I quattro affidamenti — esposti nell’omonimo sutra, il Catuhpratiśarana Sūtra, e nel Sūtra che svela il pensiero — ci offrono una guida importante.
- Fare affidamento principalmente non sull’insegnante, ma sull’insegnamento.
- Rispetto all’insegnamento, fare affidamento non sulle parole prese alla lettera ma sul loro significato.
- Rispetto al significato, non fare affidamento sul significato interpretabile ma sul significato definitivo.
- Rispetto al significato definitivo, non fare affidamento né sulle coscienze sensoriali né sulla coscienza concettuale, ma sulla saggezza non duale che realizza la vacuità direttamente e non concettualmente.
I quattro affidamenti illustrano una progressione graduale nello sviluppo di un praticante. In questo contesto “fare affidamento” significa avere fede in fonti di conoscenza corrette e attendibili, non su quelle ingannevoli e di cui è ragionevole dubitare. Durante tutto il sentiero, dobbiamo fare affidamento su un maestro, imparando prima le parole dell’insegnamento e poi comprendendone il significato. Per quanto riguarda il significato, ci affidiamo prima al significato degli insegnamenti interpretabili — che descrivono le fasi del sentiero e le visioni relative dell’assenza del sé — e poi al significato degli insegnamenti definitivi, che descrivono la visione ultima della vacuità. Quando meditiamo sulla vacuità, la nostra comprensione iniziale è ancora concettuale ma, familiarizzando con essa, squarciamo il velo delle concettualizzazioni ottenendo una percezione diretta, non concettuale e non dualistica. Per approfondire ulteriormente:
1. Non affidarsi principalmente alla persona, ma all’insegnamento
Qui per “persona” si intendono gli esseri ordinari che insegnano sentieri diversi che hanno sentito da altri, frainteso o inventato. Piuttosto che dipendere da persone la cui mente è sotto l’influenza dell’ignoranza, è più saggio dipendere dalle scritture insegnate dal Buddha, che spiegano metodi non ingannevoli per raggiungere il risveglio. Invece di pensare “Chi ha dato questo insegnamento è eccezionale” dovremmo usare il ragionamento per esaminare le parole e il significato di quanto udito. Persino ciò che ha detto il Buddha non dovrebbe essere preso alla lettera: a volte ha insegnato una visione provvisoria, come mezzo abile per condurre un particolare individuo o gruppo verso il sentiero finale; altre ha insegnato la teoria del tathāgatagarbha che, presa alla lettera, sembra affermare l’esistenza di un sé permanente.
Tuttavia, il significato nella mente del Buddha era la natura ultima della mente — la sua vacuità di vera esistenza — che è permanente. Anche se tali insegnamenti non vanno presi alla lettera, sono comunque considerati non ingannevoli perché il loro significato nella mente del Buddha è vero e affidabile. Allo stesso modo, quando il Buddha insegnò ai nichilisti che esiste una persona sostanzialmente esistente, non va preso alla lettera: fece quelle affermazioni perché quelle persone non negassero il karma e i suoi effetti e capissero che c’è un sé che porta il karma nelle vite future e ne sperimenta gli effetti.
2. Rispetto all’insegnamento, non basatevi semplicemente sulle parole ma sul loro significato
Se siamo attenti solo al significato letterale di un insegnamento, possiamo trascurarne quello profondo rischiando di non essere guidati sulla strada giusta. Invece di pensare di aver capito un argomento semplicemente perché conosciamo una terminologia e un linguaggio accademico complesso, dovremmo usare la nostra intelligenza per comprendere il significato sotteso. Dovremmo anche concentrarci sul significato nella mente del Buddha e non sulle parole, che possono essere fraintese se prese alla lettera.
Se vogliamo comprendere il modo non ingannevole di esistenza di tutti i fenomeni, anziché affidarci agli insegnamenti sulla bodhicitta e sulle qualità del Buddha, dovremmo affidarci agli insegnamenti sulla vacuità dell’esistenza intrinseca, che è l’oggetto della saggezza suprema. Questa saggezza ha la capacità di tagliare alla radice il samsāra. Inoltre, dovremmo affidarci alla logica e coltivare cognizioni valide, menti non oscurate che conoscono correttamente il loro oggetto. Anche se i quattro affidamenti sono insegnati specificamente in relazione alla realizzazione della vacuità, i primi due possono essere applicati allo studio di qualsiasi soggetto di Dharma. Invece di lasciarci sedurre dal carisma di una persona ordinaria, dobbiamo ascoltare ciò che insegna. Invece di rimanere affascinati da parole dal suono misterioso, dobbiamo contemplare il loro significato e cercare di comprenderle.
3. Per quanto riguarda il significato, non basatevi su quello interpretabile, ma su quello definitivo
Il “significato interpretabile” si riferisce alle verità relative, che comprendono tutti gli oggetti che esistono e funzionano nel mondo. Per comprendere gli insegnamenti sulla vacuità, non dobbiamo basarci su testi che parlano di verità relative, come gli svantaggi dell’esistenza ciclica o i benefici della bodhicitta. Sebbene questi insegnamenti siano importanti e necessari per attualizzare il sentiero del pieno risveglio, non descrivono la natura ultima.
Dovremmo anche evitare di prendere le verità relative — come i multiformi oggetti dei sensi — come il vero modo di esistere dell’esistenza, ma capire che esse appaiono erroneamente come intrinsecamente esistenti, sebbene non lo siano. Il significato su cui fare affidamento è il modo più sottile di esistenza dei fenomeni, la loro mera assenza di esistenza intrinseca. Poiché tutti i fenomeni sono privi di esistenza intrinseca, la loro vacuità è chiamata “l’unico sapore” di tutti i fenomeni.
4. Per quanto riguarda il significato definitivo, non fare affidamento né sulle coscienze sensoriali né sulla coscienza concettuale, ma sulla saggezza non duale che realizza la vacuità direttamente e non concettualmente
Quando si progredisce sul sentiero della liberazione in accordo con il Buddhadharma, non ci si dovrebbe accontentare di una comprensione concettuale della vacuità, ma meditare finché non si ottiene la saggezza incontaminata che realizza la vacuità in modo diretto e non concettuale grazie alla quale non c’è più alcuna apparenza dualistica di un soggetto che conosce (la persona o la coscienza) e di un oggetto conosciuto (in questo caso la vacuità). Anche se ottenere la corretta realizzazione concettuale e inferenziale della vacuità è un traguardo essenziale, non è il culmine del processo di realizzazione della natura ultima. Sia gli esseri ordinari sia gli ārya possono avere una profonda comprensione concettuale, ma noi dobbiamo cercare di ottenere la saggezza non concettuale di un ārya che sorge come risultato della meditazione analitica sulla vacuità.
Per farlo, dobbiamo guardare oltre le apparenze delle nostre coscienze di senso e della nostra coscienza mentale concettuale degli aggregati e così via, che sono i substrati della vacuità ovvero gli oggetti la cui natura ultima è il vuoto di esistenza inerente. Dobbiamo invece coltivare una cognizione diretta, yogicamente affidabile, della vacuità, una mente che percepisce la vacuità scevra dalle apparenze concettuali. Questa mente conosce la propria natura ultima. La vacuità appare direttamente a questa mente, e la mente la accerta in modo non concettuale. A questo punto, l’apparenza di soggetto e oggetto cessa, e la mente e la vacuità diventano tutt’uno, come acqua versata nell’acqua. La progressione illustrata dai quattro affidamenti indica che non dobbiamo accontentarci di una comprensione superficiale, ma continuare fino a quando non otteniamo l’esperienza diretta del sentiero e liberiamo effettivamente la nostra mente da tutte le oscurazioni.
Tratto da I primi passi sul sentiero buddhista






