevo due anni, quindi sono stata cresciuta da mia madre e da un fratello maggiore. Mia madre è sempre stata una donna molto forte, perciò non ho mai sentito la mancanza di una figura paterna. Le dinamiche tra padre e madre non hanno giocato alcun ruolo nella mia vita. In India, quando sono diventata monaca, mi sono ritrovata in una società in cui i monaci detenevano il potere e l’autorità. E non essendo né un monaco né una laica, non appartenevo davvero a nessun luogo.
All’inizio pensavo che il problema fosse questo. Poi, negli anni Settanta, ricordo di aver superato un passo di montagna per arrivare in un luogo chiamato Manali. Qualcuno aveva un grosso libro di articoli sul femminismo. Non avevo mai sentito quella parola prima d’allora. Ricordo di essere rimasta lì a leggere articolo dopo articolo, mentre tutti intorno a me ridevano. Per me fu come bere improvvisamente dopo essere stata in un deserto.
Gloria Steinem: È stata la stessa sensazione che ho provato io. All’improvviso ho pensato: non sono pazza io, è il sistema a esserlo!
Jetsunma Tenzin Palmo: Esattamente. Per me fu una rivelazione immensa: non ero sola, non era solo la mia situazione personale.
Gloria Steinem: È una rivelazione universale per le donne di qualsiasi gruppo, razza ed etnia che si siano trovate in una condizione di invisibilità.
Jetsunma Tenzin Palmo: È come risvegliarsi. È esattamente così che ci si sente.
Gloria Steinem: Credo che lo scopo ultimo dell’unione sia sempre lo stesso. Alcune di noi hanno cercato di ristabilire una tradizione che valorizzasse il femminile come preparazione all’incontro, mentre altre hanno tentato di trasformare e integrare il sistema dall’interno. Tu sei andata avanti da sola: lo trovo straordinario.
Jetsunma Tenzin Palmo: Non si ha altra scelta.
Gloria Steinem: Ma tu ce l’avevi.
Jetsunma Tenzin Palmo: Beh, sul momento non sembrava esserci.
Gloria Steinem: Non avevi una scelta tra il tornartene a casa e dodici anni di meditazione in una grotta, di cui tre in rigido ritiro?
Jetsunma Tenzin Palmo: Oh, ma quella è stata la parte migliore! Sai, i momenti di solitudine nella mia vita sono stati quelli in cui ero l’unica monaca circondata da monaci e laici. Non appartenevo a nessun posto, e in più ero straniera. È stata una solitudine molto, molto profonda. Ricordo che spesso la sera tornavo nel mio alloggio e piangevo. Dovevo mangiare da sola e vivevo da sola. Ma stavo lavorando per il mio lama, e questa è stata l’unica cosa che mi ha trattenuta lì. (N.d.T. Il lama a cui fa riferimento Jetsunma Tenzin Palmo è il suo guru radice, l’VIII Khamtrul Rinpoce, Dongyü Nyima; è stato un autorevole maestro spirituale della tradizione Drukpa Kagyu del Buddhismo tibetano. Riconosciuto come la reincarnazione di un celebre lignaggio di tulku, fuggì dal Tibet dopo l’invasione cinese e fondò il monastero di Tashi Jong nell’Himachal Pradesh.)
Desideravo disperatamente comprendere il Buddhismo e praticarlo, ma i monaci non sapevano come insegnarmelo. E poiché ero donna, non ritenevo che per loro fosse importante farlo. Non voglio lamentarmi, credimi. Ma ricordo un accademico americano, venuto per condurre ricerche in vista del suo dottorato; non era buddhista eppure gli dedicavano ore e ore ogni giorno. Gli hanno insegnato così tanto che in seguito ha inserito tutto nella sua tesi, trasformata poi in un libro. In un solo anno ha imparato molto più di quanto io abbia mai imparato in tutti i quarant’anni trascorsi in quella comunità. E lui non aveva nemmeno intenzione di praticare! Voleva solo ottenere il dottorato. Ricordo di aver provato una profonda amarezza: io avevo rinunciato a tutto per il Dharma, eppure loro non mi prendevano sul serio nello stesso modo in cui prendevano sul serio lui.
Gloria Steinem: E oggi stai chiaramente creando per altre donne, specialmente le più giovani, ciò che ti è mancato..
Cambiare l’educazione religiosa per le donne
Jetsunma Tenzin Palmo: Quando ho deciso di fondare un monastero, uno dei mie lama mi ha detto: «Sei molto fortunata, perché noi dobbiamo ristabilire in India e in Nepal più o meno ciò che avevamo in Tibet; siamo fortemente vincolati alle tradizioni e tutti vogliono replicare esattamente com’era prima. Tu invece stai iniziando qualcosa di nuovo, quindi puoi fare tutto ciò che desideri. Pensaci solo con molta attenzione, perché una volta iniziato sarà difficile cambiare». Così mi sono seduta a riflettere su quello che hai appena detto: se oggi iniziassi il mio percorso come monaca novizia, come vorrei essere formata? Cosa vorrei che mi venisse trasmesso? È così che ho strutturato i programmi, per poter offrire ciò che io non ho mai ricevuto.
Gloria Steinem: Ci sono aspetti che sembrano comuni a tutte le tradizioni patriarcali. Il primo è la negazione del corpo; il secondo è la presenza di un sacerdozio che interpreta la realtà invece di permettere un’esperienza diretta. E io trovo difficili entrambi questi elementi, forse a causa della teosofia e di quelle religioni o spiritualità pre-patriarcali.
Jetsunma Tenzin Palmo: Nel Buddhismo, intendi?
Gloria Steinem: Sì.
Jetsunma Tenzin Palmo: Oh, non credo che il Buddhismo rifiuti il corpo. Quando chiediamo a queste ragazze, a queste adolescenti, perché vogliono diventare monache, spesso rispondono: «Guardo mia madre, mia zia, le mie sorelle maggiori: non voglio quella vita. Voglio fare qualcosa di veramente significativo della mia vita; voglio portare beneficio a me stessa e agli altri attraverso lo studio e la pratica».
Si potrebbe pensare che essere monache sia molto difficile e restrittivo, ma per loro, ironicamente, rappresenta la liberazione dall’unica apparente alternativa: sposarsi, avere un figlio ogni due anni, lavorare nei campi e in casa, prendersi cura dei familiari anziani, spesso sposate con qualcuno che beve e torna a casa e le picchia. Specialmente oggi, potendo ricevere un’istruzione e fare ritiri a lungo termine, questa è un’opportunità straordinaria per scoprire chi sono davvero e fare ciò che desiderano.
Il Buddhismo non sostiene il patriarcato, ma si è sviluppato in società patriarcali
Gloria Steinem: Questo mi è perfettamente chiaro, esattamente come lo è quando una giovane donna diventa monaca cattolica, poiché le sue alternative sono proprio quelle che hai descritto. Ma cosa accadrebbe se esistesse l’alternativa di una spiritualità direttamente connessa alla natura, senza un sacerdozio? Per esempio, in alcune lingue dei nativi americani e in lingue antiche non esistono pronomi specifici per il genere. Quella tradizione potrebbe basarsi su una connessione molto diretta con la natura e su un equilibrio tra uomini e donne.
Jetsunma Tenzin Palmo: Il Buddhismo in sé non è particolarmente patriarcale. Il problema sono le società in cui si è sviluppato a esserlo. Il nostro potenziale innato di liberazione è identico, che si sia uomini o donne. Quando siamo seduti a praticare, o quando smettiamo di agire i nostri ruoli di genere, dove sono l’uomo e la donna? Il problema è che gli uomini, in ogni società, sono stati i più istruiti; perciò hanno scritto i libri e hanno avuto voce in capitolo. E ovviamente hanno scritto quei libri dalla propria prospettiva, così le donne si sono ritrovate a leggere testi già scritti da un punto di vista maschile.
Gloria Steinem: Sono d’accordo, se non fosse che per la maggior parte della storia umana il patriarcato non è esistito. L’egittologo James Henry Breasted afferma che il monoteismo non è altro che imperialismo applicato alla religione. Si è verificato un allontanamento della divinità dalla natura e dalle donne, un processo che si può osservare visivamente compiendo un viaggio lungo il Nilo. Ci sei mai stata?
Jetsunma Tenzin Palmo: Sì, ci sono stata.
Gloria Steinem: Si può notare, nelle rappresentazioni di farfalle, uomini e donne sul papiro, come a ogni millennio corrisponda un progressivo distacco: la dea genera un figlio maschio e nessuna figlia, e la figura del dio diventa sempre più grande. Si vede chiaramente l’evoluzione del patriarcato. Ma si tratta di un fenomeno relativamente recente nella storia umana.
Jetsunma Tenzin Palmo: Sì, è vero. Nelle religioni istituzionali, quelle presenti ancora oggi, questo aspetto è evidente, non trovi?
Gloria Steinem: Sì.
Palmo: Quello che vorrei chiederti, Gloria, sinceramente, è perché sia accaduto tutto questo. Le donne sono estremamente intelligenti e nel Buddhismo rappresentano persino la natura della saggezza: gli uomini sono la compassione (il metodo), le donne la saggezza. Le donne sono estremamente intelligenti e capaci. Un esempio lampante lo vediamo nei cantieri edili in India, dove sono le donne a trasportare i mattoni mentre gli uomini fanno i lavori di scalpellini. A fine giornata le donne tornano a casa, cucinano, puliscono e si occupano dei bambini, mentre gli uomini gironzolano intorno al fuoco fumando bidi e bevendo. Se le donne non facessero quel lavoro, dove sarebbero gli uomini?
Le donne sono evidentemente fortissime e possiedono tutte le qualità necessarie. Comunque sia, com’è possibile che nella storia recente, in gran parte del mondo conosciuto, le donne si siano trovate in questa condizione di sottomissione? Perché? Forse perché non restiamo unite? Perché non ci rispettiamo a vicenda o non rispettiamo noi stesse? Qual è la ragione fondamentale, secondo te?
Gloria Steinem: I sistemi oppressivi non funzionano a meno che non vengano interiorizzati, e chiaramente le idee di inferiorità sono state interiorizzate dentro di noi. Il movimento consiste nel dialogare e nello scoprire che non è così. Ma riguardo alla causa profonda, si tratta essenzialmente del controllo della riproduzione e i corpi delle donne sono il mezzo attraverso cui essa avviene. Per stabilire la proprietà dei figli, bisogna limitare la libertà delle donne: è questa l’origine dei vari sistemi matrimoniali. Si limitano le donne del gruppo cosiddetto superiore e si sfruttano i corpi delle donne dell’altro gruppo. Questo è accaduto in modo molto sistematico con l’avvento del patriarcato.
Gradualmente, la necessità di controllare la riproduzione e di conseguenza i corpi femminili ha costretto le donne ad avere figli che non desideravano. Quando ho parlato con le donne San nel deserto del Kalahari, è emerso chiaramente che loro hanno sempre compreso la contraccezione, sapevano come distanziare le gravidanze e controllare la propria fertilità. In Europa le guaritrici e le streghe sono state messe a morte perché insegnavano la contraccezione, dando così alle donne il potere di gestire il proprio corpo. Col tempo l’Europa si è sovraffollata, e questo ha portato al colonialismo, all’imperialismo e al razzismo. Penso che oggi tutti noi stiamo cercando di invertire questa tendenza; ecco perché la libertà riproduttiva intesa come diritto fondamentale è così cruciale per le donne. È il fattore determinante più importante per stabilire se saremo in salute o meno, quanto a lungo vivremo e se riceveremo un’istruzione. La libertà riproduttiva è il modo per disfare il sistema, per avviare il progresso in direzione contraria.
Jetsunma Tenzin Palmo: Quindi essere monache è un’ottima scelta.
Gloria Steinem: Essere monache è eccellente. Dobbiamo fare in modo che le donne possano scegliere se avere un figlio o quattro. E la cosa straordinaria è che, quando si dà alle donne questa possibilità, il tasso di popolazione si assesta appena sopra il livello di ricambio generazionale, che è esattamente dove dovrebbe essere. Tra i principi delle culture pre-patriarcali c’era proprio la necessità che vi fossero sempre più adulti che bambini, altrimenti questi ultimi non potevano essere educati, amati e accuditi adeguatamente. Se pensiamo a questo Paese e al mondo intero, i luoghi più violenti, instabili e distruttivi sono quelli in cui ci sono molti più bambini che adulti. Quindi sì, dovremmo poter scegliere di essere monache e gli uomini dovrebbero poter scegliere di essere sacerdoti. E come donne dovremmo poter scegliere di avere quattro o sei figli.
Consideri quel che stai facendo come un’opera di trasformazione, dal momento che osi insegnare agli esseri umani di sesso femminile che sono esseri umani a tutti gli effetti? E questo cambierà il Buddhismo?
Jetsunma Tenzin Palmo: Come dicevo, nel Buddhismo, così come nella maggior parte delle religioni, poiché i testi sono stati scritti prevalentemente da uomini e la maggior parte delle figure di autorità sono di sesso maschile, la voce dominante è senza dubbio quella maschile. Quello che stiamo cercando di fare ora è permettere anche alla voce femminile di emergere, esattamente come fai tu. E questo avviene attraverso l’educazione, la pratica e il senso del proprio valore che le monache sviluppano, che è l’aspetto più difficile. L’istruzione e la pratica possono ottenerle molto facilmente; la percezione del proprio valore personale è invece la sfida più grande. Ma sta accadendo, e in tempi molto brevi. Gli stessi monaci desiderano fortemente che le monache ricevano un’istruzione: sono loro stessi gli insegnanti e incoraggiano molto le monache. Non voglio dare l’impressione che stiamo facendo tutto questo di fronte a una tremenda resistenza da parte maschile, perché non è vero.
Esiste tuttavia una resistenza nei confronti dell’ordinazione superiore per le monache nella tradizione tibetana. Al momento possono ricevere solo l’ordinazione noviziale. Abbiamo incontrato una resistenza sorprendente da parte dei monaci riguardo alla possibilità che le monache ricevano la piena ordinazione superiore, nonostante questa fosse stata concessa loro direttamente dal Buddha. C’è anche riluttanza nel riconoscere alle monache – che magari hanno studiato per dodici, quindici o vent’anni – un titolo o un riconoscimento ufficiale. È come andare all’università e, alla fine del percorso, non ricevere nemmeno una laurea magistrale o un dottorato: ti dicono semplicemente «beh, hai studiato». Abbiamo ancora tanta strada da fare, ma la stiamo percorrendo.
Gloria Steinem: Anche qui è così. Ogni volta che partecipo a una cerimonia di laurea, penso: e se agli uomini venisse conferita una laurea in “nubilato” invece che in “bachelor of arts”? E una di “signora” in scienze? E se sgobbassero duramente per ottenere un titolo di “sorellanza” invece che di confraternita? Amo le lingue, quindi mi diverto a cercare di trasformare le coscienze attraverso le parole. Penso che uno dei segnali per capire che siamo sulla strada giusta sia il fatto che si possa ridere insieme. (N.d.T.: Il passo gioca sui titoli accademici di derivazione anglosassone, come Bachelor of Arts (laurea triennale) e Fraternity (confraternita studentesca), i cui termini radice (bachelor e brother) recano un’implicita impronta maschile o storica legata agli uomini. Steinem applica un rovesciamento paradossale usando termini storicamente associati alla condizione o ai titoli femminili (come spinster, traducibile con “nubile” o “zitella”, e sistership, “sorellanza”), evidenziando come la lingua dominante rifletta un’asimmetria di genere radicata). Quali sono alcuni dei segnali che cerchi tu?
Jetsunma Tenzin Palmo: Penso che sia molto importante riconoscere che, così come ciascuno di noi desidera benessere e felicità e non vuole soffrire, lo stesso vale per ogni persona che incontriamo. Siamo profondamente connessi, inclusi gli animali, nel nostro desiderio di benessere interiore e di non essere feriti. E se le persone riflettessero su questo, magari sedute a teatro o in metropolitana? E se fossimo consapevoli che tutte le persone intorno a noi, qualunque sia il loro aspetto, nel profondo del loro cuore desiderano davvero stare bene? E se il nostro primo pensiero per ogni persona che incontriamo non fosse il giudizio, ma “Possa tu essere felice e in salute”? Se riuscissimo ad arrivare a tanto, cambieremmo il mondo, non credi?
Gloria Steinem: Sì, l’empatia è l’emozione più rivoluzionaria in assoluto. Non so se tradizioni diverse dal cristianesimo abbiano una formulazione della regola d’oro come “Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te” – probabilmente ce l’hanno tutte –, ma penso spesso che noi donne dobbiamo capovolgerla. Dobbiamo trattare noi stesse con la stessa cura con cui trattiamo gli altri.
Jetsunma Tenzin Palmo: Assolutamente.
Gloria Steinem: Perché, come dicevi tu, le giovani donne che educhi sono state così profondamente penetrate dall’idea di non avere lo stesso valore degli esseri umani di sesso maschile.
Jetsunma Tenzin Palmo: Quando il Buddha insegnava la meditazione sulla gentilezza amorevole (mettā), una pratica centrale nel Buddhismo, diceva di iniziare indirizzandola verso se stessi. Auguriamo a noi stessi di essere felici, in salute, in pace e a proprio agio. Quando si prova davvero un calore e una gentilezza sinceri verso se stessi, allora li si estende a chi si ama, a chi ci è indifferente e a chi ci crea problemi. Ma bisogna sempre partire da dove ci si trova, perché finché non possediamo questo stato dentro di noi, come possiamo donarlo agli altri?
L’avanzamento nell’istruzione monastica femminile
Dall’anno in cui la conversazione tra Gloria Steinmen e Tenzin Palmo ha avuto luogo a oggi molte cose sono cambiate. L’accesso a un’istruzione per le monache ha iniziato a cambiare negli anni ’80, con l’aumento delle monache tibetane emigrate in India e Nepal. Ne è seguita la creazione di una rete di monasteri femminili più sviluppati, come Gaden Choling e Dolma Ling a Dharamshala, in India, dove il Dalai Lama vive in esilio.
Queste istituzioni sono state finanziate da organizzazioni come il Tibetan Nuns Project, che fa parte della più ampia Tibetan Women’s Association (Associazione delle Donne Tibetane), fondata in Tibet nel 1959 in risposta all’occupazione cinese. La TWA è stata ristabilita in India con la benedizione del Dalai Lama nel 1984, e il Tibetan Nuns Project è stato creato poco dopo per istruire e sostenere le monache in India, provenienti da tutte le scuole tibetane.
Il Dalai Lama ha incoraggiato queste organizzazioni ad aiutare a costruire monasteri femminili, a dare maggiore potere alle monache esistenti e a sostenere la loro istruzione superiore. “All’inizio, quando ho parlato di assegnare i diplomi di geshema, alcuni erano dubbiosi”, ha ricordato il Dalai Lama nel 2018. “Ho detto loro chiaramente che il Buddha aveva dato pari opportunità sia agli uomini che alle donne.”
Oltre agli sforzi del Dalai Lama e all’arrivo di più monache tibetane nella diaspora in India e Nepal, diversi altri fattori hanno contribuito alla promozione delle donne. Tra questi, il sostegno e l’azione di organizzazioni internazionali come Sakyadhita International Association of Buddhist Women, che per quasi 40 anni ha ospitato incontri internazionali per dare più potere alle monache e alle donne buddhiste laiche.
Il diploma di geshema, che le monache possono ricevere dal 2012, è concesso nella tradizione Geluk, una delle quattro scuole del Buddhismo tibetano
Questi diplomi rappresentano il livello più alto di formazione monastica, ma in precedenza erano disponibili solo per gli uomini, il cui titolo è noto come khenpo o geshe.
Le candidate per il diploma di Geshema vengono esaminate dopo aver studiato i testi buddhisti. Le monache devono ottenere un punteggio pari o superiore al 75% durante i loro 17 anni di studio prima di potersi qualificare per sostenere gli esami geshema.
Nel 2016, il Dalai Lama ha presieduto e assegnato il diploma di geshema a 20 monache tibetane, quattro anni dopo che lui e il governo tibetano in esilio avevano riconosciuto l’accreditamento dei diplomi superiori per le monache. Prima dello sviluppo ufficiale del programma Geshema, solo una monaca tedesca, Kelsang Wango, aveva ricevuto il diploma. Ora, ci sono 73 Geshema.
Dopo che la scuola Geluk ha iniziato a concedere i diplomi geshema, anche le monache all’interno delle altre scuole del Buddhismo tibetano – Nyingma, Sakya e Kagyu – hanno iniziato a conseguire titoli di studio avanzati in India e Nepal. In questi altri tre rami, le monache portano il titolo di khenmo, che, come il geshema, le qualifica per insegnare le rinomate scritture buddhiste. Nel 2022, il Dalai Lama ha offerto le sue benedizioni alle nuove Khenmo, che hanno ricevuto i loro titoli nella scuola Sakya.
Le monache stanno cambiando la situazione per le donne buddhiste tibetane e hanno avuto un alleato nel Dalai Lama. Man mano che il numero di donne ai più alti livelli di formazione continua a crescere, le donne espanderanno anche la loro capacità di assumere ruoli di leadership nelle loro comunità monastiche e laiche, contribuendo a migliorare l’istruzione di altre monache e proteggendo la cultura tibetana nel processo.
Tradotto da Waking Up to Patriarchy






