Anticamente, nelle giungle vicino a Varanasi, un fagiano, una lepre, una scimmia e un elefante vivevano in amicizia e armonia. I quattro si dissero che, per quanto le loro menti fossero in sintonia, era triste che nel mondo ci fosse così poco rispetto dei giovani verso gli anziani. Decisero allora di mostrarsi rispetto reciproco, secondo la tradizione del Dharma.
Presa questa decisione, i quattro animali si misero in cammino per fare offerte e rendere omaggio. Il più giovane mostrava rispetto verso il più anziano portandolo sulla schiena. Salendo così l’uno sulla schiena dell’altro, il fagiano, la lepre, la scimmia e l’elefante raggiunsero il primo ramo del nyän dro da [N.d.T. termine tibetano che indica il banyan, o albero del fico].
Il fagiano insegnò agli altri a seguire la condotta morale del non uccidere, non prendere ciò che non è dato, non pronunciare parole ingannevoli, non avere una cattiva condotta sessuale e non assumere sostanze intossicanti. Ciascun animale guidò poi altri animali della propria specie sul sentiero della moralità, e la felicità e il benessere crebbero grandemente nel mondo.
In quel tempo, il re, i suoi ministri e la popolazione erano convinti, con una certa arroganza, che quei tempi felici fossero dovuti ai propri meriti. Per stabilire a chi si dovesse davvero la loro felicità, si riunirono e chiesero a un eremita di rivelarne la causa. Grazie alla sua chiaroveggenza, l’eremita spiegò che la prosperità del paese non dipendeva dal potere di nessun essere umano, ma dai meriti dei quattro animali della foresta, che osservavano i cinque precetti della condotta morale e li insegnavano anche agli altri animali. Consigliò dunque a tutti di comportarsi come loro.
Seguendo quell’invito, la maggior parte degli abitanti della regione cominciò a osservare i cinque precetti e, di conseguenza, dopo la morte, rinacque nel regno dei deva.
Si narra, nell’insegnamento del Vinaya Dülwa lung e nel discorso Do de nä kyang lung, che il fagiano fosse una manifestazione del Distruttore Qualificato Andato Oltre, Shakyamuni Buddha, e che gli altri fossero suoi discepoli: la lepre era Nyi gyä (Śāriputra), la scimmia era Päl na kyä (Maudgalyāyana) e l’elefante era Kungawa (Ānanda).
Si dice inoltre che ovunque venga esposta un’immagine dei quattro fratelli, le dieci virtù aumenteranno e le menti di tutti si armonizzeranno. Vi sarà rispetto per gli anziani e si verificheranno eventi propizi.
Colophon: narrato in origine da Shakyamuni Buddha, così come riportato nel Vinayavastu (Fondamento della disciplina). Traduttore sconosciuto.
Ancora sulla storia dei quattro amici in armonia
Raccontata dal Venerabile Ribur Rinpoche
All’inizio c’era solo l’uccello e l’albero era appena un germoglio. L’uccello poteva razzolare a terra e trovare piccoli frammenti di piante da mangiare. Non essendo in grado di volare, poteva nutrirsi solo di ciò che trovava al suolo. Ma man mano che l’albero cresceva, per l’uccello diventava sempre più difficile procurarsi abbastanza cibo.
Arrivò allora la lepre. La lepre mangiava ciò che era a terra e sollevava l’uccello sulla propria schiena, così che potesse raggiungere l’albero ormai cresciuto. In questo modo entrambi avevano abbastanza per sfamarsi. Ma l’albero continuò a crescere, finché divenne troppo alto anche per l’uccello, incapace di volare, sulla schiena della lepre.
Arrivò allora la scimmia: poteva arrampicarsi sull’albero e far cadere i frutti a terra per la lepre e l’uccello. Ma restava difficile raggiungere quelli in cima all’albero.
Arrivò allora l’elefante. Con l’elefante, aiutandosi a vicenda, tutti gli animali poterono finalmente raggiungere tutti i frutti e così ce n’era in abbondanza per ciascuno.
Il motivo per cui i quattro animali lavoravano insieme con tanta armonia, e per cui ebbero successo, è che la principale preoccupazione di ognuno non era procurarsi cibo per sé. Ciascuno era invece impegnato a cercare di aiutare gli altri a ottenere ciò di cui avevano bisogno. Anziché essere dominati dalla preoccupazione egoistica, erano guidati dalla cura per gli altri.
Inoltre, il motivo del loro successo è che erano disposti a chiedere aiuto e a riceverlo. Per questo l’uccello è considerato l’eroe della storia: era il più fragile e quello che aveva più bisogno di aiuto.
Proprio perché l’uccello era disposto a chiedere aiuto, e perché gli altri erano felici di offrirglielo, tutto si risolse nel migliore dei modi.
In Tibet, nelle lettere di consigli scritte alle famiglie che attraversavano momenti difficili tra loro, i quattro amici venivano spesso usati come esempio di come una famiglia debba restare unita e aiutarsi reciprocamente. Ogni membro è molto diverso dagli altri e porta con sé forze e debolezze differenti, ma se lavorano insieme possono realizzare ciò che non riuscirebbero mai a ottenere da soli.
Questa è una storia sull’interdipendenza. È una storia che spiega come non vi sia spazio per l’attaccamento egoico a sé, ma come, al contrario, abbiamo bisogno gli uni degli altri e dobbiamo aiutarci a vicenda. La cosa peggiore è l’attaccamento a sé stessi. È una storia sul lavorare in armonia.
(Nei nostri centri abbiamo uccelli, lepri, scimmie ed elefanti: persone molto diverse tra loro, con talenti e bisogni differenti. Se ci concentrassimo solo sui limiti di ciascuno, potremmo non riuscire a vedere come possono contribuire al bene comune del centro. Ma se sappiamo essere creativi, possiamo trovare un modo perché tutti possano dare il proprio contributo e, alla fine, tutti possano condividere i frutti della bodhicitta!)
Colophon: trascritto da Amy Barton-Cayton presso il Genden Ling Retreat Center, Aptos, CA, 1° giugno 2004. Curato da Kendall Magnussen, FPMT Education Services, luglio 2004.
Da A Practical Guide of Skillful Means (2013), pubblicato da FPMT Education Services per il FPMT Foundation Service Seminar.
Tradotto da The Four Harmonious Friends






